Garlasco, «è stato Marco a uccidere Chiara». L’intercettazione choc della mamma Rita Preda

  • Postato il 9 febbraio 2026
  • Di Panorama
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Alcune parole arrivano dal passato simili a schegge impazzite, incapaci di trovare un ordine. Come quelle dell’ottobre 2007, quando, sulla porta della cappellina dove riposa Chiara Poggi, nel cimitero di Garlasco, compare un foglietto anonimo. Poche righe, nessuna firma. «C’era scritto che a uccidere Chiara è stato Marco», racconta Rita Preda (la madre di Chiara) al telefono con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi. Un’intercettazione ripresa da Maria Conversano sul suo canale YouTube. Quel biglietto, come tanti altri messaggi ambigui ricevuti dalla famiglia, potrebbe essere opera di un mitomane in cerca di attenzione. Oppure no.

Il nome senza cognome

«Marco», dunque. Solo il nome, nessun cognome. Tizzoni, dall’altro capo del filo (intercettato dagli inquirenti), prova a capire: «Sarebbe Panzarasa?». Marco Panzarasa, l’amico di Alberto Stasi con cui l’avvocato aveva avuto un incontro al campo di calcetto pochi giorni prima. Rita Preda risponde secca: «Non lo so, non dice il cognome». Il messaggio resta sospeso, come tanti altri dettagli di questa storia. Impossibile stabilire se dietro quelle parole ci fosse davvero qualcuno che sapeva, o soltanto il desiderio morboso di alimentare il dolore di una famiglia già devastata. Eppure, quella traccia esiste. Ed esiste nel momento in cui le indagini stavano prendendo una direzione ben precisa.

La conversazione misteriosa

Perché in quella telefonata emerge anche altro, forse più importante del biglietto stesso. C’era già, in quell’ottobre di 18 anni fa, una rotta tracciata. Una direzione verso cui gli inquirenti guardavano con sempre maggiore insistenza: Alberto Stasi. Rita Preda lo conferma a Tizzoni, raccontando che il ragazzo andava davvero al cimitero di nascosto, come riferito da un giornale locale. L’avvocato la invita a tenere le distanze, a non farsi vedere vicina a lui. Il motivo lo spiega con una chiarezza disarmante: «All’inizio avevano preso un po’ una strada, adesso…Però torno a dire: se non ci sono impronte di estranei, comunque vada si fa veramente dura per Stasi di dimostrare che non è lui, perché, alla fine è vero che uno può aver usato i guanti e tante cose, però nel frattempo un po’ di impronte così…tipo quella in bagno, che vuole dire che è andato a lavarsi».

Le narrazioni e le fortune mediatiche

Il delitto di Garlasco sembra portarsi dietro da sempre una specie di «croce delle convinzioni». È stato così quando lo sguardo si è rivolto solo ed esclusivamente verso Alberto Stasi, condannato in via definitiva. Sembra essere così anche oggi, con Andrea Sempio indagato ma con tanti passaggi, tanti dettagli, tanti fatti che appaiono sospesi in un limbo tra ciò che si può dimostrare e ciò che resta una semplice suggestione. Attorno a questo delitto si sono costruite narrazioni di ogni tipo, fortune mediatiche fondate sulla «curiosità» (a volte preziosa, ma più spesso sviante) di chi continua a interrogarsi, a scavare, a dubitare. Una curiosità popolare piuttosto perversa, dove un caso inquietante di cronaca nera come quello di Garlasco diventa argomento abituale da bar, chiacchiera fra amici. Sembrerebbe quasi che, invece di un omicidio, si parlasse dell’ultima partita di campionato della propria squadra del cuore.

Autore
Panorama

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