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Franco Cassano. Il  pensiero meridiano e la cultura come politica a 5 anni dalla scomparsa

Franco Cassano. Il  pensiero meridiano e la cultura come politica a 5 anni dalla scomparsa

Pierfranco Bruni 

“Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l’apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi”. Franco Cassano raccontò il Mediterraneo come l’ora del Mezzogiorno. Da quell’Adriatico che entra nella geo-eaistenza delle civiltà. Franco Cassano a cinque anni dalla scomparsa, non è solo un nome nel catalogo delle scienze sociali italiane. È soglia. È linea d’ombra tra sociologia e antropologia, tra politica e poetica, tra Nord e Sud del mondo. Nato a Ancona il 16 novembre 1943, morto a Bari il 23 febbraio 2021, ha attraversato il Novecento senza mai farsi catturare da un secolo. La sua biografia è già metodo: la Puglia come luogo nella metafora della vita, Bari come laboratorio, il Mediterraneo come orizzonte. Non ha scelto il Sud: il Sud lo ha scelto, e lui ha risposto con fedeltà laica, con ostinazione meridiana. Una dimensione che abbraccia l’Occidente e gli Orienti in un lungo viaggio tra identità storica e antropologia. 

Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bari Aldo Moro, deputato della Repubblica nella XVII Legislatura con il Partito Democratico, Cassano ha piegato l’accademia alla vita e la vita all’accademia. Ma la sua cattedra vera è stata la frontiera. Perché ogni frontiera, per lui, non è linea che divide: è soglia che interroga. E da quella soglia ha guardato l’Europa, l’Occidente, la modernità, con occhi che non chiedevano permesso a nessuno. Occhi meridiani. Cassano attraversa la sociologia per andare altrove. La attraversa come si attraversa un ponte: per raggiungere l’antropologia. Non quella da museo, ma quella che scava. Che scava nel rito, nel mito, nel gesto quotidiano di un popolo che il progresso ha dichiarato arcaico e che invece è futuro.

Ne “Il pensiero meridiano” del 1996 — libro-manifesto, breviario laico, pietra d’inciampo per il pensiero unico — Cassano rovescia l’asse. Il Sud non è ritardo: è differenza. Non è periferia: è centro altro. Non deve rincorrere: deve pensare. E pensare, per lui, è fare cultura politica.

Perché la politica, senza cultura, è amministrazione del vuoto. E la cultura, senza politica, è estetismo da salotto. Da qui la sua lezione: il sapere non è neutro. Ogni sapere è collocato. Nasce in un luogo, respira un clima, porta addosso l’odore del mare o della nebbia. Il sapere meridiano è sapere del limite, della lentezza, della misura. È sapere che non accelera, perché sa che ogni accelerazione cancella. È sapere che non colonizza, perché sa che ogni colonizzazione mutila. È, in fondo, l’antropologia di chi non vuole spiegare il Sud, ma lasciarsi spiegare dal Sud.

Il cuore della ricerca di Cassano è il Mediterraneo. Ma non il Mediterraneo da cartolina, da crociera, da trattato di Schengen. Il Mediterraneo come pensiero. E per pensarlo, recupera Albert Camus. Non il Camus dell’Étranger, ma il Camus di L’Homme révolté e soprattutto dei saggi solari: L’été, Noces à Tipasa. Lì Camus parla di pensée de midi, pensiero del mezzogiorno. Non mezzogiorno come ora: mezzogiorno come luce, come misura, come equilibrio tra dionisiaco e apollineo. Cassano traduce: pensiero meridiano. E ne fa categoria politica. Il meridiano non è Sud geografico: è Sud etico. È il luogo dove “la misura è più forte della dismisura”, dove “il mare insegna che nessun confine è naturale”, dove “la lentezza è forma di resistenza”. Contro la velocità del Nord, contro la tecnocrazia senza volto, contro l’Occidente che ha scambiato il benessere per il bene, Cassano alza la meridiana. Non per separare, ma per riequilibrare.

Ha fatto discutere, e molto. Lo hanno accusato di sudismo, di localismo, di nostalgia. Lui ha risposto con libri, con articoli, con l’esempio. Modernizzare stanca, scrive nel 2001, rovesciando Pavese. Perché la modernità, quando è solo rincorsa, stanca. Sradica. Produce “uomini a una dimensione”, direbbe Marcuse. Cassano vuole uomini a più dimensioni: con radici e con ali. Con mare e con terra. Con Camus e con Gramsci. Per Cassano la politica non è arte del possibile: è arte del necessario. E il necessario, oggi, è ricucire. Ricucire Nord e Sud, sviluppo e ambiente, velocità e senso. Per questo attraversa i saperi: sociologia, antropologia, letteratura, filosofia. Non per eclettismo, ma per necessità. Perché un solo sapere non basta a dire il mondo. E il Mediterraneo, più di ogni altro luogo, chiede pluralità.

Ne La contraddizione dentro del 1976, già giovane, studia i processi di modernizzazione nel Mezzogiorno e vede la ferita: lo sviluppo che arriva senza cultura diventa dipendenza. Nel testo-base Approssimazione del 1989 inizia a smontare il mito del progresso lineare. Ne Tre modi di vedere il Sud del 2009 smaschera le retoriche: il Sud piagnone, il Sud pittoresco, il Sud criminale. E propone il quarto modo: il Sud che pensa. Da deputato, dal 2013 al 2018, porta il pensiero meridiano nelle aule. Non fa folklore: fa battaglia culturale. Sui migranti, sul lavoro, sull’autonomia, sulla scuola. Dice sostanzialmente che non c’è politica senza antropologia. Perché se non sai chi è l’uomo a cui ti rivolgi, la tua legge è grida nel deserto. E l’uomo mediterraneo, per Cassano, è uomo del limite. Non tollera l’illimitato. Non tollera l’infinito della produzione, del consumo, della guerra. Chiede misura. Chiede pietas.

Se si pensa alla  biografia di Cassano è priva di clamori. Non ha esili, non ha abiure, non ha conversioni. Ha coerenza. La coerenza di chi resta. Resta a Bari quando poteva andare altrove. Resta nel Sud quando il Sud era colpa. Resta nella sinistra quando la sinistra dismetteva il pensiero per inseguire il mercato. Allievo di Giovanni Magli, vicino alla scuola barese di sociologia, fonda e dirige la rivista “Sud/Nord”, dirige collane, forma generazioni. Non è maestro che detta: è maestro che interroga. I suoi allievi ricordano le lezioni come liturgie: lente, dense, piene di mare. Perché Cassano non insegnava concetti: insegnava sguardi. E lo sguardo meridiano è sguardo che accoglie. Non giudica: comprende. Non assolve: contesta con pietà.

Muore a Bari, nel febbraio del 2021, in piena pandemia. Ultimo paradosso: lui che aveva teorizzato la lentezza, se ne va in un tempo che ha fermato il mondo. Ma la sua lezione resta. Resta nei libri, resta nelle leggi che ha contribuito a scrivere, resta nel lessico: oggi il  pensiero meridiano, recuperato da Camus, è patrimonio comune. Lo usano, a volte senza saperlo, anche i suoi detrattori. Franco Cassano ha fatto della politica una cultura dei saperi perché sapeva che senza cultura la politica è sonnambulismo. Ha attraversato l’antropologia perché sapeva che senza radici l’uomo è foglia. Ha recuperato appunto Camus perché sapeva che senza misura la rivolta diventa strage. Assume il tutto una valenza religiosi perché la cultura popolare è religiosità nel tempo del Mediterraneo: “Esistono una pluralità di vie per arrivare a Dio, una pluralità di lingue per dargli un nome. Se ogni cultura prendesse atto del proprio lato oscuro, di quei frutti avvelenati che essa produce (e che ama disconoscere imputandoli ad altri) si potrebbe iniziare a parlare. Finché gli homines prodotti dalle altre culture saranno considerati soltanto stadi intermedi sulla via del raggiungimento dell’homo currens sarà perfettamente normale che i perdenti non accettino di stringere la mano a coloro che hanno imposto il gioco nel quale vincono sempre”.

Il suo Mediterraneo non è geografia: è profezia. Profezia laica, certo. Ma profezia. Dice: se il mondo vuole salvarsi, deve imparare dal Sud. Non dal Sud assistito, ma dal Sud pensante. Dal Sud che sa che il mare unisce, che il confine è ferita, che la lentezza è cura, che la misura è rivoluzione. In un tempo di muri, di algoritmi, di guerre, Cassano ci lascia una bussola. Non indica il Nord: indica il mezzogiorno. L’ora in cui l’ombra è più corta e la luce è più vera. L’ora in cui si vede. E vedendo, si può ricominciare. Questo è Franco Cassano. Sociologo che ha sconfinato nell’antropologia, politico che ha sconfinato nella poesia, uomo che ha sconfinato nel mito. E in ogni sconfinamento, è rimasto fedele. Alla terra. Al mare. Al pensiero. Al Sud. In una visione in cui ogni Sud scende nel Mediterraneo e racconta non storie ma destini.  Bisogna entrare in questi destini perché in essa ogni storia resta storia e svela un cosmo di simboli e di miti in cui il processo etico vive di ierofanie nel tempo che non ha bisogno del moderno ma della tradizione. Restano fondamentali soprattutto oggi incontrare l’intreccio tra Occidente e Oriente: “Bisogna imparare a star da se’ e aspettare in silenzio, ogni tanto essere felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti e’ incontrare cani senza travolgerli, e’ dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, e’ trovare una panchina, e’ portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. E’ suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volonta’, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo”.

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Pierfranco Bruni

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