Erbil: Il peso di essere un bersaglio

  • Postato il 13 marzo 2026
  • Attualità
  • Di Paese Italia Press
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di Domenica Puleio

Le sirene a Erbil non chiedono permesso. Ti strappano dal sonno, ti buttano a terra e ti trascinano nel buio di un bunker mentre il cielo sopra l’Iraq si trasforma in un inferno di fuoco iraniano. Oggi un soldato francese ha smesso di respirare; i nostri ragazzi sono ancora vivi, ma il miracolo che li ha salvati non cancella l’odore di una morte che li ha sfiorati da vicino.

“Sanno di correre rischi”. Con queste parole il Ministro Crosetto ha liquidato l’angoscia di decine di famiglie italiane. È un’onestà che spaventa per quanto è gelida. Perché se è vero che un militare accetta il pericolo, non è accettabile che la politica lo usi per coprire il fallimento di una strategia che non esiste. Smettiamola di chiamarle “missioni di pace”: è una menzogna che serve solo a tenerci la coscienza pulita mentre mandiamo i nostri figli a fare da bersagli mobili in una guerra che non ha più regole.

Siamo immersi in un conflitto totale, ma continuiamo a recitare la parte degli spettatori neutrali. I nostri soldati sono diventati merce di scambio, pedine di una geopolitica cinica che li lascia sepolti sotto metri di cemento armato ad aspettare che l’ennesimo missile decida della loro vita. Difendere il diritto alla vita significa anche smettere di tradire questi giovani, smettere di trattare il loro coraggio come un rischio calcolato su un foglio di carta.

Non è eroismo essere lasciati soli in un deserto di fiamme; è un tradimento istituzionale che non ha scuse. Quei ragazzi a Erbil vogliono tornare a casa, vogliono vivere, e hanno il diritto di sapere perché la loro pelle vale meno della diplomazia di facciata di un Governo che non ha il coraggio di dire la verità: siamo in guerra, e il prezzo lo stanno pagando loro.

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Foto di Robert Waghorn da Pixabay

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