I dimenticati dell’arte. La storia di Ercole Patti, scrittore antifascista e viaggiatore 

  • Postato il 29 marzo 2026
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  • Di Artribune
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A Catania frequentava Giovanni Verga, Luigi Pirandello e Vitaliano Brancati, mentre a Roma trascorreva pomeriggi nella terza saletta del Caffè Aragno, in compagnia di Alberto Savinio, Vincenzo Cardarelli Ardengo Soffici. Aveva la scrittura nelle vene, tanto che iniziò a pubblicare a 15 anni sul Corriere dei Piccoli con il racconto Il chiodino, scritto durante la convalescenza della febbre spagnola e pagato 25 lire. 

Chi era Ercole Patti 

Un esordio davvero promettente per Ercole Patti (Catania, 1904- Roma, 1976) nato dall’avvocato Luigi Patti, e Mariannina Nicolosi, proprietaria terriera a Trecastagni. Da ragazzo Ercole fu diviso tra la volontà paterna, che lo voleva avvocato, e la passione per la scrittura, trasmessagli dallo zio scrittore Giuseppe Villaroel, che introdusse il giovanissimo nipote nell’ambiente letterario catanese. Dopo aver conseguito la licenza liceale al collegio gesuita Pennisi di AcirealePatti decise di iscriversi a giurisprudenza per accontentare il padre, a patto di poter trascorrere sei mesi all’anno a Roma, per dedicarsi alla scrittura. Ercole arrivò la prima volta nella capitale a 17 anni, e fu subito attrazione fatale: si innamorò dei monumenti, degli odori dei vicoli e delle ragazze romane “necessarie, alla vita come l’aria, la luce, il pane” scrisse nel suo romanzo Quartieri alti, pubblicato nel 1940. Da Aragno e al Caffè Greco incontrò poeti, artisti e scrittori, e capì subito che la sua vita sarebbe stata dedicata alla scrittura, e non alle cause legali.  

Patti e Roma 

L’aria leggera e un poco frizzante di Roma” scrisse, “coi suoi giornali con le firme degli scrittori famosi che abitavano vicino e che desideravo conoscere, mi dava come una leggera ebbrezza e mi spingeva a lavorare”. Così, dopo essersi laureato nel 1925 a Catania in Diritto Internazionale, Patti si trasferì definitivamente nella capitale, dove cominciò a collaborare con una serie di testate, dal Giornale d’Italia al Tevere, dove iniziò con una rubrica di costume per poi passare ai reportage di viaggi in tutto il mondo, dall’India al Giappone, dalla Turchia all’Egitto. Per la testata Il Popolo d’Italia, nel 1936, raccontò la fuga del negus Hailé Salassié e il ritiro degli inglesi, mentre due anni prima aveva seguito per la stessa testata il Giro d’Italia. A metà degli Anni Trenta iniziò a scrivere sceneggiature per il cinema con un notevole successo: tra i titoli più noti Darò un milione (1935), Ma non è una cosa seria (1936), Senza cielo (1940), È caduta una donna (1941) e Documento Z3 (1942).  

Patti antifascista 

Il suo credo antifascista e l’appoggio a Badoglio gli costarono nel 1943 tre mesi di carcere a Regina Coeli, dove incontrò Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. A partire dal 1940, con Quartieri alti, la carriera letteraria di Patti prese il volo: libri come Giovannino (1954), Un amore a Roma (1956) e Cronache romane (1962), furono spesso candidati a premi letterari come lo Strega, e trasposti in pellicole cinematografiche dirette da illustri registi come Mario Soldati o Dino Risi. A partire dal 1965 Patti cominciò a raccontare la sua Sicilia, raccontata con uno stile asciutto, teso a rivelare gli intrighi nascosti dietro le apparenze borghesi. L’isola è protagonista di opere come La cugina (1965), Un bellissimo novembre (1967), considerato il suo capolavoro, seguito da Graziella (1970) e Diario siciliano (1971). Quest’ultimo, dagli accenti proustiani, è ispirato all’infanzia trascorsa tra Catania e Trecastagni, che Patti definì come “un viaggio autunnale compiuto a ritroso”.  

Contro le neoavanguardie 

La sua proverbiale avversione per le neoavanguardie come il Gruppo 63 sfocia in alcune pagine del Diario, dove uno dei personaggi butta dal balcone diversi libri di scrittori contemporanei, come Balestrini, Leonetti, Manganelli, Eco ed altri. Nel 2019 la Nave di Teseo ha ripubblicato tutte le opere di Patti in un unico volume, curato da Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla.  

Ludovico Pratesi  

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Artribune

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