Gaza ancora senz’acqua: “Le famiglie sopravvivono con appena 3 litri al giorno. L’80% delle reti idriche è distrutto”

  • Postato il 18 marzo 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Dopo il 7 ottobre 2023, la popolazione di Gaza è stata costretta ad adattarsi a una routine fatta di taniche, vecchie bottiglie di plastica e secchi consumati. Tutti i giorni migliaia di palestinesi si mettono in fila per ore, uomini, donne e bambini, per raggiungere le autocisterne, riempire quel che si ha e recuperare così l’acqua da bere e per lavarsi. Ogni famiglia sa che dall’arrivo di quelle autobotti dipende la propria sopravvivenza.

L’80% delle reti idriche della Striscia è distrutto e nel Nord gli abitanti hanno a disposizione meno di 3 litri d’acqua a testa al giorno. Ossia un quinto della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e molto meno di quanto consumiamo noi in pochi minuti di banali attività quotidiane.

Oggi, a 5 mesi dalla tregua, a Gaza ci sono due milioni di sfollati. Più della metà vive in campi sovraffollati, dove basta qualche giorno di pioggia per far sprofondare le tende nel fango delle fogne. Due anni di raid israeliani hanno distrutto pozzi, serbatoi, impianti di trattamento dell’acqua e di depurazione. Ma la ricostruzione è rimasta una promessa sulla carta. A fine gennaio, l’Onu ha denunciato il blocco del 70% della produzione idrica di Gaza City, a causa del governo israeliano che impedisce l’ingresso di materiale per la riparazione dell’acquedotto di Mekorot.

I numeri e le testimonianze degli operatori umanitari dipingono uno scenario ancora catastrofico, ben lontano da una normalità o da una stabilizzazione. Secondo una ricerca portata avanti da Oxfam a Khan Younis, nella zona centrale della Striscia, e a Gaza City, nel nord, quasi 9 persone su 10 dipendono completamente dal rifornimento di acqua tramite autocisterne. Inoltre l’87% della popolazione non ha accesso ad alcun servizio essenziale.

La mancanza di acqua pulita e la diffusione di quella contaminata portano con sé anche una serie di rischi sanitari, epidemie e malattie infettive, di cui sono i bambini e le persone più fragili a pagare il prezzo più alto. Soprattutto in un contesto, come quello della Striscia di Gaza, dove il sistema sanitario è stato distrutto, gli ospedali funzionanti sono poco più di una trentina, e dove la regolare chiusura dei valichi interrompe l’afflusso di materiale e medicinali essenziali, come antibiotici e paracetamolo, nell’enclave palestinese. Sempre secondo lo studio, l’84% delle famiglie ha segnalato lo scoppio di nuovi focolai epidemici. “L’acqua sporca o insicura – scrive l’Oxfam – può essere più letale della guerra in contesti di crisi umanitarie prolungate”.

Oggi per la prima volta dall’inizio dell’attacco a Teheran riaprirà il valico di Rafah, al confine con l’Egitto, per far passare una cinquantina di palestinesi dall’Egitto a Gaza e un gruppo da 25 a 50 persone nel senso opposto, feriti o malati destinati agli ospedali egiziani. La chiusura decisa da Israele all’inizio dell’offensiva in Iran e in Libano ha ulteriormente aggravato la situazione delle ultime settimane, provocando un’impennata dei prezzi dei generi alimentari e una riduzione drastica degli aiuti in entrata, compresi i prodotti petroliferi per il funzionamento di ospedali e infrastrutture essenziali. Anche questo ha influito sull’accesso all’acqua, dal momento che i viaggi delle autocisterne dipendono dalla disponibilità di carburante.

LA CAMPAGNA – Da anni Oxfam lavora proprio per garantire acqua potabile alle popolazioni che vivono gravi crisi umanitarie. Per questo in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, che ricorre il 22 marzo, Fondazione Il Fatto Quotidiano ha deciso di essere al fianco di Oxfam Italia lanciando la campagna “Acqua che salva la vita”, che dal 18 al 26 marzo sosterrà la risposta umanitaria portata avanti dall’organizzazione a Gaza, in Cisgiordania e in Libano (DONA ORA). In queste tre aree Oxfam infatti lavora da anni e sta intensificando i propri sforzi per garantire l’accesso all’acqua pulita e a servizi igienici adeguati a migliaia di persone, che nelle ultime settimane stanno vivendo l’impatto dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha aggravato ulteriormente una crisi già profondissima.

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