Elezioni in Ungheria, Magyar in vantaggio su Orbán: il Paese diviso tra il re dei sovranisti Ue e l’europeista che ha ‘tradito’ Fidesz
- Postato il 11 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Viktor Orbán le ha provate tutte. Si è messo “al servizio” di Vladimir Putin, scatenando le opposizioni che ipotizzano ingerenze russe nel voto, e ha chiesto l’aiuto di Donald Trump che, a pochi giorni dall’appuntamento elettorale, ha inviato in Ungheria il vicepresidente JD Vance per partecipare a un comizio del primo ministro uscente. Perché in ballo, in queste elezioni parlamentari, c’è veramente tanto. C’è il futuro del Paese che negli ultimi 15 anni ha conosciuto un solo premier. Ma c’è anche il futuro della fronda nazional-populista in Europa che domenica 12 aprile rischia di perdere il suo leader più importante, colui che più di tutti ha contribuito a rendere il Gruppo di Visegrád la prima enclave sovranista nell’Ue. Lo sforzo per frenare l’ascesa dello sfidante Peter Magyar è stato enorme e senza regole: Orbán ha inasprito lo scontro con l’Ucraina tirando in ballo gli interessi nazionali ed energetici ungheresi, ha chiesto aiuto agli alleati più influenti e così è riuscito a recuperare in parte uno svantaggio che, fino a un mese fa, sembrava condannarlo inevitabilmente alla sconfitta.
Gli ultimi sondaggi, comunque, dicono che servirebbe davvero un’impresa per scongiurare la fine dell’era Orbán. Secondo l’istituto Publicus, Tisza, la formazione guidata da Magyar, otterrebbe il 38% dei consensi, mentre Fidesz, il partito del premier, si fermerebbe al 29%. Numeri migliori di qualche settimana fa, quando il distacco era di circa 20 punti, ma comunque proibitivi. Se non fosse per un fattore tutt’altro che irrilevante: il 25% di questi ha dichiarato comunque di non avere ancora deciso verso quale candidato indirizzare il proprio voto. Un dato che potrebbe anche ribaltare la situazione.
Orbán si gioca tutto
Vista la portata dell’impresa che dovrebbe compiere per sperare di rimanere al potere, negli ultimi mesi il premier ha speso tutte le risorse per cercare di convincere gli elettori a confermarlo alla guida dell’esecutivo. Quindici anni di governo hanno raccontato la sua svolta da liberale anti-comunista a nazionalista che ha promosso leggi sempre più illiberali e repressive nei confronti delle opposizioni, senza che questo abbia impedito comunque all’economia nazionale di entrare in stagnazione e alla corruzione di proliferare. Così, era necessario il supporto delle grandi potenze. Una su tutte, quella con cui vanta un rapporto privilegiato ormai da anni, per motivi economici ancor prima che ideologici: la Russia di Vladimir Putin.
I rapporti, si è detto, sono ottimi da anni. Lo testimonia anche l’ostruzionismo di Budapest che dopo lo scoppio della guerra in Ucraina si è esposta per rallentare il più possibile i provvedimenti sanzionatori nei confronti di Mosca, non solo per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico che vede l’Ungheria dipendente dalla Federazione. Ma negli ultimi tempi questa resistenza si è fatta ancora più decisa, come testimonia lo scontro con Volodymyr Zelensky sull’oleodotto Druzhba che trasporta petrolio dalla Russia verso l’Ungheria, attraverso l’Ucraina, e rimasto danneggiato nei bombardamenti. Chiedendone la riparazione a Kiev, Orbán, con l’aiuto del premier slovacco Robert Fico, ha bloccato il 20esimo pacchetto di sanzioni Ue alla Russia e il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Così, quando Bloomberg ha diffuso i contenuti di una telefonata tra Putin e Orbán dello scorso ottobre nella quale il secondo diceva di mettersi “al servizio” del capo del Cremlino, i suoi avversari in patria e in Europa hanno espresso il timore dell’ingerenza russa nelle elezioni. “Ieri la nostra amicizia ha raggiunto un livello così alto che posso esserti d’aiuto in qualsiasi modo. Per qualunque questione in cui possa esserti d’assistenza, sono al tuo servizio”, ha detto il leader magiaro al presidente russo, citando poi una celebre favola di Esopo in cui un topolino aiuta un leone a liberarsi da una rete, dopo che questo aveva risparmiato poco prima la vita al roditore. Poche settimane dopo quella chiamata, Orbán ha annunciato lo stop al prestito all’Ucraina.
“La politica estera dell’Ungheria è pragmatica e trasparente. Questo caratterizza anche le relazioni tra Ungheria e Russia. Diciamo pubblicamente esattamente ciò che diciamo al tavolo dei negoziati. A differenza della diplomazia francese, che negozia continuamente con i russi a porte chiuse”, ha replicato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó. Non è proprio così, almeno secondo un’inchiesta di Politico che parla di un accordo segreto in 12 punti tra Ungheria e Russia “per espandere i legami economici, commerciali, energetici e culturali tra i due Paesi”, tra cui figura anche l’impegno a “invertire la tendenza negativa nel commercio bilaterale”, diminuito a causa delle sanzioni Ue contro la Russia, e l’apertura alle aziende russe per l’avvio di nuovi progetti di energia elettrica e idrogeno in Ungheria, oltre a una più stretta cooperazione su petrolio, gas e combustibile nucleare.
La carta Trump
L’altro big al quale Orbán ha chiesto aiuto è Donald Trump. D’altra parte, dai documenti secretati della nuova National Security Strategy diffusi da Defense One, proprio l’Ungheria è, insieme a Italia e Polonia, uno dei Paesi che l’amministrazione Trump considera utili come leva per diffondere nazionalismo, conservatorismo e “recupero dei tradizionali stili di vita europei”. Così nel Paese, a pochi giorni dal voto, è arrivato il vicepresidente Vance per manifestare il sostegno di Washington alla candidatura del premier uscente: “Dobbiamo far rieleggere Viktor Orbán come primo ministro dell’Ungheria, giusto?”, ha detto dal palco. E nonostante sia il numero due della più grande potenza mondiale, arrivato nel Paese per sostenere la candidatura di un leader alle prossime elezioni, ha comunque voluto chiedere ai cittadini ungheresi di “scegliere il vostro futuro senza che forze straniere vi dicano cosa fare. Non vi sto dicendo per chi votare, ma di non ascoltare i burocrati di Bruxelles“. Poi la telefonata in diretta con Trump: Viktor Orbán “sta facendo un ottimo lavoro, non ha permesso a nessuno di prendere d’assalto il vostro Paese e invaderlo come hanno fatto altri rovinando i loro Paesi. Ha mantenuto il vostro Paese solido e ha fatto un lavoro fantastico”.
L’ex delfino Magyar
Il principale problema di Orbán sarà dove trovare i voti per ribaltare la situazione. Perché lo sfidante non è un esponente della sinistra ungherese, ma un ex membro del suo partito che, quindi, attira le preferenze dei conservatori più moderati che non hanno gradito la svolta “illiberale” del leader di Fidesz. Fatto, questo, che spiega l’estremizzazione del dibattito da parte del premier. Magyar si presenterà a queste elezioni forte anche del probabile sostegno della GenZ, scesa in piazza per chiedere una svolta europeista e “la fine del regime“.
L’ascesa di Magyar inizia nel 2024 proprio grazie a una crisi interna a Fidesz che ha deciso di cavalcare. Avvocato classe 1981, lo sfidante di Orbán è entrato nel partito del premier poco più che 20enne e lì è stato formato politicamente. La sua carriera è andata avanti parallelamente a quella dell’allora moglie, rimasta tale fino al 2023, Judit Varga, poi diventata anche ministro della Giustizia. Proprio il loro matrimonio fu al centro dello scandalo che l’attuale avversario di Orbán usò per lanciare la sua guerra all’ex partito. Nel febbraio 2024 è emerso che nell’aprile 2023, un mese dopo la separazione tra Magyar e Varga, la presidente ungherese Katalin Novák aveva dato la grazia a Endre Kónya, il vicedirettore di un orfanotrofio che aveva tentato di insabbiare casi di abusi su minori all’interno dell’istituto. Uno scandalo che travolse il partito di maggioranza al governo e anche la stessa Varga che su quel documento aveva messo la propria firma come ministro della Giustizia. Magyar fiutò l’occasione politica e decise così di pubblicare un audio registrato della moglie che, quando erano ancora sposati, gli rivelò le azioni di alti funzionari governativi che avevano fatto rimuovere prove dai documenti giudiziari per insabbiare dei casi di corruzione.
Da lì, la carriera politica di Magyar è decollata grazie alla figura di insider che lotta contro la corruzione all’interno dei partiti. Si è così unito al Partito del rispetto e della libertà (Tisza), diventandone il leader e portandolo a essere il secondo d’Ungheria puntando sulla lotta alla corruzione e al nepotismo e promettendo una svolta liberale nel Paese dopo 15 anni di pugno duro di Fidesz. Una lunga campagna che già alle Europee del 2024 ha portato i primi risultati, con il 31% dei consensi e 7 seggi al Parlamento europeo tra le fila del Ppe, proprio l’ex famiglia politica di Fidesz. È forse proprio questa immagine che Magyar vuole mostrare di sé e del suo partito: una formazione conservatrice ma europeista, pronta a riportare l’Ungheria nel gruppone dei Paesi allineati alla maggioranza della Plenaria di Strasburgo.
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