Groenlandia: si può comprare un Paese?

  • Postato il 7 gennaio 2026
  • Di Focus.it
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Donald Trump, alla guida degli Stati Uniti dal 20 gennaio 2025 (ma era già stato alla Casa Bianca dal 2017 al 2021), ha attizzato il fuoco delle controversie internazionali con le sue mire "imperiali". Trump dopo aver auspicato che il Canada diventi, volontariamente, la 51ª stella sulla bandiera degli Stati Uniti, sta puntando all'annessione della Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, adombrando le maniere forti. Nelle sue dichiarazioni espansionistiche si ispira ad altri presidenti imperialisti, passati alla storia americana per le vaste acquisizioni di terre, effettuate – con le buone o più spesso con le cattive – tra il 1803 e il 1898.. Louisiana: Jefferson “gabba” Napoleone. È buffo pensare ai sanguinosi sforzi di Napoleone, volti a creare un vasto impero europeo dominato dalla Francia, quando ci si soffermi a ragionare su quanto accadde nel 1803. A corto di fondi dopo 10 anni di guerre, e con la ripresa del conflitto contro l'Inghilterra in vista, Bonaparte non esitò infatti a vendere ai neonati Stati Uniti un territorio di oltre 2,1 milioni di km2, lungo l'ampio bacino del fiume Mississippi, dalla sua foce sino al confine canadese. Un impero dal potenziale enorme, che poteva essere valorizzato e difeso con una frazione delle risorse impiegate in Europa, (s)venduto per un impero assai effimero, caduto 12 anni dopo a Waterloo. Che il cosiddetto Louisiana Purchase, annunciato il 4 luglio 1803, sia stato un buon affare per la Francia, è più che dubbio. Certo, i 15 milioni di dollari (pari a 80 milioni di franchi) ottenuti pronta cassa da Napoleone, furono fondamentali allo sforzo bellico. C'est l'argent qui fait la guerre è un detto francese; e senza quell'argent "verdedollaro" l'imperatore non avrebbe potuto mettere in moto la Grande Armée, e ottenere nel 1805 le spettacolari vittorie di Ulma e Austerlitz. Ma a quale prezzo?. LUNGO IL MISSISSIPPI. Sebbene nel 1803 il territorio ceduto fosse abitato da poche migliaia di francesi, basta guardare i nomi degli Stati in cui nei decenni successivi fu suddiviso, per capire come l'affare lo fecero la giovane repubblica nordamericana e il suo terzo presidente, Thomas Jefferson. Collegate dal gran "padre dei fiumi" e dai suoi affluenti, sarebbero sorte realtà come la Louisiana propriamente detta, con la sfolgorante città di New Orleans quale gioiello della Corona; l'Arkansas con i suoi allevamenti e l'Oklahoma con i futuri giacimenti di petrolio e gas. E poi una catena di vaste regioni agricole e minerarie: Missouri, Kansas, Iowa, Nebraska, i due Dakota, il Wyoming, il Minnesota innevato, colonizzato dagli emigranti svedesi, il Colorado e il Montana. Il cuore delle immense risorse alimentari e naturali americane, allargato nei decenni successivi con spedizioni esplorative verso Ovest, combattendo contro i nativi, e strappando agli spagnoli la Florida.. Messico e California: Polk e il “destino manifesto”. Il crollo degli imperi coloniali ispanolusitani aprì nuove prospettive nelle regioni centro-meridionali delle Americhe: varata nel 1823 la "dottrina Monroe" (messaggio ideologico del presidente James Monroe che esprime l'idea della supremazia degli Usa nel continente americano), gli Stati Uniti iniziarono a sgomitare in America Latina. Fu soprattutto il Messico a finire nel mirino. Erede di quell'autentico "impero nell'impero" che era il Vicereame della Nuova Spagna, il traballante governo indipendentista insediatosi a Città del Messico faticava a tenere assieme le regioni sottratte al controllo spagnolo. Un ghiotto boccone, per i vicini del nord. Inizialmente l'interesse degli yankee si era limitato a traffici commerciali coi porti californiani, e a 300 famiglie di coloni insediatesi in Texas col consenso del governo messicano. Nel 1836, tuttavia, la regione si staccò dal Messico dopo un breve conflitto (famoso per l'assedio di Fort Alamo), anche se la guerriglia proseguì. In quegli anni un giornalista di origini irlandesi, John O'Sullivan, dava voce alle tesi populiste che propugnavano l'espansione degli Stati Uniti, missione affidata loro dalla Provvidenza. Questa dottrina, detta del "destino manifesto" (Manifest Destiny), indicava gli obbiettivi da conquistare: l'Oregon, i territori del Nord-ovest messicano e il Texas ormai indipendente.. ARRIVA LA CALIFORNIA. Nel 1844 vinse le elezioni presidenziali James Polk, leader dell'élite sudista e schiavista degli "Stati del cotone". Il neopresidente (spesso citato da Trump) fece propri gli obiettivi del Manifest Destiny: accogliere nell'Unione l'Oregon (risolvendo una disputa di confine con il Canada britannico) e il Texas, e trattare col Messico l'acquisto dei territori nord-occidentali. Nei confronti del potente Regno Unito, Polk agì con diplomazia, siglando il 15 giugno 1846 il Trattato dell'Oregon. . In guerra col Messico. Ma col Messico non avrebbe avuto scrupoli. Polk inviò truppe in Texas non solo per proteggerlo dopo l'adesione all'Unione, ma anche alla ricerca di un incidente. Lo ottenne quando, il 25 aprile 1846, truppe messicane attaccarono una pattuglia yankee, in perlustrazione oltre il mal tracciato confine, in territorio messicano. Asserendo con sfacciataggine che "sangue americano era stato versato sul suolo americano", Polk indusse il Congresso a dichiarare guerra al Messico. Un conflitto sanguinoso, conclusosi con la conquista statunitense di Città del Messico (15 settembre 1847) e il successivo trattato di pace di Guadalupe Hidalgo, siglato il 2 febbraio 1848. Accordo che non solo riconosceva il nuovo status quo texano fissando lungo il Rio Grande la frontiera, ma cedeva agli Stati Uniti i territori comprendenti gli attuali California (oggi una delle regioni più ricche e avanzate del pianeta, e dove in quello stesso 1848 era partita la corsa all'oro), il Nevada, lo Utah, parte del Colorado, il New Mexico e l'Arizona. Un vero impero, poi ampliato col Trattato di La Mesilla (1854). . Caraibi e Filippine: McKinley e l’impero oltremare. Le acquisizioni effettuate tra 1803 e 1854 con la diplomazia, le armi e i dollari sonanti, riguardano la massa continentale degli Stati Uniti. Tuttavia, dal New England affacciato sull'Atlantico, mercanti, balenieri e armatori, facevano fronte comune per conquistare il dominio anche dei mari. Dopo il 1850, una volta affacciatisi sulle incantevoli spiagge della California, divennero appetibili anche le rotte del Pacifico, commerciali e diplomatiche. Nel 1856 fu approvato il Guano Island Act, che permetteva ai cittadini americani di rivendicare ogni isola non ancora occupata da altre nazioni, contenente il prezioso fertilizzante prodotto dalle deiezioni degli uccelli. Decine di isole divennero aree controllate dagli Usa e alcune lo sono ancora oggi. Occorreva tuttavia altro, per creare un impero d'oltremare.. DALL'ALASKA A CUBA. Nel 1867 fu nuovamente rotto il salvadanaio, per acquistare con 7,2 milioni di dollari l'Alaska dall'Impero russo. Ma la parola sarebbe di nuovo passata alle armi, 30 anni più tardi. Nel mirino finì l'ultima grande colonia spagnola in America, ossia l'isola di Cuba, dove nel 1868 era esplosa una prima guerra di indipendenza, sostenuta sottobanco da Washington. Il riesplodere nel 1895 della rivolta antispagnola a Cuba, fornì una nuova occasione, che William McKinley, presidente dal 1896, non si lasciò sfuggire. Mentre i quotidiani popolari guidati da Hearst e Pulitzer soffiavano sul fuoco, l'aggressivo viceministro della Marina Teddy Roosevelt (poi successore di McKinley nel 1901 e strenuo assertore di una politica di potenza) inviò all'Avana la corazzata Maine.. La tragedia del Maine. Un tipico esempio di "diplomazia delle cannoniere", che si trasformò in tragedia quando nel 1898 un'esplosione affondò la nave, provocando 261 vittime. Passando sopra all'eventualità, comune all'epoca, che si fosse trattato di un incidente, Roosevelt diffuse la tesi dell'attentato spagnolo. Un casus belli su cui si gettarono i giornali, con titoli al calor bianco (Remember the Maine! To hell with Spain!, "Ricorda la Maine! Al diavolo la Spagna!") che in 6 settimane portarono dritti alla guerra e all'intervento di truppe americane a Cuba, cui prese parte lo stesso Roosevelt come colonnello dei volontari. Il conflitto portò alla nascita di una Cuba indipendente ma sotto protettorato statunitense fino all'avvento di Fidel Castro, 60 anni più tardi (anche se nell'isola resta la base Usa di Guantanamo), e alla cessione di PortoRico. Mentre nel 1903 il solito Roosevelt, diventato presidente, fomentava il distacco di Panama dalla Colombia, per potervi realizzare il Canale, controllato sino al 1999.. FILIPPINE E HAWAII. La sconfitta inflitta alla Spagna diede inoltre una spinta alle mire di Washington nel Pacifico, dove la "politica del guano" aveva già subito una svolta nel 1893, quando era stato appoggiato un colpo di Stato nel regno delle Hawaii, dove da tempo gli Stati Uniti avevano interessi economici e strategici. Mentre la nuova Repubblica delle Hawaii restava nel limbo, nelle Filippine dominate dalla Spagna scoppiava nel 1896 una rivolta indipendentista. La Guerra ispanoamericana si estese al vasto e popoloso arcipelago del Sud-est asiatico (regione allora in tumultuosa trasformazione), occupato dai soldati americani. Che però non furono accolti come liberatori da tutti i filippini: la guerriglia proseguì sino al 1913, con atrocità e massacri paragonabili alla futura guerra in Vietnam degli Anni '60. Il 1898 resta, per gli Stati Uniti, l'anno dell'impero alla fine di un secolo di immense acquisizioni territoriali: poiché oltre ai Caraibi e alle Filippine, furono annesse come territorio (e dal 1959 come Stato, assieme all'Alaska) anche le Hawaii..
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Focus.it

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