Europa irrilevante sull’Iran, ma almeno non succursale Onu

  • Postato il 3 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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Europa irrilevante sull’Iran, ma almeno non succursale Onu

Al direttore - Quello che era un punto forte della Meloni, ovvero l’aver trasformato una politica incerta in una politica estera di buon livello, rischia di trasformarsi ora nella sua Waterloo. L’attacco americano-israeliano contro l’Iran dimostra tutta l’inconsistenza dei governi europei, in particolare di quello italiano che si era proposto come mediatore con gli Stati Uniti, e la loro irrilevanza nel contesto politico mondiale. Se i governi europei non sapranno presto trovare un punto di unità importante e costruire una politica estera comune basata anche su un forte esercito europeo, la loro irrilevanza diventerà cronica e li condannerà a divenire vassalli, oltretutto in modo disordinato e non coordinato, delle potenze che via via si contenderanno il potere.
Tino Giannini

Sul medio oriente, purtroppo, l’irrilevanza che pesa non è quella italiana ma è quella europea. Nell’irrilevanza però un elemento positivo emerge. Di fronte all’attacco contro l’Iran, l’Europa avrebbe potuto, ricordando un passato poco glorioso, trasformarsi in una succursale dell’Onu e condannare l’azione contro gli ayatollah. Non lo ha fatto. L’irrilevanza resta (ci ha messo tre giorni l’Europa per elaborare una posizione), la politica estera dell’Unione europea in medio oriente non esiste (quando va bene) ma aver letto poche ore dopo l’intervento di Israele e dell’America che la presidente della Commissione non condannava l’intervento ma sosteneva “fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro” offre la possibilità di non essere troppo cupi, anche su questo tema, sul futuro dell’Europa.

Al direttore - Credo faccia bene Giuliano Ferrara a domandarsi se bastino i raid aerei a far crollare l’asse portante del regime iraniano. Dopo la guerra in Libia del 2011, l’approccio – figlio della revisione della politica estera statunitense attuata da Obama – del “light footprint model”, che prevedeva il sostegno aereo occidentale alle forze dei rivoltosi a terra, senza influire profondamente sui processi politici, ha mostrato tutta la sua fallacia. Il potere aereo può decapitare un regime, può minarne le capacità militari di risposta simmetrica, può colpire le infrastrutture che lo rendono “de facto” una potenza regionale, ma non può, da solo, abbattere la struttura politica stratificata che lo tiene in vita. A maggior ragione in Iran, dove non esiste una opposizione armata organizzata (sul modello dell’Alleanza del nord afghana o delle milizie libiche anti Gheddafi) e il monopolio della violenza è tenuto ben saldo dai pasdaran, gli attacchi chirurgici e i raid delle forze aeree potrebbero non essere sufficienti a sostenere il “regime change” di cui a Washington si parla, forse, troppo spudoratamente. Il rischio che, ancora una volta, sulle spalle del popolo iraniano si combatta una “guerra a metà” è molto forte. Comprensibile che né Israele né Usa vogliano impantanarsi in una guerra terrestre logorante e difficile da vincere, se non con enormi sacrifici, ma sarebbe il caso di uniformare l’obiettivo militare al messaggio politico della guerra che si sta combattendo.
Filippo Del Monte  
 

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Autore
Il Foglio

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