Femminicidi Sula e Campanella, le voci di chi fa prevenzione nelle università: “Si sottovaluta ancora il controllo. E lo stereotipo maschile è un tabù”
- Postato il 3 aprile 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Sara Campanella, 22 anni, studentessa dell’università di Messina. Ilaria Sula, 22 anni, iscritta alla facoltà di Statistica della Sapienza. Le vittime degli ultimi due femminicidi, il quarto e quinto solo dall’8 marzo scorso, sono giovani donne che seguivano un percorso universitario. E proprio gli atenei sono i luoghi dove si sta cercando di lavorare sulla prevenzione della violenza di genere, con osservatori sul fenomeno e sportelli per il sostegno di chi denuncia. Da quella prima linea, di fronte all’ennesima conta di donne morte ammzzate, esperte e professoresse raccontano perché continuano il loro impegno. E dove dovrebbero concentrarsi i nostri sforzi.
“Le giovani hanno più consapevolezza della violenza, ma ancora si sottovaluta il controllo” – Nel 2022 è stato aperto un centro antiviolenza dentro la Sapienza, in viale dello Scalo San Lorenzo 61. Qui studiava Sula che, però, a queste operatrici non si era mai rivolta. “Vista la posizione, il profilo delle donne che arriva da noi è quello di studentesse molto giovani, dai 19 anni in su”, spiega la psicologa del centro Valeria Messina. “L’età più giovane favorisce una consapevolezza maggiore della violenza. E abbiamo la possibilità di vedere e supportare situazioni iniziali, appena si percepiscono i primi campanelli di allarme. C’è maggiore probabilità che una ragazza giovane arrivi qui e che sia più consapevole”. A loro, continua Messina, “spieghiamo quello che è espressione di violenza. Perché a volte si pensa che sia solo fisica e gli altri tipi si riescono a identificare con molta meno facilità”. I campanelli d’allarme che vengono sottovalutati più spesso sono “il controllo o la gelosia, espressione del possesso”. “Una ragazza che comincia, ad esempio, a percepire che quello che vive è violenza viene da noi per comprendere se il fatto che le venga controllato il telefono o che sia limitata nelle uscite o che le siano ridotti i contatti con l’esterno sia una cosa grave”. Nel caso di Sara Campanella, anche lo stalking. “Questo è il primo reato che dà valore all’emotività della vittima perché prende in considerazione l’ansia e la paura della donna”. Anche in situazioni più “docili”, come “il costante ricevere fiori a casa o messaggi dolci”. “Lavorare su quell’emozione è fondamentale perché ci dice che in quel momento la ragazza è in pericolo”, dice. “E invece, si pensa sempre che non potrebbe succedere a noi”.
Il fenomeno che riguarda le nuove generazione, è a suo modo diverso dal passato perché concorrono nuovi elementi. “I social media hanno un enorme valore e in qualche modo facilitano anche la diffusione di messaggi positivi”, continua Messina. “Però con quegli stessi social siamo maggiormente esposti alla condivisione. E quindi al controllo, al dare per scontato che bisogna sapere dove l’altro è. In più l’aspetto della gelosia, in verità è un qualcosa di molto radicato all’interno del contesto culturale in cui viviamo attualmente e credo che oggi semplicemente se ne parli di più”. E’ sempre sbagliato generalizzare, ma è innegabile che i due casi degli ultimi giorni hanno alcuni comuni denominatori: le vittime erano giovani, studentesse, libere di costruire il proprio futuro. “Questo in una relazione violenta è un limite perché è l’esatto opposto di quello che si usa fare. La violenza isola. Predispone al controllo costante, riduce l’autostima. E rispetto alla descrizione che ci fa la stampa, queste ragazze rappresentavano tutto il contrario”. E dall’altra parte c’è una “nuova generazione che entra in contatto con il precario”: “Avrebbe a differenza delle passate la possibilità di iniziare dei percorsi perché ormai è sdoganata la psicoterapia. Ma manca di certezze e questo nella relazione si può riversare in maniera negativa”. Per Messina, ora fondamentale “è sensibilizzare di più e fare prevenzione, a partire dai più piccoli perché solo questo può salvarci”. E alle giovani dice: “La cosa fondamentale è chiedere aiuto e affidarsi ai centri antiviolenza. Perché lì ci sono persone formate, donne che lavorano per altre donne. E averne uno nelle università può fare la differenza per le ragazze”. Che “non devono mai sottovalutare quando vivono emozioni negative, devono ascoltarsi. E passare da noi anche solo per un confronto”.
“L’errore è che ancora non si agisce a livello culturale” – All’università Statale di Milano, nel 2021, è stato creato un osservatorio sulla violenza contro le donne ed è nato “su richiesta degli studenti”. A raccontarlo è la docente Irene Pellizzone, delegata della Rettrice sulla violenza di genere e docente di diritto Costituzionale: “Da anni ci occupiamo del tema in modo interdisciplinare”, racconta. “E l’osservatorio permette di parlarne con persone che possono illustrarlo in modo tecnico e rispondere alle domande. Che poi preludono anche a tutta una parte di condivisione emotiva. Noi possiamo dare strumenti per essere consapevoli e chiedere aiuto, delle chiavi di lettura”. Per Pellizzone, gli ultimi due casi di femminicidio, dimostrano che ancora “non si agisce a livello culturale” e “determinati comportamenti che potrebbero essere dei campanelli d’allarme o comunque che manifestano uno squilibrio di potere nella relazione o nella ricerca di un contatto, non ci rendiamo conto che sono problematici. E questo perché nella nostra cultura sono considerati normali”. Segnali che la strada è ancora lunga. “Il lavoro che stiamo facendo con le nostre studentesse e i nostri studenti non diminuisce, anzi aumenta. Anche se forse siamo una goccia del mare e anche se noi non potremmo vedere i frutti di questo lavoro a breve. E’ un lavoro che richiederà a tante generazioni di darsi una specie di staffetta”.
Un lavoro che, secondo Pellizzone, ha un percorso segnato: “Sulla repressione siamo già dotati di norme importanti”, invece “dobbiamo lavorare di più sulla formazione degli operatori che le applicano. Su questo penso che ci siano ampi margini di miglioramento. E poi bisogna investire risorse sull’educazione nelle scuole che è ancora sporadica: gli interventi non possono ridursi a due ore in un anno in una classe virtuosa”. Uno spartiacque è stata la morte di Giulia Cecchettin. “E’ stato un momento di svolta”, continua, “perché si è create una specie di onda. Che non vuol dire che necessariamente le cose miglioreranno, ma le giovani generazioni che frequentano le università mi sembra che ce lo stiano chiedendo”. E gli ultimi casi “ci dicono che di fronte a certi comportamenti bisogna tutelarsi perché la violenza è insidiosa e funziona anche a livello psicologico. E un altro elemento importante è la frustrazione che deriva dall’abbandono da parte del maschio che deve essere incanalata, e non portare all’uccisione della ragazza che vuole essere libera. Il genere maschile deve avere la possibilità di rappresentare le sue emozioni senza esplodere in questi atti violentissimi. Bisogna parlare anche di questo: dello stereotipo maschile, del maschio che non piange, è sempre duro, che non può accettare la sconfitta se no non è un vero maschio. Sono uomini in difficoltà che pensano di dover manifestare il loro possesso, è ancora un tabù e invece dobbiamo parlarne”.
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