I Lincei contro la bibliometria. Proposte per valutare meglio i ricercatori universitari

  • Postato il 18 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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I Lincei contro la bibliometria. Proposte per valutare meglio i ricercatori universitari

Negli ultimi anni il sistema di reclutamento universitario italiano è stato discusso soprattutto per i suoi effetti sui concorsi; ma il punto più rilevante si colloca a monte, nella relazione tra criteri di valutazione e forma della produzione scientifica. L’introduzione sistematica di indicatori bibliometrici come condizioni per l’accesso e la progressione di carriera ha modificato gli incentivi che regolano il lavoro dei ricercatori, e da questi incentivi discende, in modo regolare, la struttura del record scientifico che osserviamo.

Quando parametri quantitativi diventano determinanti per la carriera, l’ottimizzazione rispetto a quei parametri diventa una strategia razionale. Ne derivano pratiche che non sono episodiche ma sistematiche: scomposizione dei risultati in più pubblicazioni per aumentare il conteggio, orientamento verso temi ad alta citabilità, scelta di sedi editoriali che garantiscono visibilità più che rigore, costruzione di reti di citazione che amplificano l’impatto apparente. La crescita del numero di articoli è accompagnata da una riduzione della densità informativa media e da un aumento del rumore. Questo rende più difficile la selezione dei risultati solidi, rallenta la cumulazione della conoscenza e introduce costi indiretti rilevanti per l’intero sistema.

All’interno di questo quadro si sviluppa un insieme coerente di fenomeni. La frammentazione dei risultati in più articoli, la moltiplicazione di contributi incrementali, la scelta sistematica di ambiti ad alta citabilità e la costruzione di circuiti di citazione sono modalità operative che permettono di migliorare gli indicatori. A queste si affianca l’espansione di sedi editoriali che intercettano la domanda di pubblicazione offrendo percorsi rapidi e poco selettivi, spesso basati su modelli a pagamento, nei quali il controllo di qualità è formale o insufficiente.

Nello stesso contesto si osservano meccanismi di manipolazione delle citazioni: accordi tra gruppi di autori, inserimento sistematico di riferimenti non necessari, uso strategico di riviste o collane editoriali per aumentare l’impatto apparente dei lavori. Indicatori come l’h-index possono essere incrementati non solo attraverso la diffusione genuina dei risultati, ma anche attraverso il controllo, diretto o indiretto, delle reti di citazione.

Accanto a queste pratiche si collocano forme più gravi di distorsione: duplicazioni, riuso non dichiarato di dati, manipolazioni di immagini, fino alla fabbricazione di risultati. L’aumento dei ritiri di articoli e l’emersione di strutture organizzate di produzione fraudolenta indicano come queste dinamiche trovino un ambiente favorevole in un sistema che premia la produzione quantitativa.

A questo si aggiunge una componente economica rilevante. I costi di pubblicazione, sostenuti in larga parte con fondi pubblici, alimentano un flusso di risorse verso circuiti editoriali che non sempre restituiscono valore scientifico proporzionato. Il risultato è una combinazione di espansione della letteratura e dispersione di risorse, che rende più difficile orientarsi tra i risultati e più costoso produrli e valutarli.

Strumenti come l’intelligenza artificiale generativa si inseriscono in questo quadro come fattori che riducono ulteriormente il costo di produzione dei testi e facilitano l’adattamento dei contenuti a diverse sedi editoriali. Il loro effetto si integra con le altre dinamiche, aumentando la velocità con cui il sistema può produrre articoli in funzione degli indicatori.

In Italia, questa logica è stata incorporata nell’abilitazione scientifica nazionale, che ha utilizzato indicatori quantitativi come condizione per accedere alla valutazione. Il passaggio dalla funzione descrittiva alla funzione decisionale è avvenuto qui in modo esplicito, e gli effetti si sono accumulati nel tempo.

La riforma oggi in discussione interviene su questo assetto con una scelta netta sul piano formale: l’abilitazione scientifica nazionale viene superata. Al suo posto, l’accesso ai concorsi dovrebbe essere regolato da requisiti di qualificazione scientifica definiti a livello nazionale, mentre la valutazione verrebbe affidata alle commissioni dei singoli atenei. La struttura a due livelli viene mantenuta, ma cambia il dispositivo iniziale.

Un documento recentemente pubblicato dalla Accademia Nazionale dei Lincei introduce un elemento di novità che incide direttamente sulla logica della valutazione. Il punto centrale è la scelta di fondare il giudizio su un numero limitato di lavori selezionati dal candidato, che vengono esaminati nel merito da una commissione competente. Questa impostazione riduce il peso della quantità complessiva della produzione e degli indicatori che la sintetizzano, e sposta l’attenzione sulla qualità effettiva dei contributi.

Il significato di questa proposta emerge se si considera cosa fanno gli indicatori: aggregano informazioni eterogenee in misure sintetiche, perdendo gran parte della struttura interna dei lavori scientifici. La proposta dei Lincei compie il movimento opposto: riduce il numero degli oggetti valutati per aumentare la profondità dell’analisi. La qualità viene ricostruita attraverso la lettura, non inferita da proxy numerici.

Questo passaggio ha conseguenze operative precise. La valutazione richiede tempo, competenza specifica e responsabilità diretta da parte delle commissioni. Richiede anche una trasformazione del modo in cui vengono costituite. Se il giudizio si basa sull’analisi approfondita di lavori scientifici, i commissari devono possedere una competenza reale e attuale nelle aree direttamente rilevanti per quei lavori. La composizione delle commissioni diventa quindi parte integrante del metodo valutativo.

La proposta dei Lincei affronta anche il problema della comparabilità tra candidati. Il confronto non viene più costruito attraverso indicatori aggregati, ma attraverso l’analisi dei lavori nel loro contesto disciplinare. Il giudizio diventa meno uniforme, ma più aderente alla struttura reale della conoscenza prodotta.

A questo punto la questione si concentra sui requisiti di qualificazione, perché è in essi che si trasferisce la funzione di filtro che prima era esercitata dall’Asn.

Nel primo caso, i requisiti vengono costruiti per operare una selezione preventiva tra i candidati. Devono quindi consentire, già prima del concorso, di distinguere tra profili ritenuti più forti e profili ritenuti meno forti. Per fare questa operazione su scala nazionale, i criteri devono essere uniformi, applicabili senza ambiguità e verificabili rapidamente. Questo porta a costruire misure sintetiche che permettono il confronto diretto tra candidati e l’introduzione di una linea di separazione, esplicita o implicita. Anche evitando la bibliometria classica, si ricrea un dispositivo con la stessa funzione: ordinare e selezionare prima della valutazione nel merito.

Nel secondo caso, i requisiti vengono costruiti per verificare l’esistenza di una attività scientifica effettiva. Non servono a confrontare candidati tra loro, ma a distinguere tra presenza e assenza di attività. I criteri riguardano elementi di base: pubblicazioni sottoposte a revisione tra pari, continuità dell’attività, inserimento in una comunità scientifica. Tutti coloro che soddisfano queste condizioni accedono al concorso, senza graduatorie preliminari. La selezione avviene interamente nelle commissioni, attraverso l’analisi dei lavori presentati.

La differenza tra questi due modelli è sostanziale. Nel primo, la qualità viene compressa in una misura sintetica che orienta i comportamenti a monte, spingendo i candidati darwinianamente verso azioni opportunistiche e distorsive; nel secondo, la qualità viene valutata direttamente nel merito dei contributi, e gli incentivi si spostano verso la sostanza del lavoro scientifico.

La proposta dei Lincei è coerente con il secondo modello, ed è in questo molto apprezzabile. Tuttavia, si rende decisivo un ulteriore passaggio, che riguarda i rischi già emersi nel funzionamento del sistema universitario italiano. La storia recente mostra con chiarezza come conflitti di interesse ed endogamia accademica abbiano inciso profondamente sui meccanismi di selezione. In molti casi, la valutazione è stata influenzata da relazioni personali, appartenenze istituzionali e reti di collaborazione consolidate, producendo esiti prevedibili e poco aperti al confronto reale tra candidati.

Il modello proposto dai Lincei, fondato su commissioni altamente specializzate e su valutazioni qualitative approfondite, aumenta il peso di questi fattori. La competenza specifica porta inevitabilmente a selezionare valutatori che operano negli stessi ambiti dei candidati, e quindi esposti a relazioni dirette o indirette con essi. Senza un controllo rigoroso, questo assetto può rafforzare dinamiche già osservate, anziché correggerle.

Perché la proposta produca gli effetti desiderati, è necessario introdurre meccanismi stringenti: criteri di incompatibilità estesi e verificabili, tracciabilità delle relazioni scientifiche, apertura delle commissioni a componenti esterni alle reti locali, rotazione effettiva dei valutatori. La qualità del giudizio dipende in modo diretto da queste condizioni.

La riforma, per come è impostata ad oggi la sua discussione, potrebbe consentire un cambiamento reale nella valutazione della ricerca, ma questo sarà dipendente da scelte operative precise. Se requisiti quantitativi saranno usati per selezionare i candidati a monte, il sistema ricostruirà presto le dinamiche che hanno prodotto le distorsioni attuali. Se i requisiti saranno limitati a una funzione di accesso operando su criteri minimi e le commissioni saranno costruite in modo indipendente e competente, la valutazione può tornare a fondarsi sulla qualità effettiva dei lavori. È in questa combinazione che si decide la direzione del sistema di reclutamento dei nostri futuri accademici e scienziati.

 

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Il Foglio

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