Francesco Selvaggi: "A 72 anni dribblo ancora e faccio gol con i ragazzini Il Mundial ’82 me lo meritai"
- Postato il 8 marzo 2026
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- Di Libero Quotidiano
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Francesco Selvaggi: "A 72 anni dribblo ancora e faccio gol con i ragazzini Il Mundial ’82 me lo meritai"
Franco Selvaggi detto Spadino («Per la somiglianza con uno dei protagonisti di “Happy Days”») aveva una tecnica raffinata, era ambidestro, rapido, micidiale sottoporta e basta rivedere qualche suo gol uno dei più belli è in Udinese-Milan: stop di tacco, sterzata, dribbling secco e diagonale preciso di sinistro - per accorgersi del suo immenso talento.
Bomber prolifico, ma anche grande rifinitore, è diventato Campione del Mondo nel 1982, pur non scendendo mai in campo («Ma quella convocazione me la ero meritata»). Franco, che ha giocato con Ternana, Roma, Taranto, Cagliari, Torino, Udinese, Inter e Sambenedettese, ora ha 72 anni e gestisce una scuola calcio a Matera.
Franco Selvaggi, complimenti: è in gran forma.
«Tra poco festeggio i 73 anni, ma faccio tanto movimento. E gioco ancora, sa?».
Con chi?
«Con gli Under 15 della mia scuola calcio, quella che ho fondato 10 anni fa qui a Matera: abbiamo diverse categorie e 500 ragazzi. È sempre bello scendere in campo, è un po’ come tornare indietro nel tempo. E me la cavo bene».
Segna?
«Qualche gol lo faccio, dai: certe cose non si dimenticano mai e la tecnica non è sparita».
Come reagiscono i baby calciatori di fronte alle sue prodezze?
«Qualche volta mi applaudono e si sorprendono. Mica sempre, però, eh».
Un gol è sempre un gol a qualsiasi età, vero?
«Le dico una cosa: l’estasi che provi quando segni è qualcosa di unico».
C’è chi la paragona a un orgasmo.
«Vero, anche se poi dipende dalla donna e dal gol».
Buona questa. Ma oltre ad allenarsi cosa fa per essere tanto tonico?
«Mangio bene e mantengo uno stile di vita sano, che è importantissimo per invecchiare serenamente».
Lei è sempre uguale. Anche i baffi non cambiano...
«Li ho dal ’71, anno dell’esordio in serie A. Sa perché?».
No.
«Avevo 19 anni, ma ne dimostravo molti di meno e mi chiamavano “bimbo”. Per sembrare più grande, allora, ho provato a non tagliarli. Anche se all’inizio è stato faticoso perché non crescevano...».
Franco, parliamo del calcio di oggi. Lo guarda?
«Solo quello bello: la squadra che gioca meglio, attualmente, è l’Inter. La Juve si sta riprendendo».
In Europa, però, le italiane sono disastrose.
«La spiegazione è semplice: quando giocavo io, negli Anni ’80, tutti i migliori calciatori venivano in serie A e i club erano più competitivi. Ecco perché arrivavano spesso in finale».
È anche per questo che il nostro football, oggi, è meno spettacolare?
«Sa cosa farei io? Cambierei le regole, anche se è utopia: vieterei il passaggio indietro al portiere e ridurrei le squadre da 11 a 10 giocatori. Anche perché ora c’è troppa tattica: sembra un paradosso, ma la rovina di questo sport sono gli allenatori che lasciano sempre meno libertà di inventare. Una volta non era così, si dribblava di più».
Torniamoci insieme, al suo calcio. Anzi, andiamo ancora più indietro: al piccolo Franco Selvaggi.
«Nasco a Pomarico, qui vicino Matera, il 15 maggio 1953. Mio papà Domenico, in quel periodo, si arrangia con una serie di lavoretti perché siamo una famiglia numerosa e non navighiamo nell’oro; mamma Margherita, donna meravigliosa, si occupa di tutti noi».
Quanti figli siete?
«Tre maschi e due femmine, io sono il penultimo».
Bambino vivace?
«Scatenato».
Scuole?
«Quelle dell’obbligo a Matera, poi il Liceo Scientifico a Terni».
Come mai proprio là?
«A 15 anni, mentre gioco a calcio con gli amici nella squadretta giovanile del paese, mi vede Angelino Rosa, terzino del Matera. Resta colpito da come mi muovo e quando, l’anno dopo, va alla Ternana, mi segnala ai dirigenti del suo nuovo club, i quali mi chiamano per un provino».
Chissà che emozione. Perché quello sguardo?
«Non ho nessuna intenzione di trasferirmi e ci vado solo per marinare la scuola. Arrivo a Terni dopo un viaggio infinito sulla Mini scassata del presidente e mi fanno giocare una partita contro la prima squadra, che milita in serie B».
La prendono?
«Vorrebbero, ma mi rifiuto».
Per quale motivo?
«Sono solo un ragazzino molto legato alla famiglia, sto bene a Matera. Poi, però, quando scopro che mi pagano 5 milioni di lire, accetto: quei soldi fanno comodo ai miei».
E si trasferisce a Terni per giocare e studiare. Ma il liceo lo finisce?
«Sì, anche se...».
Che succede?
«Dopo tre annidi settore giovanile, quando sono nella Primavera divento capocannoniere, ma non vengo ammesso alla maturità per le troppe assenze perché, nel frattempo, mi alleno anche con i grandi. Mio padre, che ci tiene agli studi, si incazza e viene a Terni con l’intento di farmi mollare tutto e riportarmi a casa».
Ci riesce?
«I dirigenti provano a fargli cambiare idea: “Sappia che il diploma glielo faremo prendere e, poi, gli daremo 200 mila di stipendio più 70 mila lire a punto, che giochi o meno”. Mio papà, sorpreso, alza lo sguardo: “Ah, allora tenetevelo”».
Il liceo, poi, lo finisce?
«Sì e vorrei iscrivermi a Biologia per diventare un ricercatore, ma sono troppo impegnato e non riesco. Non aver fatto l’università è il più grande rimpianto della vita. La genetica mi ha sempre incuriosito e tuttora sono un appassionato: studio e mi informo su internet».
Torniamo al calcio. Quando l’esordio in serie A?
«È il 30 dicembre 1972, siamo a Firenze e l’allenatore Viciani dice alla squadra: “Buttiamo il cappello in aria, gioca il bimbo e tu, Russo, ti fermi”. A me si gela il sangue e nel riscaldamento mi tremano le gambe. Mi marca Roggi, un picchiatore, ma dopo 7 minuti facciamo un contrasto e lo sento gridare: si fa male ed esce. Alla fine perdiamo 2-1, ma faccio un partitone e sono il migliore in campo».
Il primo gol, invece, quando lo segna?
«Qualche giornata dopo, l’1 aprile, nel ritorno con la Juventus. Bellissimo. Mi marca Furino, faccio un dribbling e manda la palla all’incrocio da 25 metri».
Ma che caratteristiche ha, in quel momento, Franco Selvaggi?
«Sono un giocatore tecnico, rapido, ambidestro, estroso. E so mandare in porta i compagni».
È una prima punta?
«No, parto da dietro, sono un 9 e mezzo: come ruolo sono più uno alla Del Piero».
Chiuda gli occhi e ripensi a quell’anno alla Ternana. Cosa ricorda?
«L’allenatore Corrado Viciani, uomo di grandissima cultura, appassionato di pittura e con idee all’avanguardia: i suoi allenamenti però sono al limite della sopportazione e, durante la preparazione, c’è chi cade a terra sfinito».
Tra i suoi compagni c’è Bruno Beatrice, che poi morirà a soli 39 anni di leucemia.
«So cosa vuole chiedermi, del doping. Guardi, io non ho mai preso niente, glielo dico subito. E, in tanti anni, non ho nemmeno mai visto robe strane negli spogliatoi».
Torniamo alla carriera. Nel 1973 va alla Roma.
«Mi vuole il nuovo allenatore Scopigno e il mio sbarco nella Capitale è tutto da ridere»
Cioè?
«Io sono giovane, frastornato e sprovveduto. Parto da Matera, su una Fiat 124 scassata, con mio fratello e il suo capo dell’Enel. Arriviamo a Roma per la firma e c’è Domenghini, davanti a noi, che scende da una Porsche verde. Noi ci guardiamo imbarazzati e, per la vergogna, parcheggiamo 100 metri più in là e poi torniamo indietro a piedi. Quando arriva il momento del contratto, poi...».
Che succede?
«A quei tempi i procuratori non esistono e, dal presidente Anzalone, ci presentiamo io e mio fratello, ma senza sapere minimamente cosa dobbiamo chiedere. Il presidente mi interpella: “Allora, quanto vuoi di ingaggio?”. Resto muto, finché mio fratello, da sotto il tavolo, mi fa segno “7”. Allora rispondo: “Sette”. E Anzalone: “Sette cosa?”. Per fortuna interviene ancora mio fratello: “Sette milioni”».
Spettacolare. La stagione, però, non va benissimo.
«In preparazione gioco bene e segno, ma mi strappo. Poi, quando guarisco, Scopigno mi garantisce che mi darà una maglia titolare, ma alla sesta giornata si dimette a sorpresa».
Qualche giocatore da raccontare?
«Prati, che è un grande anche come persona. E poi Di Bartolomei, bravissimo ragazzo che però ha un carattere chiuso, introverso».
Scopigno viene sostituito da Liedholm.
«Nils è un signore e mi fa giocare due partite. Però a fine stagione non vengo riscattato perché costo troppo».
Così torna alla Ternana.
«Devo rifare il contratto, ma nel frattempo sono più esperto e, da 7 milioni, me ne faccio dare 14. Però non mi sento a mio agio perché quel gruppo è appena tornato in serie A e chiedo di essere ceduto: mi vogliono Como, Spal e Taranto».
Perché sceglie proprio il Taranto?
«È vicino a casa, mi affascinano le divise e c’è un pubblico caldo».
In maglia rossoblù gioca cinque stagioni, segnando 22 gol in 146 partite.
«Anni meravigliosi in cui divento l’idolo di tutti. Il presidente è Giovanni Fico e al termine del campionato, quando ci deve dare il premio finale, arriva con un borsone pieno di sterline, sale sui gradoni della tribuna e ci lancia addosso i soldi. Un’altra volta, invece, mi paga addirittura con dei Krugerrand, monete d’oro sudafricane».
Incredibile. Nella prima stagione col Taranto lei, a soli 21 anni, si fa subito notare.
«Gioco bene, tanto che vengo convocato nella Nazionale di serie B. Afine stagione, quando sono a casa, mi telefona il presidente: “Il Milan è interessato a te”».
E come mai salta tutto?
«Ho già la valigia pronta per andare a Firenze a trovare Bruna, la mia futura moglie che è là a studiare, quando arriva mio fratello, calciatore pure lui: “Franco, siamo in finale a un torneo estivo qui a Matera, vieni a giocare?”. Rispondo: “No, stai scherzando?” . Lui, però, mi colpisce sull’orgoglio: “Ecco, ti sei montato la testa”. Allora accetto, ma il risultato è che, dopo pochi minuti, mi fanno un’entrata micidiale e mi rompo la gamba. Cinque mesi di gesso e addio Milan”».
A proposito di sua moglie, come vi conoscete?
«Bruna è di Matera e mi piace. Nell’estate del 1973, rientrato dall’esperienza alla Roma, mando avanti un amico: “Raccontale che ho segnato alla Juve”. Lui la raggiunge: “Ciao, ti vorrebbe conoscere Franco, vedi che ha fatto gol a Zoff”. Lei, però, mi dà la mano senza particolari emozioni. Capito? Non conosceva niente di calcio...».
Ah, ecco. E poi?
«Ci rivediamo per fare delle passeggiate insieme e, qualche settimana dopo, le compro un anello con un brillantino.
Quando glielo do, però, non lo accetta. Allora parto per il ritiro, ma non mollo: appena ho due giorni liberi la raggiungo al mare, ci riprovo con l’anello e lei cambia idea. Così ci fidanziamo e, dopo sei anni, ci sposiamo».
Figli?
«Tre, più cinque nipoti e un sesto in arrivo».
Continuiamo con la carriera. Dopo le cinque stagioni al Taranto viene acquistato dal Cagliari.
«Mi vuole direttamente Gigi Riva, che fa il dirigente e stravede per me. È lui a farmi uno dei complimenti più belli di sempre: “Franco, mi sarebbe piaciuto giocare con te: per caratteristiche ci saremmo trovati bene”. Giuro, è tutto vero».
Riva le cambia anche ruolo, vero?
«“Devi fare il centravanti, hai le qualità perfette per giocare più avanti”, mi dice appena sbarco in Sardegna. E poi, quando nel 1980 mi vuole la Juve, mi convince a restare al Cagliari. Abbiamo sempre avuto un rapporto speciale: pochi mesi prima di morire mi ha voluto vedere e abbracciare».
È a Cagliari che nasce il suo soprannome “Spadino”?
«A chiamarmi così è il secondo portiere Enzo Bravi, perché somiglio a “Spadino”, uno dei personaggi del telefilm “Happy Days”».
Nell’estate 1982, dopo tre anni, lei lascia la Sardegna. Ma prima diventa Campione del Mondo.
«Vorrei subito dire una cosa, se posso».
Certo.
«Sa cosa mi scoccia? Che sembra che Bearzot, per il Mondiale, mi abbia chiamato a caso o solo per simpatia, quando invece io facevo parte della nazionale, stabilmente, da un anno e mezzo: avevo già giocato tre volte ed ero sempre stato presente nelle partite di qualificazione, scendendo in campo contro la Grecia».
La sua convocazione, però, in quel momento scatena mille polemiche soprattutto perché Pruzzo, capocannoniere della serie A, rimane a casa.
«Pruzzo è bravissimo, ma ha caratteristiche diverse dalle mie e Bearzot, che mi stima tanto, vuole uno simile a Paolo Rossi. Una volta, prima di un’amichevole, mi dice: “Tu e Paolo siete uguali e non posso farvi giocare insieme, anche se sarei curioso di vedervi all’opera”. E comunque i grandi giornalisti di quel momento, da Brera a Tosatti, da Baretti a Sconcerti, parlano tutti bene di me. Legga questi commenti».
Brera scrive: “Nessuno osava un lancio lungo perché nessuno in attacco osava scattare dettando il lancio. Per fortuna Selvaggi ovviava a questi fondamentali inconvenienti rischiando le gambe e inventandosi conclusioni da tuoni e fulmini”. E Giorgio Tosatti: “Selvaggi è un grande centravanti, interpreta il ruolo in chiave assolutamente moderna, segnalandosi per il gol ma anche inventando il gioco. Sa mandare in gol i compagni con aperture intelligenti”.
«Bella soddisfazione, eh?».
Raccontiamo un po’ della Spagna e chiariamo qualche dubbio. È vero, per esempio, che lei viene messo in camera con Tardelli perché entrambi dormite poco?
«Falso. Io e lui abbiamo due stanze singole. Però ci troviamo sempre a parlare, questo sì, perché io col caldo non riesco a dormire e lui è sempre elettrico: una volta restiamo su fino alle 3.30 di notte. Quando, finalmente, stiamo per crollare, sentiamo bussare alla porta. È Oriali, altro insonne: “Non riesco a dormire, viva di fare due chiacchiere?”».
È vero che lei, in Spagna, ci va senza scarpe perché Bearzot le fa capire che tanto non giocherà?
«Falso. La realtà è che mi presento al raduno senza niente, ma solo perché ho il borsone a Cagliari e non farei in tempo ad andare a prenderlo. Poi, però, recupero ogni cosa».
A proposito di scarpe, è vero che porta il numero 36?
«Falso. Sempre portato il 40».
La convocazione a quel Mondiale, in quel momento, quanto la sorprende da 1 a 10?
«Zero, perché i dirigenti me lo fanno capire qualche giorno prima».
Franco, lei in Spagna non va mai nemmeno in panchina, eppure molti la indicano come un grande uomo spogliatoio. Come mai quella smorfia?
«Non so se essere contento o no: detta così sembra che vengano sminuite le mie qualità calcistiche. La verità è che in quel torneo nemmeno Franco Baresi, Dossena, Vierchowod, Massaro, Bordon e Galli, tutti grandissimi campioni, scendono mai in campo: quell’Italia avrebbe potuto vincere il Mondiale anche con le riserve».
Un ricordo dopo il trionfo?
«Torniamo in hotel, si festeggia a champagne e siamo un po’ brilli. Ad un certo punto salta fuori un pallone e iniziamo a fare qualche tiro nella hall, finché qualcuno si accorge che non ci sono Zoff e Scirea. Allora e io altri saliamo a cercarli e li troviamo in camera: sono distesi a letto a leggere un libro».
Lei diventa Campione del Mondo in Spagna e poi, al ritorno, si trasferisce al Torino.
«Mi vuole Bersellini e faccio due anni intensi. Segno 15 gol, tra cui quello che decide il derby vinto 2-1 nell’ottobre 1983. Gioia immensa. Anzi proprio un orgasmo, come diceva lei all’inizio».
Però nel 1984 se ne va.
«A metà della seconda stagione mi chiama Juliano: mi vorrebbe al Napoli, insiste, ma io non sono convinto perché loro sono a metà classifica. E alla fine rifiuto».
Pentito?
«Beh, faccia lei: passano poche settimane e comprano Maradona...».
Però poi gioca con Zico.
«Mi prende l’Udinese ed è un’esperienza pazzesca. Lui è un fenomeno e quando tira le punizioni, in allenamento, è da non credere: su dieci tiri otto vanno in gol e due si fermano sulla traversa».
È in quell’anno che vede debuttare Paolo Maldini?
«Venti gennaio 1985, Udinese-Milan, nel secondo tempo entra sto ragazzino di 16 anni e si mette a destra. Io guardo Carnevale, mio compagno di attacco, e gli dico: “Sto io dalla sua parte”. Passano cinque minuti e vengo regolarmente anticipato, allora faccio un cenno a Carnevale: “Scambiamoci di fascia...”».
Il suo ultimo campionato in serie A è all’Inter nel 1986.
«Una squadra fortissima, sulla carta, che dovrebbe ammazzare il campionato: ci sono grandi campioni come Rumenigge, però arriviamo solo sesti. Io ho un ginocchio che si gonfia sempre e a fine anno non me la sento di restare».
Così gioca l’ultima stagione alla Sambenedettese in serie B, poi si ritira, fa per un po’ l’allenatore e infine il docente a Coverciano, oltre che il capo delegazione della Nazionale Under 16. Franco, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Una volta ero più credente».
2) Paura della morte?
«No, perché se faccio un bilancio della mia vita sono soddisfatto».
3) Il difensore che la faceva più impazzire?
«Sono stato marcato dai più bravi e famosi, ma quello che soffrivo di più era Vincenzi del Varese».
4) Quello contro cui, invece, giocava sempre bene?
«Vierchowod, è stato lui stesso a dirlo».
5) Lei è arrivato vicinissimo a trasferimenti, poi sfumati, che le avrebbero permesso di vincere molti scudetti: ha rimpianti?
«Non sono mai retrocesso e ho sempre fatto gol pesanti per le salvezze delle mie squadre: va bene così, sono orgoglioso della mia carriera. Anche perché, comunque, il Mondiale mi ha ripagato di tutto».
Ultima domanda. I migliori 11 con cui ha giocato?
«Zoff in porta. Gentile a destra, Cabrini a sinistra, Vierchowod - non me ne voglia Collovati - e Scirea dietro. A metà Causio, Tardelli, Conti. Zico dietro le punte, che sono Rossi e Altobelli».
E Rumenigge?
«Parte fuori, ma poi è il primo a entrare».