I leader dei partiti della Groenlandia uniti contro Trump: “Né danesi e né americani, il futuro deve essere deciso dal nostro popolo”

  • Postato il 10 gennaio 2026
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I leader politici della Groenlandia hanno respinto le dichiarazioni di Donald Trump riguardo l’intenzione degli Usa di assumere il controllo dell’isola, insistendo sul fatto che il futuro della Groenlandia debba essere deciso dal suo popolo. “Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi“, hanno dichiarato nella serata locale di venerdì in un comunicato il primo ministro groenlandese JensFrederik Nielsen e quattro leader di partito.

La dichiarazione è stata firmata da Nielsen, Pele Broberg, Múte B. Egede, Aleqa Hammond e Aqqalu C. Jerimiassen. “Il futuro della Groenlandia deve essere deciso dal popolo groenlandese”, hanno aggiunto, “in qualità di leader dei partiti groenlandesi, vorremmo sottolineare ancora una volta il nostro desiderio che il disprezzo degli Stati Uniti per il nostro paese finisca”.

Venerdì Trump ha ribadito che intende acquisire la Groenlandia, regione semiautonoma della Danimarca, affermando che vuole impedire che ad appropriarsene siano la Russia o la Cina. Trump ha detto che intende farlo “con le buone o con le cattive“, senza fornire ulteriori spiegazioni. La Casa Bianca ha fatto sapere che sta valutando diverse opzioni, compreso l’uso della forza militare. La premier danese Mette Frederiksen ha avvertito che un’acquisizione da parte degli Stati Uniti potrebbe porre fine alla Nato e già giovedì i funzionari di Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti si sono incontrati per discutere della questione.

La dichiarazione dei leader dei partiti groenlandesi afferma che “il lavoro sul futuro della Groenlandia si svolge in dialogo con il popolo groenlandese ed è preparato sulla base delle leggi internazionali” e “nessun altro Paese può interferire in questo”. “Dobbiamo decidere il futuro del nostro Paese da soli, senza pressioni per decisioni affrettate, ritardi o interferenze da parte di altri Paesi”, affermano. Sebbene la Groenlandia sia l’isola più grande del mondo, ha una popolazione di circa 57mila abitanti e non dispone di un proprio esercito. La difesa è assicurata dalla Danimarca, il cui esercito è ovviamente più piccolo di quello degli Stati Uniti.

Intanto, secondo un sondaggio realizzato dall’istituto Voxmeter per i principali quotidiani danesi, quasi quattro danesi su dieci pensano che gli Stati Uniti possano arrivare a invadere la Groenlandia durante la presidenza di Donald Trump.

La rilevazione, condotta tra il 6 e il 9 gennaio su un campione di mille persone, mostra la preoccupazione del paese sul tema: il 10% degli intervistati si dice fortemente convinto che Washington possa passare dalle parole all’azione, mentre un altro 28,3% ritiene sia un’ipotesi plausibile. In totale, quasi il 40% dei danesi non esclude quindi lo scenario più estremo. Al contrario, il 28,6% respinge l’idea, ritenendola non credibile.

In Danimarca spopola “Boykot varer fra Usa” (“Boicotta i prodotti americani”)

In Danimarca nel frattempo continua a prendere piede il boicottaggio anti-Usa: oltre 95mila persone hanno aderito al gruppo “Boicotta i prodotti americani” (“Boykot varer fra Usa”), nato appunto in risposta alle rivendicazioni di Donald Trump sulla Groenlandia. Coca-Cola, Heinz, Netflix, Amazon: la gamma dei marchi statunitensi finiti nel mirino del movimento è enorme. E dopo le ultime uscite del tycoon, secondo quanto riferisce l’emittente TV 2 Kosmopol, sono arrivate fino a 500 nuove adesioni al giorno.

Nei post in questione, i danesi si scambiano consigli per sostituire i brand statunitensi con alternative nazionali ed europee: stop agli abbonamenti Netflix, YouTube e Prime, dentro TV 2 Play, Drtv e Viaplay. E anche al supermercato si cambia: meno Coca-Cola, Heinz e vini americani, più etichette europee. “Ho rinunciato a vini Usa, noci, salsa barbecue, patatine e servizi di streaming”, ha raccontato Bo Albertus, tra i promotori, che non considera “un doppio standard” l’utilizzo di Facebook per coordinare il boicottaggio. “È una scelta consapevole, un male necessario per raggiungere più persone”, ha spiegato.

L’impatto, stando agli esperti, può essere concreto. “Mettere in discussione marchi che si fondano sull’identità americana ne riduce il valore”, ha osservato il professore di economia e management dell’Università della Danimarca meridionale. Il colpo più duro, a suo avviso, è digitale: “Se molti abbandonano le piattaforme Usa, le conseguenze si sentono”. Poi ci sono “viaggi e investimenti“: rinunciare agli Stati Uniti come meta turistica e rivedere la provenienza delle azioni diventano altre leve di pressione.

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