Effetto Dunning-Kruger

  • Postato il 25 marzo 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Generico marzo 2026

“Tutto ciò di cui hai bisogno in questa vita è ignoranza e fiducia, poi il successo è assicurato” scrive Mark Twain in Taccuini, era il 1935, quasi un secolo fa, eppure la sua caustica affermazione ci appare oggi di straordinaria attualità. Credo possa essere utile, all’interno di questo momento preludiale, riportare un avvenimento accaduto a Pittsburg nel 1995 quando il signor McArthur Wheeler realizzò due rapine in banca senza preoccuparsi di coprire il proprio volto. Velocemente rintracciato, grazie alle telecamere di sorveglianza, al momento dell’arresto si limitò a domandare: “Com’è possibile che mi abbiate individuato, mi ero cosparso il volto di succo?” L’inattesa reazione del ladro, che comunque finì in galera, incuriosì gli studiosi che, interrogandolo, scoprirono che era certo di risultare invisibile alle telecamere poiché si era bagnato il viso col succo di limone. Strano personaggio, si era convinto che, così come ciò che conosciamo come inchiostro simpatico risulta invisibile se non sottoposto a specifiche fonti di calore, allo stesso modo il limone avrebbe reso invisibile il suo volto alle telecamere. Gli psicologi David Dunning e Justin Kruger, prendendo spunto dal caso McArthur, condussero una serie di esperimenti sugli studenti dei primi anni alla Cornell University, sottoposero i giovani a test di logica, grammatica e umorismo. Le loro conclusioni furono che l’incompetenza, in altre parole l’ignoranza, non solo genera errori ma, aspetto ancor più interessante, impedisce al soggetto di averne coscienza. Il Dunning-Kruger Effect, di fatto, evidenzia una distorsione cognitiva, determinata da un pregiudizio che compromette e condiziona le conclusioni, un tipico esempio di bias. In questi casi la struttura mentale del soggetto, la sua possibilità conoscitiva, è condizionata da premesse, non necessariamente fondate, che determinano il suo giudizio e, di conseguenza, il suo comportamento.

Certo, il signor McArthur risulta buffo, com’è possibile credere di risultare invisibile con il suo casalingo stratagemma? Eppure le dinamiche gnoseologiche di ognuno di noi sono conseguenti a bias radicati nelle pieghe più antiche e istintive del nostro cervello, di tutti noi. Provo a fare un esempio rivolgendomi a te che mi stai leggendo ora: posso chiederti di stare immobile per qualche secondo? Giusto il tempo di leggere la prossima riga. Bene, ora ti domando: “Sei fermo o stai viaggiando a folle velocità?”. I sensi, ne sono certo, ti confermeranno la tua immobilità, eppure questo è possibile per il semplice fatto che, assuefatti, non registrano la tua corsa solidale al movimento rotatorio del pianeta. Abbiamo bisogno di queste forme di distorsione percettiva, l’ignoranza è un bene in questo caso, o almeno è comoda e utile. Altra cosa è il bias cognitivo di cui andiamo a parlare ora. Credo si possano indicare come bias di confine quelli più prossimi alla consapevolezza: quelli di soggetti che millantano competenze o titoli inesistenti; quelli che disquisiscono su discipline delle quali poco conoscono; quelli che impiegano termini specialistici fuori contesto, insomma, i casi di supponenza che rendono fastidiosi e ridicoli gli affetti da tale patologia. Sono casi umani di insicuri e/o narcisisti che si sovrastimano compensativamente, che cercano di suscitare ammirazione per rassicurarsi. Potremmo limitarci a una benevola compassione se questi soggetti, nell’assurdo carnevale che è il mondo virtuale dei social, non generassero un effetto domino pericoloso. Quante sono le informazioni scorrette che circolano in rete? Quanti si spacciano per specialisti di settori che conoscono a malapena e, nella rete, non sono così facilmente distinguibili da esperti della materia? Lungo questo scivoloso piano inclinato si raggiunge la manipolazione dell’informazione generando distorsioni dette media bias.

Tutti noi applichiamo dei meccanismi comportamentali che ci consentono una sorta di semplificazione dell’esperienza: si fondano su dati acquisiti nel passato che tendiamo a riconoscere nel presente; sull’autoconferma determinata dal riconoscersi nel contesto culturale nel quale viviamo; sul fenomeno noto come “profezia che si autoavvera”, insomma, è molto probabile che le mie aspettative mi conducano verso l’ipotesi che mi abita. L’argomento è molto vasto e complesso e spero mi si perdoni l’estrema sintesi e la semplificazione, ma vorrei arrivare a un atteggiamento che, da sempre presente nel comportamento umano, riveste oggi una rilevanza cruciale, mi riferisco al cosiddetto “ancoraggio”. Si tratta di un’efficace e distorsiva euristica che conduce a prendere posizione basandosi sulle prime informazioni suggerite dalla personale esperienza e, tragicamente in rete, elaborate dagli algoritmi. Un’altra forma di bias comune alla nostra specie, artatamente accentuato nel mondo dei social, è quello noto come bias di conferma. In natura consiste nella selezione, inconsapevole, direi addirittura meccanica, delle conoscenze in nostro possesso così da farne emergere, come privilegiate, alcune rispetto alle altre. La distinzione è finalizzata, ancora una volta, verso una rassicurante quanto ingannevole semplificazione, insomma, se fra le tante informazioni le più rilevanti corroborano le mie tesi, ciò significa che le stesse sono corrette. Questa operazione, deliberata e molto più mirata ed efficace, viene effettuata dagli algoritmi che garantiscono l’accesso a scorciatoie gnoseologiche che rendono più immediate le nostre reazioni, anche se il loro valore di correttezza ne risulta spesso compromesso.

Potremmo fondatamente affermare che l’effetto Dunning-Kruger è facilmente riconoscibile quando, all’interno di un confronto dialogico, i protagonisti sono un saccente superficialmente informato; un autocritico che ha cercato di approfondire l’argomento e uno studioso che, in quanto tale, molto socraticamente ha precisa consapevolezza di quanto sa e di quanto ancora non ha compreso. Il primo dei tre manifesterà grande sicurezza nelle proprie convinzioni, l’assenza di autocritica è un cemento duro da scalfire; il secondo tenderà a mettere in dubbio le proprie conoscenze ascoltando silenziosamente gli altri; il terzo, estremamente recettivo anche del punto di vista altrui, non nasconderà la continua dinamica del proprio pensiero che, per certo, non apparirà agli ascoltatori granitico come quello del suo saputo interlocutore. Credo sia assolutamente pleonastico interrogarci su chi dei tre raccoglierà maggiore consenso. Secondo le linee del pensiero dominante, che valutano la qualità di una tesi in base al numero dei like che incassa, sarà inoppugnabile il fatto che, nella logomachia ipotizzata qui sopra, il giusto vincitore non potrà che essere il primo dei tre. Personalmente apprezzo di gran lunga sia il secondo protagonista, del quale, però, mi infastidisce lo sterile silenzio, che il terzo, al quale, comunque, segnalo il pericolo della cosiddetta “sindrome dell’impostore”. Questa sindrome è figlia di un eccesso di autocritica che genera, in chi la patisce, la paura di non essere mai sufficientemente preparato, finendo poi, specularmente, col riconoscere competenze elevate nell’arrogante sprovveduto, il primo del nostro esempio. Per calare la questione, dalle aree dilatate del sistema sociale, a più private considerazioni, inviterei i lettori a osservare i propri interlocutori riconoscendo i caratteri dei tre diversi modelli descritti, ricordando anche che esiste un’ulteriore possibilità bifronte. In questa, un lato manifesta un soggetto realmente competente che non pretende di possedere verità incontrovertibili ma, allo stesso tempo, non accetta di essere messo all’angolo dal primo saputello di passaggio; l’altro lato è quello dell’ipocrita modestia. Mi spiego: se se affermo di saper sollevare 100 chili non sono supponente se davvero lo so fare e sono ipocritamente modesto se affermo di non saperlo fare solo per poi stupire. Esiste poi la grave patologia di certi politici che l’anno prima affermavano il contrario di ciò che affermano oggi e sono convinti di aver avuto ragione allora e altrettanto oggi pur nella palese contraddizione. Paradossale? Concordo, ma c’è di peggio, c’è anche chi li vota.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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