Dimenticate l'immagine del cavaliere che uccide il drago solo per salvare una principessa. Nel Medioevo, il mito della lotta contro i mostri sputafuoco aveva una funzione molto più "pratica". Una ricerca condotta dall'Università di Cambridge, pubblicata su ScienceDaily, basata sul ritrovamento di testi agostiniani, rivela che i monaci utilizzavano le figure dei santi "sauroctoni" (uccisori di draghi) come metafore per spiegare piaghe reali: epidemie, inondazioni e carestie.
Nei manoscritti appena decifrati, l'uccisione di un drago non è descritta solo come un atto di fede, ma come un rituale necessario per "guarire la terra" e ripristinare la fertilità dei campi.. STRATEGIA DI SOPRAVVIVENZA. Perché queste storie erano così diffuse? I ricercatori spiegano che per gli ordini religiosi del tempo, come gli Agostiniani, legare la propria immagine alla sconfitta di creature mostruose era una precisa strategia.
Dimostrare che i santi potevano "bonificare" misticamente un'area dalle influenze maligne (spesso corrispondenti a zone paludose o malsane) garantiva all'ordine il supporto dei contadini e il favore dei nobili.. I TESTI RITROVATI. La scoperta è avvenuta analizzando frammenti di pergamena che descrivono con dettagli quasi medici come il "sangue del drago" o il suo soffio pestilenziale infettassero i raccolti.
Non si trattava solo di intrattenimento o propaganda religiosa, ma di un modo per dare un senso a disastri naturali allora inspiegabili.. Il drago è la malattia. La ricerca suggerisce che molte delle leggende che conosciamo oggi, come quella di san Giorgio, potrebbero avere radici in eventi ambientali reali, dove la "vittoria sul drago" coincideva con la fine di un periodo di siccità, la bonifica di terre infette o la guarigione del bestiame..