I coach di “Ballando” non vivono più di luce riflessa. Taumaturghi di corpi e anime, sono i nuovi protagonisti

  • Postato il 22 dicembre 2025
  • Di Il Foglio
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I coach di “Ballando” non vivono più di luce riflessa. Taumaturghi di corpi e anime, sono i nuovi protagonisti

La petite danseuse (un tempo le potevi definire ballerinette, piccole e candide com’erano nella loro pre-adolescenza: oggi col politically correct è termine svilente, pregiudizievole, forse sessista), insomma la ragazzetta con il tutù Degas di morbido tulle rosa, il corpetto in tinta e il diadema di strass a far corona allo chignon, avanza impavida in scena. Il suo è un numero di danza classica, con tutta evidenza, visto che non è proprio bardata come Jennifer Beals in “Flashdance”,  ma come sempre, per apporvi il marchio del proprio abbecedario dell’ovvio la Milly nazionale, al secolo Carlucci, deve notiziarci che la danza classica è “l’origine di tutta la danza che esiste”. Erudizione ed esibizione. La ballerinetta (ops!) non entrerà tra i finalisti di questa sera, prima di lei si sono esibiti, al torneo junior chiamato “Ballando con te”, due squadroni, con costumi smerigliati, nel moderno e nell’hip hop e un duo snodabile che, non fosse per la verdissima età, potrebbe fare da testimonial al Voltaren Gel in un cha-cha-cha che farebbe trasecolare Abbe Lane, per quanto poco somigli al tradizionale sommovimento corporeo arrivato da Cuba dal dì che fu. Forse non è peregrino il sospetto che molti di questi ragazzi, invece che il palcoscenico del Sistina o i riflettori della Scala, sognino quella lucina rossa che s’è appena accesa, uno scatenato jive o una frenetica rumba appena insegnata a un allievo teatrante, tennista, nuotatore, direttore d’orchestra, presentatore, comico, opinionista a gettone, giornalista, domatore di leoni, politico in carica o ex. Insomma, siamo proprio certi che qualcuno tra questi giovanissimi non ambisca a un contratto come coach di “Ballando con le stelle”? A una sala prove meno accademica ma più visibile per successi più velocemente raggiungibili?

  

Coach, ovvero allenatore. E come ogni buon coach che si rispetti, anche quello di “Ballando” è, suo malgrado, scritturato come psicoterapeuta

  
E’ ormai talmente conteso, infatti, quel posto, che la produzione, la Ballandi, che sembrò un nomen omen quando il buon Bibi si intestò anche quel sabato sera tv insieme ad altri fortunati appuntamenti, s’è inventata uno spin-off del varietà ballerino, si chiama “Sognando… Ballando con le stelle”, unico titolo al mondo che inanelli coraggiosamente due gerundi di seguito: praticamente un talent in cui ballerini professionisti si mettono alla prova per conquistare un posto proprio come maestro, coach, insegnante, chiamatelo come volete, dello show principale, in una parola a prendersi la briga taumaturgica di ossa cigolanti e muscoli intorpiditi di celebrità tra le più assortite per vocazioni, attitudini e mestieri diametralmente opposti all’arte di Tersicore. Quest’anno vinse Yovanny De Jesus Moreta, in arte Chiquito, dominicano, cui poi toccò in sorte l’allieva Marcella Bella. 


Insomma, chi arriva a insegnare a “Ballando” all’inizio vive magari di luce riflessa, irradiata dalla popolarità dell’allievo o dell’allieva vippisssimi o semivip ma, in breve tempo, rifulge di luce propria con quel che ne consegue, dal “l’ho vista ieri sera in tv” della portinaia all’indotto professionale: ingaggi dal teatro alla pubblicità, alla stessa tv, per non dire della popolarità acquisita dalle scuole o accademie di danza – di gestione propria o nelle quali il/la ballerino/a instilla tecnica e sobilla talento magistralmente – le cui quotazioni salgono in maniera esponenziale. 


Per non parlare delle “ospitate”. Alessandra Tripoli, che in quel di Misilmeri, hinterland semicollinare di Palermo dove nacque 38 anni fa, non avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe fatto di uno stileliberista come Filippo Magnini un quasi ballerino, ha l’onestà intellettuale di chiamarle proprio così, con il loro nome, “ospitate”, che possono essere gli open day delle scuole di danza o i loro saggi finali, occasioni insomma in cui l’augusta presenza televisiva appone il sigillo della propria celebrità per garantire le qualità del prodotto o anche – mai dire mai – l’inaugurazione di un centro commerciale o di un negozio di articoli per la danza. Un po’ come quando, per la festa del patrono, le Pro-loco o i Comuni strombazzavano sui manifesti controfirmati dall’Arcidiocesi  “presenta Daniele Piombi della Rai-Tv”. Ma allora c’era solo la tv o, meglio, la Rai-Tv, i canali erano al massimo due, e il divismo era cosa diversa da quella che invece, ai nostri tempi, è la popolarità spalmata su più fronti, purtroppo anche a beneficio di ignoti senz’arte né parte. Oggi si scrive “direttamente da Ballando con le stelle” o “dal successo di Amici” anche se appare demodé rispetto al “migliaia di visualizzazioni su Tik Tok”.  
Coach, dunque, ovvero allenatore, termine meno austero che maestro. E come ogni buon coach che si rispetti, anche quello di “Ballando” è suo malgrado scritturato come psicoterapeuta, confidente, curatore dell’anima oltre che del corpo. Il ballo in coppia, poi, con la sua fisicità, assicura ancora Tripoli, abbatte le barriere, “rompe la corazza” per usare un suo termine, facendo di due corpi uno soltanto, in un’unica espressione, aggrega anime, le sintonizza. “Per fortuna, quando ho cominciato l’esperienza di ‘Ballando’ avevo già una storia ben strutturata”, mette avanti le mani la coach parlando della sua relazione con Luca Urso (ballerino anche lui – la front line dello show è quasi sempre sentimentalmente impegnata con colleghi – siciliano anche lui e anche lui già coach nel programma). 

  

In ogni edizione vorremmo si ripetesse quel che è accaduto tra Bianca Guaccero e Giovanni Pernice, pervasi dal demone della danza e dall’attrazione 

  
Perché si sa: più che per Pigmalione e Eliza Doolittle, più che per il diamante grezzo e per chi lo leviga tra chassé e plié, noi, più caserecci, tifiamo per AlBano&Romina, più che allacciati in un tango, quelli lì, li vorremmo abbracciati in un talamo: e ogni anno, in ogni edizione vorremmo si ripetesse quel che è accaduto in quella passata tra Bianca Guaccero e il suo maestro Giovanni Pernice pervasi dal demone della danza e dall’attrazione di testa e di corpo, fuggiti nottetempo  – tra salsa e twist – con la grande coppa della vittoria e dell’amore. Quale miglior gran finale? 

   

Luca Favilla, coach di Martina Colombari: “Si balla in due e non sono solo due corpi che s’incontrano, sono anche due anime”

    
D’altronde se il vip affida al ballo perfino i più remoti recessi del proprio inconscio (in tanti hanno raccontato un vissuto personale prima in sala prove e poi attraverso le sgambettanti performance) sembra poi facile, per i sempliciotti, l’equazione lettino (coreografico)-letto (non coreografico). Quest’anno l’aspettativa più grande era tutta per Barbara D’Urso (cazzutissima Fenice rinata dalle proprie ceneri) e il suo mentore Pasquale La Rocca. Il ballo è la più allusiva delle arti e lui, guarda caso, prima della finale ha scelto per la coppia un tango: “Il tango è un pensiero triste che si balla”, diceva Borges. La Rocca alludeva forse all’avventura su cui sta per scendere il sipario? Era il presagio del prossimo distacco? “Questo tango lo porterò nel cuore”, ha scritto infatti sul suo profilo facebook.  I due, con le allusioni, da buoni napoletani, ci hanno giocato per tre mesi. Ma Barbara, più pragmatica, ha rilanciato: “Sempre piaciuti gli uomini più giovani”, alludendo ai 32 anni di differenza che la separano dal suo romantico porteur.
In questo turbinio di cuori che scorrono languidi come una milonga o battono impazziti come un fox, una coppia a rischio “scompiglio” (come ama dire Luca Favilla, altro coach, ha guidato la sempre bellissima Martina Colombari) era già dall’inizio quella formata da Andrea Delogu e Nikita Perotti. Lo “scompiglio” purtroppo è stato un altro, quello provocato dalla morte in motocicletta del fratello di Andrea, Evan, 18 anni. Lei si ritira per due settimane, poi the show must go on e al suo ritorno in tv è soprattutto lui, il ventisettenne maestro, che deve curare quella ferita facendole intendere che, parallela allo show, va avanti anche la vita. Il campo largo che va dal Movimento AlBano&Romina alla casalinga di Voghera, ai gossippari del web si attrezza come peggio può (crede sempre di far del bene al prossimo, specie se afflitto) e Andrea è costretta a spiegare al colto e all’inclita che coesistono placidamente tanti tipi di amore: “Ho i direct pieni di ‘dimmi che vi amate’ – posta su facebook –. Questa che state leggendo è una dichiarazione, aggiungete voi la parola che preferite perché io posso solo descrivere quello che Nikita è per me, e quello che Nikita è, e poi la definizione la sceglierete voi, perché quella che vorrei usare io ha tante sfumature e questo rapporto è una di queste sfumature e spero che duri per sempre”. Segue una sleppa infinita ma onesta, povera Andrea, senza che si citi mai la parola magica che comincia per “a” e finisce per “e” e che tante sfumature compendia tra cui quella che s’addice al rapporto tra l’allieva e il giovane coach. E quasi fatta apposta, ma in realtà involontaria, piomba simultanea la paparazzata sulla Delogu con fidanzato imprenditore beccati sotto la di lei casa mentre si baciano. Il campo largo è servito, compresa Rossella Erra, la sua più agguerrita supporter, il “tribuno del popolo” di “Ballando” che vede flirt alla Peynet o passioni scatenate alla “Attrazione fatale”, nel più piccolo anfratto di quel salone da ballo di stucchi, velluti e damaschi allestito nell’auditorium del Foro Italico. 
Consola quantomeno il fatto che Flavia e Graziano sono amici. Flavia è Pennetta, ex tennista nonché moglie di Fabio Fognini, da poco ex tennista anche lui e ballerino ormai provetto a “Ballando”. Graziano è Di Prima, ballerino e coreografo, scuola “Amici” della De Filippi che “Ballando” lo frequenta ormai da maestro solo nella versione inglese, nonché marito di Giada Lini, coach del succitato Fognini. Testimone dell’amicizia è la stessa Giada che sorride all’ipotesi coinvolgimento sensuale maestra-allievo. Però ammette: “Certo, i ballerini sono avvezzi al contatto fisico e sanno gestire meglio la relazione tra due corpi che si incontrano, si toccano, si fondono”. Con Fognini comunque no problem. Attrazioni inconsulte a parte, non conferma la minaccia di tirargli racchettate in caso di pigrizia o disimpegno che qualcuno avrebbe ascoltato nei corridoi anche se il suo motto è “bastone e carota: proprio come hanno fatto i miei insegnanti con me”.  Dice anche che “Ballando” le ha dato tanto ma, visibilità a parte, “è il lato umano che è uscito fuori, certi aspetti del carattere che nemmeno i miei allievi, a scuola, avevano intuito”. 

 
Non sempre è semplice fare il coach a “Ballando”. E non perché ti vieni a trovare in situazioni tra le più diverse – possibile cavare qualcosa di più che non fosse un sorriso da Maurizio Ferrini nel suo doppio femminile della signora Coriandoli? – ma Simone Di Pasquale mette le mani avanti: “Parliamo non di corpi che vanno plasmati attraverso esercizi e regole, ma di persone, di personalità, di attitudini individuali delle quali bisogna tener conto. Parliamo di professionisti, magari navigati, ma che davanti alla danza, messi di fronte a quell’impegno, tante ore al giorno per 5 giorni su 7, manifestano fragilità, perplessità, incertezze su un nuovo modo di mostrarsi e tutto questo non può essere un carico individuale ma un gioco di squadra, una costruzione a tavolino con la direzione artistica, con gli autori del programma. Il coach non può soltanto insegnare un passo, una tecnica, educare a una nuova disciplina, deve anche capire l’origine della persona con cui si relaziona, la formazione culturale, da un lato le ritrosie e dall’altro la voglia di concedersi, di stare al gioco”. Teoria che, a dire il vero, esposta così fa un po’ paura. “Ma no, poi c’è anche il lato più strettamente umano, quella confidenza che si crea, quell’intimità amichevole che spesso instaura rapporti bellissimi e duraturi”. E il riscontro che ha avuto il settore da questa massima esposizione mediatica ormai ventennale? “C’è, non si può certo negare. Il fatto che il coach sia un personaggio a tutti gli effetti, che abbia anche il suo peso nel gradimento dello show è indubbio. Così come ha portato, nella nostra professione, al riconoscimento di un ruolo, quello del docente che, pur essendo fondamentale, è sempre stato un po’ in ombra perché la popolarità e gli applausi se li becca sempre chi va in scena. Insomma, il settore è più accessibile e più appetibile per tante persone”.

 
Anche Luca Favilla è d’accordo, dice che si è creata un’empatia particolare tra il pubblico che guarda il programma e i coach. “Ce ne accorgiamo non solo dai commenti sui social ma anche quando siamo invitati per uno stage nelle scuole di danza, c’è maggior rispetto per il lavoro degli insegnanti”. Tornando invece al concetto di “scompiglio” sentimentale che può scatenare “Ballando”? Favilla glissa. Che fa, lancia il sasso e nasconde la mano? “Ma no. Si balla in due e non sono solo due corpi che s’incontrano, sono anche due anime. Poi si sta insieme quasi tutti i santi giorni per così tanto tempo che nascono confidenza, fiducia, intimità…”. Beh, il rischio è grosso ballando con la Colombari che, a dispetto del mezzo secolo da poco scoccato, è ancora preclara beltà. Favilla fa capire che non poteva che nascere un grande rapporto d’amicizia fra lui e Martina. Per lei sono trent’anni con Costacurta, per lui è appena un mese dal debutto come papà. 

 
Inutile comunque farla tanto lunga: ci si può innamorare a “Ballando” così come in un ufficio o aspettando l’autobus. E’ la tesi di Anastasia Kuzmina, coach del cocco di casa Paolo Belli, passato dall’orchestra alla gara. Tesi sostenuta non senza autoironia, visto che a lei è accaduto di innamorarsi proprio con un allievo televisivo, il surfista Francisco Porcella: tempo sei mesi e… puff. “A me è andata male, è stato solo un colpo di fulmine”.  Con “Ballando” no, quello è vero amore: sta lì, imperterrita, da 14 anni. Per il resto, ci sono ancora un ufficio o una fermata del bus. 

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Il Foglio

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