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I concept album negli anni Settanta: The Who, Pink Floyd, Jethro Tull…

  • Postato il 19 aprile 2026
  • Lifestyle
  • Di Blitz
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I concept album negli anni Settanta: The Who, Pink Floyd, Jethro Tull…

In questo articolo ho pensato di proporre una selezione di concept album ma, poiché le scelte erano davvero troppe, ho deciso di limitarmi ai concept album negli anni Settanta. Senza ombra di dubbio, si tratta del decennio per eccellenza dei concept album, tanto da correre il rischio che anche limitandosi solo agli anni Settanta non si riesca a delimitare il campo a sufficienza per un elenco adeguato alle dimensioni di un articolo.

Ma una chiave per ridurre ulteriormente le scelte a disposizione può essere trovata nella definizione di cosa effettivamente sia un concept album. Da un punto di vista letterale, si tratta di un qualsiasi album composto da canzoni incentrate intorno a un tema specifico, un racconto, un’idea di base. Certo, detto così appare un po’ generico: ogni album ispirato a un romanzo, a un personaggio, a un periodo storico e via dicendo rientrerebbe a pieno titolo nella definizione.

Ma il problema più grande, dal mio punto di vista, è che questa definizione ci parla quasi esclusivamente dei testi, delle parole. E la musica? Non dovrebbe essere l’aspetto principale di cui stiamo parlando? Se il tema è dato solo dai testi, io direi che ci troviamo di fronte a un album “a tema”.

E allora io propongo di metterci d’accordo su una diversa definizione, sicuramente migliorabile, ma da prendere per buona per la durata di questo articolo e poi in seguito verificare se e quanto ci funziona e come possiamo perfezionarla. Per me, in un concept album la musica deve raccontare una storia, un tema, un’idea di base comune a tutte le canzoni che compongono l’opera. È abbastanza naturale che questo avvenga in sinergia con gli eventuali testi delle canzoni, ma questo racconto si deve svolgere a prescindere dalle parole. In effetti, potrei citare alcuni esempi di album strumentali considerati comunemente concept album: qualcuno lo incontreremo anche più avanti.

In un concept album, allora, potremmo trovare temi musicali che ritornano da un brano all’altro, secondo una tecnica compositiva già cara a Wagner, che spesso la utilizzava nelle sue opere liriche. Ma un racconto può essere portato avanti anche con altri stratagemmi, come ad esempio un accostamento di quadri che segue una sequenza specifica. Eppure, anche in questo caso, lo sviluppo musicale da un brano all’altro dovrebbe darci l’idea di una progressione in una narrazione. Spesso, ma non necessariamente, le canzoni di un concept album si susseguono senza soluzione di continuità, finendo una nell’inizio della successiva. A volte, anche quando c’è una cesura tra un brano e l’altro, la conclusione di una canzone è in qualche modo sospesa e trova la sua logica conclusione nell’inizio della canzone seguente.

Guardando a queste caratteristiche, viene da pensare a una sorta di “teatralizzazione” della successione dei brani. In effetti, è innegabile un rapporto diretto fra la scelta di costruire un disco come un concept album e la messa in scena teatrale. Sembra di potere ipotizzare che spesso questa scelta derivi dalla necessità di costruire un’identità precisa non solo per i singoli brani che compongono l’opera, ma per l’intera successione di canzoni, per l’album come opera intera, che ha senso compiuto solo nella sua completezza.

Personalmente trovo affascinante vedere emergere questa necessità in così tanti artisti negli anni Settanta. Sicuramente, questa nuova visione è legata anche alle evoluzioni dei mezzi di produzione messi a disposizione dei musicisti. Ma a me piace vederci anche una deliberata scelta artistica, una consapevolezza che si stanno costruendo oggetti culturali ed artistici sotto forma di album, che meritano una cura particolare.

Proprio questo aspetto di teatralizzazione è probabilmente alla base della definizione che spesso viene associata nel mondo anglosassone a questo tipo di album: rock opera. Eppure, anche in questo caso, si tratta di una definizione che rimane valida per opere che non presentano necessariamente i tratti che abbiamo descritto prima, indispensabili per sviluppare un racconto.

Così, Jesus Christ Superstar di Andrew Lloyd Weber, uscito nel 1970, è sicuramente un album a tema, in cui si racconta una storia, peraltro legata alla messa in scena teatrale. Ma la musica in sé non sviluppa un racconto, se non attraverso i testi e la stessa messa in scena teatrale.

Un discorso simile vale per The Rise and Fall of Ziggy Stardust, album del 1972 di David Bowie: qui le canzoni sono separate e a sé stanti. È come se il titolo e la successione dei brani siano arrivati dopo, a intessere un senso globale all’opera, a fare da collante fra le canzoni. Non posso certo affermare che sia così, ma comunque la musica non sviluppa esplicitamente un racconto da un brano al successivo. E, per rimanere nell’ambito del glam rock, che alla teatralità musicale ha dedicato tanta attenzione, lo stesso discorso vale anche per Bat Out of Hell, album di esordio del 1977 di Meat Loaf.

Il caso dei Gong, con la loro trilogia sulle avventure cosmiche di Zero the Hero e della sua teiera volante, è un altro esempio di una storia, sviluppata stavolta addirittura attraverso tre e più album, che viene raccontata dai testi, ma non sviluppata chiaramente dalla musica. Si tratta, in fin dei conti, di un espediente, di un geniale pretesto per tenere insieme brani che presentano elementi musicali molto diversi fra loro.

Gli anni Settanta sono anche gli anni in cui si è particolarmente sviluppato il progressive rock. Viene quindi spontaneo pensare di poter trovare molti esempi di concept album all’interno di questo mondo. Ma, se prendiamo per buona la nostra definizione di concept album, scopriamo che non è necessariamente così.

I Rush, in 2112 del 1976, riempiono l’intero primo lato del vinile con un’unica lunga suite, composta di diversi brani uniti fra loro e che costruiscono una storia. Ma il lato B non prosegue assolutamente sullo stesso tono. Sono diversi i casi in cui il termine concept album viene utilizzato per descrivere opere che contengono semplicemente una lunga suite.

Il prog italiano degli anni Settanta sembra particolarmente ossessionato dalla necessità di dare dignità agli album attraverso la costruzione di un tema unico. È il caso, ad esempio, di Darwin!, pubblicato nel 1972 dal Banco del Mutuo Soccorso: questo splendido capolavoro della musica italiana, per me è l’esempio perfetto di un album a tema, piuttosto che di un vero e proprio concept album, soprattutto dal punto di vista strettamente musicale.

Tra gli album, invece, esplicitamente e direttamente ispirati a romanzi, spicca il caso di Journey to the Centre of the Earth, registrato da Rick Wakeman nel 1974, che per molti versi potrebbe considerato un caso limite: ci sarà sempre qualcosa che sfugge alla rigida logica di una definizione. Qui i brani costituiscono una serie di quadri, collegati spesso da una voce narrante, quasi si trattasse di un esempio di audiolibro ante litteram. Già l’anno prima, d’altra parte, Wakeman aveva pubblicato The Six Wives of Henry VIII, album strumentale in cui i brani sono accomunati da un’idea, un tema centrale indicato dai titoli. Ma dal punto di vista strettamente musicale, non mi pare si possa effettivamente parlare di un concept album.

E poi c’è Joe’s Garage, un capolavoro del 1979 firmato Frank Zappa. Anche qui, la storia narrata dai testi viene sottolineata dai brani come se si trattasse di scene teatrali. Ma nella musica nulla sembra poter far pensare a uno sviluppo di una storia indipendente dalle parole. L’unico elemento a collegare le canzoni sono gli interventi della voce distorta e sinistramente sussurrata del Central Scrutinizer

Menzioni speciali

Cominciamo in questo paragrafo ad avvicinarci alla definizione che abbiamo proposto all’inizio dell’articolo, con alcuni grandi album degli anni Settanta che presentano caratteristiche molto più vicine alla nostra idea di concept album.

Nel 1973, gli Yes pubblicano Tales from Topographic Oceans. Si tratta di un doppio vinile, con un unico lungo brano per ciascuno dei quattro lati a disposizione. All’interno dei quattro brani, alcuni temi musicali ritornano, legando il tessuto musicale in una narrazione piuttosto esplicita.

In Italia, il Balletto di Bronzo pubblica Ys nel 1972: uno straordinario concept album sul viaggio in tre incontri compiuto dall’ultimo uomo sulla Terra prima di scomparire nell’oscurità, come la mitologica isola di Ys. Alcuni temi musicali si rincorrono tornando da un brano all’altro, conferendo una solida coerenza e identità allo sviluppo della narrazione musicale.

Ancora in Italia, ma questa volta al di fuori dell’ambito del prog. Nel 1977 Edoardo Bennato incide Burattino senza fili. L’album è composto da una serie di brani distinti ispirati ai personaggi di Pinocchio di Collodi. Ma i temi che ritornano e si richiamano, anticipando le melodie dei brani che devono ancora arrivare, fanno rientrare l’opera nella nostra definizione di concept album.

Quello di The Lamb Lies Down on Broadway, album dei Genesis del 1974, è un caso di concept album che non fonda lo sviluppo narrativo musicale sul ritorno di temi musicali. I brani sono quasi delle scene, dei quadri accostati l’uno all’altro, ma il racconto della storia passa inequivocabilmente per la musica tanto quanto per le parole. La storia, ambientata a New York, è un percorso alla scoperta di sé ideato da Peter Gabriel stesso.

In 666 del 1972 i greci Aphrodite Child si ispirano ovviamente alle storie della Bibbia, in particolare all’Apocalisse di Giovanni. I brani sono collegati tutti fra loro e, nel secondo lato del vinile, il brano All the Seats Were Occupied presenta il ritorno di frammenti di altri brani dell’album.

Anche la controcultura hippie ha prodotto dei veri e propri concept album, come Blow Against the Empire, pubblicato nel 1970 da Paul Kantner and Jefferson Starship. La storia è incentrata intorno al dirottamento di una nave spaziale da parte di un gruppo di ribelli della controcultura che intendono usarla per viaggiare nello spazio alla ricerca di una nuova casa. L’elemento musicale che crea un collante per tutto l’album è costituito dagli effetti che simulano il suono dell’astronave e dai campionamenti di parti di canzoni pesantemente effettate.

Del 1973 è In a Glass House dei Gentle Giant. L’idea di base intorno alla quale si incentrano i testi dell’album è piuttosto vaga, basata sul proverbio che recita che “coloro che vivono in case di vetro non dovrebbero lanciare pietre”. La musica si sviluppa diversa e separata da un brano all’altro. Ma proprio alla fine i Gentle Giant inseriscono una traccia nascosta, intitolata semplicemente Index, in cui vengono ricapitolate tutte le canzoni dell’album: una traccia che ha l’unico scopo di costruire l’idea di un concept album, di riunire i brani in un’unica narrazione, e che fa tutto questo su un piano squisitamente musicale più che testuale.

In Dawn, album dei tedeschi Eloy del 1976, la storia bizzarra del protagonista, morto nell’album precedente Power and Passion ma che qui viaggia in forma di spirito nel tempo e nello spazio alla ricerca della sua amata, è sviluppata attraverso nove tracce collegate tutte l’una all’altra.

Un esempio decisamente differente è quello di The Children of Lir, album del 1974 della band irlandese Loudest Whisper. Qui le sonorità prog si mescolano al folk irlandese, nel racconto della leggenda del Re Lir e dei suoi figli che vengono trasformati in cigni. I brani non sono collegati fra loro, né si richiamano in maniera esplicita sul piano dei temi musicali. Eppure direi che si tratta di un caso limite: ascoltando l’album nella sua successione, infatti, si può cogliere uno sviluppo narrativo nella musica.

Un caso particolarmente singolare, poi, è quello di Serge Gainsbourg, cantautore francese che nel 1971 pubblica Histoire de Melody Nelson e nel 1976 L’homme a tete de chou. In entrambi gli album la storia è soprattutto un pretesto per affrontare temi scabrosi per l’epoca, principalmente legati alla libertà sessuale. E la musica è protagonista dell’evoluzione del racconto quanto i testi.

The Who, Quadrophenia

Quando si pensa ai concept album, soprattutto negli anni Settanta, si pensa immediatamente all’ambito del progressive rock. Abbiamo già visto come invece la strategia del concept album coinvolgesse in quegli anni un panorama musicale molto più vasto di quello esclusivamente prog. Gli Who hanno spesso cercato nel racconto di una storia un elemento di unità stilistica per i loro album. Quadrophenia del 1973 è uno dei loro album più riusciti da questo punto di vista, con brani che racchiudono temi di altre canzoni a fare da richiamo e da collante. Nel 1979 Quadrophenia divenne anche un film. La seconda traccia dell’album è The Real Me.

Michael Nesmith, The Prison

Nella ricerca di album che rispondano ai criteri indicati sopra e possano quindi essere considerati a tutti gli effetti dei concept album, capita spesso di imbattersi in opere molto poco conosciute. The Prison, album pubblicato da Michael Nesmith nel 1974, è in realtà un esperimento multimediale di altri tempi. Qui Nesmith, ex membro dei Monkees, scrive e pubblica un romanzo e allo stesso tempo crea la colonna sonora di quel romanzo. La narrazione musicale si muove senza molti rimandi tematici, ma comunque costruendo uno sviluppo musicale innegabile, con uno stile per molti versi vicino al country. La penultima traccia è Marie’s Theme.

Nektar, Journey to the Centre of the Eye

Un astronauta, in viaggio verso Saturno, incontra degli alieni che lo portano nella loro galassia, passandogli conoscenze e saggezza: questa la trama raccontata da Journey to the Centre of the Eye, album di esordio dei Nektar, uscito nel 1971. L’album è composto da 13 tracce, che possono però essere anche considerate come un unico lunghissimo brano, che si sviluppa attraverso continui rimandi tematici. Astronaut’s Nightmare è la seconda traccia.

Pink Floyd, The Wall

I Pink Floyd sono stati fra i principali esploratori del format concept album, visto che già The Dark Side of the Moon del 1973 e Animals del 1977 possono essere considerati tali. In The Wall, uscito nel 1979, la storia si fa però più esplicita, come anche i rimandi tematici nella musica da un brano all’altro. Fra i temi principali che ritornano c’è quello memorabile di Another Brick in the Wall, Part Two.

Jethro Tull, Thick as a Brick

Per quanto riguarda il progressive rock degli anni Settanta, non credo si possa trovare un album che più di Thick as a Brick rientri nei canoni della definizione di concept album. Pubblicato dai Jethro Tull nel 1972, l’album è composto da due lunghi flussi continui di musica, uno per lato del vinile, con temi musicali che vengono a tratti richiamati a costruire uno sviluppo narrativo basato addirittura più sulla musica che sui testi. Nel video, una versione ridotta dell’album eseguita dal vivo nel 1977.

Marvin Gaye, What’s Going On

Può sembrare incredibile, ma What’s Going On di Marvin Gaye appare a tutti gli effetti come un concept album in piena regola. Uscito nel 1971, l’album è composto da brani che sembrano tenuti insieme da una sorta di continuum ritmico delle percussioni. Il progetto di quest’opera da parte di uno dei massimi esponenti della motown parve troppo estremo anche ai produttori discografici. Tanto che lo stesso Gaye dovette comparire come produttore perché l’album vedesse la luce. La title track è probabilmente il brano più iconico di Marvin Gaye.

Camel, Music Inspired from the Snow Goose

Music Inspired from the Snow Goose è l’esempio perfetto di un concept album in cui la narrazione è portata avanti esclusivamente dalla musica. Si tratta infatti di un album strumentale, pubblicato dai Camel nel 1975 e ispirato al romanzo La principessa smarrita di Paul Gallico, di cui ripercorre la storia. I brani sono brevi e si susseguono in un racconto musicale estremamente efficace. The Snow Goose è la sesta traccia.

Roger Glover, The Butterfly Ball and the Grasshopper’s Feast

Roger Glover, bassista dei Deep Purple da poco uscito dalla band, pubblica nel 1974 The Butterfly Ball and the Grasshopper’s Feast, ispirato all’omonima poesia di William Roscoe del 1802. Dietro l’apparenza di una musica di accompagnamento per un libro per bambini, si nasconde un grande concept album, che vede tra l’altro la partecipazione di un’enormità di grandi nomi del rock. I brani sono brevi, collegati fra loro e trovano sempre nell’inizio del successivo la logica conclusione del precedente. La penultima traccia dell’album è Love is All, che vede Ronnie James Dio alla voce.

Metamorfosi, Inferno

In Italia, negli anni Settanta, sono molti i gruppi prog che sentono la necessità di unire i brani di un album sotto un unico tema di fondo, creando album a tema e, a volte, anche concept album. I Metamorfosi nel 1973 registrano Inferno, album ovviamente ispirato ai canti danteschi. Qui come in pochi altri esempi del prog italiano, troviamo temi che si richiamano da un brano all’altro e una forte consequenzialità musicale dei brani. La seconda traccia è Selva oscura.

Franco Battiato, Fetus

Per concludere, rimaniamo ancora in Italia, ma ci allontaniamo dall’ambito del progressive rock. Fetus è l’album di esordio di Franco Battiato, uscito nel 1972. Battiato era un allievo di Stockhausen, quindi fortemente influenzato dalle stesse pulsioni che avevano dato vita al krautrock, come risulta subito evidente ascoltando questo album. Fetus si ispira alla visione distopica del Mondo nuovo di Aldous Huxley, in cui ogni nascita è costruita in laboratorio. Nel video, anch’esso del 1972, Battiato esegue in uno studio televisivo, insieme alla sua band, Energia, prima traccia dell’album, e Meccanica, prima traccia del lato B.

 

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Autore
Blitz

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