Garlasco, chi aveva paura di Chiara Poggi? La pista del movente proibito scuote il caso
- Postato il 29 novembre 2025
- Di Panorama
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Non è più una cronaca giudiziaria. È un ritorno sul luogo del delitto, con le telecamere accese e la sensazione netta che qualcosa stia finalmente venendo a galla. A “Ore 14”, condotto da Milo Infante, il caso Garlasco smette di essere un archivio polveroso della memoria collettiva e diventa di nuovo presente — vivo, feroce, irrisolto. Perché per la prima volta si parla davvero di movente. E quando una storia trova il suo movente, cambia tutto. Il nuovo DNA sotto le unghie di Chiara — quello che oggi sembra puntare verso la linea paterna di Andrea Sempio — non viene trattato come un dettaglio tecnico, ma come una chiave. La genetista Denise Albani, chiamata dalla gip di Pavia, parla di “piena concordanza” con un aplotipo rarissimo che, nella cerchia familiare, restringe il campo fino a un unico nome che nel 2007 ha messo piede dentro la villetta di via Pascoli: Andrea Sempio. Il ragazzo della porta accanto, l’amico di Marco, la figura apparentemente neutra. Eppure oggi non più.
Il movente che nessuno aveva voluto toccare
Quando si apre il capitolo “perché”, tutto cambia. Le piste più spinose, quelle rimaste taciute per anni, tornano a galla: la vita privata di Chiara, l’intimità digitale tenuta al sicuro con cartelle protette, password, file nascosti. Video con il fidanzato che lei stessa aveva blindato, dopo essersi lamentata con la madre per l’accesso libero al suo computer. Materiale sensibile che, se finisce nelle mani sbagliate, non è più solo imbarazzante — è esplosivo. Un rifiuto può ferire, una rivelazione può distruggere, e un segreto scoperto può trasformare una ragazza riservata in una minaccia sociale. Rita Cavallaro, che segue il caso da anni, liquida l’ipotesi con due parole che valgono più di mille teorie: «assolutamente attendibile». E in quel momento la dinamica dello scenario si ribalta: Chiara non era solo vulnerabile. Chiara poteva essere scomoda.
La frase che cambia tutto
Antonio De Rensis, l’avvocato di Alberto Stasi, non cerca la provocazione televisiva. Dice semplicemente quello che pensa: «Chiara era diventata un problema per qualcuno». Nessun tono accusatorio, nessun nome, nessuna deduzione spettacolarizzata. Solo una frase. Ma quella frase cambia la percezione degli ultimi diciotto anni. Se Chiara era un problema, allora qualcuno aveva un interesse. Un’urgenza. Una paura. Una porta aperta quella mattina non diventa più un dettaglio, ma un indizio psicologico. Lei non avrebbe aperto con il pigiama addosso a uno sconosciuto. Questo dice De Rensis. E allora la domanda si rovescia: non «chi è entrato?», ma «chi poteva entrare senza far paura?». Non c’è litigio, non c’è tensione tra Chiara e Alberto la sera precedente. Non c’è motivo per cui lei lo avrebbe accolto con serenità. Se ha aperto, lo ha fatto perché davanti aveva una faccia conosciuta. Il concetto — semplice, glaciale — è quello del “passpartout visivo”: non c’è bisogno di forzare una porta quando hai un volto che la porta la apre da sola.
La linea temporale che non combacia più
Un unico dato frantuma la vecchia narrazione: alle 9.35 Stasi accende il computer. Lasciando da parte ogni ipotesi emozionale, diventa difficile pensare che un assassino possa uccidere, liberarsi dell’arma intrisa di sangue e dei vestiti, correre nel caldo, non lasciare tracce evidenti e sedersi davanti al PC come se nulla fosse. La perizia Testi lo aveva anticipato: l’omicidio è stato “troppo di corsa” per essere compatibile con la timeline usata per condannare Alberto. Non è la prova dell’innocenza di Stasi. È, però, la prova che la ricostruzione che conosciamo oggi non è l’unica possibile.
Le prossime mosse che potrebbero riscrivere la sentenza morale del Paese
Adesso si attendono tre elementi che possono cambiare tutto: la perizia definitiva sul DNA di Albani, l’esito della nuova BPA sulle tracce di sangue e la consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo. Poi l’ascolto di Savu, il romeno condannato per estorsione, che potrebbe aggiungere un tassello imprevisto. Ma è ancora De Rensis a lasciare l’ultima ombra: «Sull’impronta 33 e sullo scontrino ci saranno sorprese».
Nessun tono di sfida, solo la certezza di chi ha ancora carte da giocare. È uno di quei momenti in cui un cold case smette di essere freddo. E una domanda, dopo diciotto anni, diventa più nitida di tutte le altre: chi aveva paura di Chiara Poggi?