Fabio Fazio, Giannini e gli altri nomi: la sinistra sta per prendersi la Rai
- Postato il 18 aprile 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Fabio Fazio, Giannini e gli altri nomi: la sinistra sta per prendersi la Rai
«Guai a te se mi citi...». La Rai sarà pure malmessa, come va di moda affermare, ma nessuno tiene a bruciarsi o a inimicarsela. Le fonti, interne e collaterali, ti dicono tutto quel che sanno, e forse anche di più, ma il patto di sangue prevede l’anonimato. Quello che mette d’accordo tutti è che, come insegnavano i democristiani, che l’hanno dominata per decenni, la tv di Stato «preconizza le svolte del Paese». E siccome dopo il referendum sulla giustizia è iniziato a spirare un vento giallorosso, ecco che le canne da fuoco dell’informazione pubblica hanno iniziato a piegarsi, con inclinazione deferente, in quella direzione.
I maligni sostengono che Giuseppe Conte abbia la fila di giornalisti davanti come neanche quando era premier. Pure Elly Schlein, non di rado snobbata dalla stampa progressista, gode di un’insolita popolarità. Quanto a Roberto Natale, l’ex portavoce di Laura Boldrini approdato nel consiglio d’amministrazione Rai grazie a M5S e Avs, è sempre stato uno che «nell’azienda pesa», raccontano, e ora è stato promosso alla categoria pesi massimi.
La notizia è che poco dopo il referendum Schlein è ricomparsa negli studi Rai, che normalmente snobbava, ricambiata, preferendo il salotto di La7. Segnale di una volontà di futura presa di potere da parte della segretaria dem oppure omaggio preventivo a chi un domani potrebbe comandare? Nel dubbio, pezzi da novanta di viale Mazzini si sono scomodati per salutarla, malgrado l’orario non agevole e il tratto di strada tra gli studi televisivi e il palazzo del potere. Una processione bipartisan.
Come quella che ha visto insospettabili accomodarsi, senza addormentarsi, lunedì scorso al Tempio di Adriano per assistere alla presentazione del libro di Giuseppe Conte, che si è fatto intervistare da Giovanni Floris. Anche questo un messaggio subliminale del potere giallorosso? Del tipo: ragazzi, vi voglio tutti come quelli di La7. Di certo non tutto il mondo del centrodestra ha gradito la sfilata e c’è chi ha preso nota dei nomi...
A proposito di nomi, conviene iniziare a farli. La storia racconta che nell’anno prima del voto in Rai non si muove nulla e la contingenza particolare rafforza la tradizione. Unica cosa che potrebbe far saltare lo schema, l’approvazione della riforma della tv pubblica, che l’Europa ci chiede. Voci dicono che potrebbe avvenire già a luglio, e da essa discenderebbero la nomina di nuove direzioni e nuovo cda, che resterebbero in carica quattro anni. Sarebbe un modo per il centrodestra di blindare la tv pubblica indipendentemente dall’esito elettorale. Ipotesi suggestiva ma poco probabile. Non tira aria, anche perché i vertici dovrebbero essere nominati dal Parlamento, a eccezione dell’indicazione del direttore generale da parte del ministero dell’Economia, a cui Giancarlo Giorgetti non rinuncia, visto che è il suo dicastero a finanziare l’azienda.
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Se riforma non sarà, il clima che si respira è che stavolta chi vince le elezioni si prende tutto il piatto, con le briciole per gli altri. Molto diversamente da quanto avvenuto a questo giro, dove il centrodestra si è limitato a piazzare qualche bandierina ma non ci sono state modifiche sostanziali di assetto, nei programmi, negli autori, nelle posizioni di sottopotere. Schlein fino a ora è volutamente stata a guardare, non combattendo nessuna battaglia; ma in caso di vittoria, la musica sarà altra.
I nomi, si diceva. Quello che tutti fanno è un ritorno: Mario Orfeo, già direttore generale nonché nel tempo a capo di Tg1, Tg2 e Tg3. Una garanzia assoluta. Rientrerebbe a capo di tutta l’azienda dopo aver raddrizzato la linea politica di Repubblica, rabbonito i giornalisti e gestito il passaggio di proprietà dalla famiglia Elkann al gruppo greco di Theodore Kyriakou.Il quotidiano è autorevole e faticoso, vuoi mettere con le paillettes della tv pubblica? Orfeo è vicino a Matteo Renzi ma ha costruito un buon rapporto anche con Schlein, non può essere discusso dal Pd e, anche se non tutti lo ricordano, napoletano doc, approdò in Rai anche grazie ai buoni uffici di Italo Bocchino e Mara Carfagna. Alla presidenza il favorito è Antonio Di Bella, in pensione, anche lui cavallo di ritorno, figura di garanzia più di Giovanni Minoli, che sarebbe indiscutibile ma ha il guaio di non ammettere discussioni. Sempre che il posto, che è vacante da anni, non tocchi a una donna, naturalmente d’area progressista, con lungo e onorato corso in azienda.
Scontato, in caso di vittoria della sinistra, il ritorno di Fabio Fazio. Sul Nove ha vinto la sua battaglia personale, riuscendo a portarsi dietro il proprio pubblico. Non è bastato però a consentire alla rete lo scatto di livello e portarla a essere un canale nazionale stabile nel giro di telecomando del telespettatore. Non è colpa sua ma neppure merito.
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Tornerebbe anche Amadeus, naturalmente e, sorpresa, Alberto Matano, l’ex mezzobusto del Tg1 da anni conduttore de La vita in diretta, sarebbe promosso a Domenica In, quando l’eterna Mara Venier sarà pensionata. Sarebbe il segno nazional-popolare grillino sulla tv pubblica, dove riprenderebbe un ruolo di primissimo piano Stefano Coletta, già direttore prima di Rai 3 e poi di Rai 1.
Ma veniamo ai direttori dell’informazione. L’uomo forte del Pd in Rai attualmente è Marco Damilano, cattolico di sinistra, conduttore de Il cavallo e la torre, ex direttore de L’Espresso. Lui avrebbe in mano tutte le carte per fare quello che vuole. Siccome è intelligente, si terrà stretto il suo programma, o al massimo preparerà qualcosa per la prima serata, ma non si impelagherà nella direzione dei tiggì. Per quel ruolo il nome a effetto potrebbe essere quello di Massimo Giannini, al Tg3, ormai più volto tv che firma di Repubblica, sempre pronto a fare una Telekabul trent’anni dopo. Questo impedirebbe a M5S di riempire quella casella, con il ripescaggio di Giuseppe Carboni, ex direttore del Tg1, o il lancio del giovane e talentuoso Senio Bonini, ora vicedirettore del Tg1, più quotato in area pentastellata di Duilio Gianmaria, consolidato conduttore di Petrolio ora in panchina.
E al Tg1? Presto per avere certezze. Damilano non è da escludersi, anche perché libererebbe il posto per un ritorno in grande stile di Serena Bortone. Di certo possono giocarsi le loro chance Pierluca Terzulli, che ora dirige il Tg3, o ancora Bonini e Carboni, con Roberto Vicaretti da Rainews come vicedirettore.
Quanto al Tg2, dovrebbe salvarlo il centrodestra, con Nicola Rao, la conferma di Antonio Preziosi o una scelta di Fdi ancora da farsi. In attesa che si compiano i futuri scenari, una cosa però è già realtà. Il centrodestra in azienda ha totalmente abbassato la guardia. Quest’estate tornerà l’ex Iena Antonino Monteleone in prima serata, ma Sigfrido Ranucci e compagni sono ormai i padroni assoluti della tv pubblica. Domenica scorsa, a Report, un’infilata di servizi variegati tutti con un solo obiettivo: Fratelli d’Italia. E lo chiamano pluralismo...
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