Economia e realismo politico. La strada stretta che attende Meloni secondo Cazzola

  • Postato il 29 marzo 2026
  • Politica
  • Di Formiche
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Il 22, 23 marzo Giorgia Meloni non ha perso solo il referendum sulla giustizia, ma si è candidata a perdere anche le elezioni politiche del 2027. Ovviamente io non sono un indovino né un sondaggista in grado di azzeccare un risultato con tanto anticipo, dimenticando che molti elettori decidono di attribuire il loro voto in data molto vicina all’apertura dei seggi. Il mio è un tentativo di ragionare con la testa di quanti (in modo diverso da me) hanno deciso di votare No.

Le dimensioni del successo dei voti contrari alla legge Nordio sono troppo importanti per essere ridotte al merito del quesito. Direi piuttosto che si è trattato di una presa di distanza da quanto è accaduto negli ultimi anni (le guerre, le crisi, le novità nello scenario internazionale, il venir meno dell’idea di sicurezza e il terrore di essere privati dagli eventi in corso dei piccoli privilegi di un benessere diffuso). Per certi aspetti il No è anche lo sbocco delle manifestazioni pro Pal e dei propositi di disarmare l’Ucraina e abbandonarla al suo destino. È un No alla guerra dettato da una visione unilaterale che ha messo sul banco degli accusati Donald Trump e Benjamin Netanyahu e di conseguenza coloro che sono ritenuti loro amici.

Meloni per recuperare il consenso perduto dovrebbe riuscire a trasformare alcuni di quei No in Sì fornendo una risposta ai motivi che li hanno determinati. Ma rimangono dello spazio e soprattutto del tempo? Sembra evidente che l’ambito delle riforme istituzionali è divenuto impercorribile, come il premierato o l’autonomia differenziata. Quanto alla legge elettorale, la proposta del governo, al pari dell’Italicum con la riforma Renzi/Boschi, era stata pensata per consolidare attraverso un robusto premio di maggioranza, la vittoria nel referendum: una finalità che non viene meno, salvo tener conto del fatto che è cambiata la coalizione a cui tirare la volata. Come l’Italicum seguì nella tomba la riforma costituzionale del 2016, la stessa sorte è annunciata per lo Stabilicum.

La premier si è qualificata fin dall’inizio sul terreno della politica internazionale, acquisendo per l’Italia un ruolo importante in Europa e nel mondo. Oggi però dopo l’elezione di Donald Trump, gli spazi di iniziativa si sono parecchio ristretti per la Ue (e per l’Italia), anche perché i nodi sono venuti al pettine e hanno messo a nudo le indisponibilità del Vecchio Continente a giocare quando il gioco si fa duro. Anche i cosiddetti volenterosi sono pronti a mandare i soldati sul terreno in Ucraina e nello Stretto di Hormuz soltanto quando non si spara più oppure al seguito di qualche inutile e improbabile intervento dell’Onu.

Nel 1855 Camillo Benso di Cavour inviò un Corpo di Spedizione in Crimea allo scopo di inserire il Regno di Sardegna nel grande gioco internazionale insieme ai più importanti Paesi europei. L’Italia di Giorgia Meloni, quando tuona il cannone, marca visita e si condanna all’irrilevanza, insieme all’Europa, che non riesce neppure a superare i veti di Viktor Orban sul sostegno finanziario all’Ucraina che già era stata una soluzione di ripiego, peraltro caldeggiata dall’Italia. Ma sulla politica internazionale, al di là della propaganda spicciola, nessuno si dorrà per la cautela del governo; anzi, se dovesse aggravarsi la crisi energetica in Italia l’opinione pubblica (che da alcuni anni non è più in grado di distinguere i nemici dagli amici e viceversa) chiederebbe al governo di abbandonare l’Ucraina al suo destino, al solo scopo pagare qualche centesimo in meno un litro di benzina.

Rimane una sola via di risalita: l’economia. Già nella prima riunione del Consiglio dei ministri dopo il referendum, il governo sembra voler imboccare questa strada per recuperare il consenso perduto. Ma per rendere concreta questa opzione Meloni dovrebbe nuotare controcorrente come i salmoni perché gli scenari internazionali condizioneranno negativamente gli andamenti dell’economica. Nelle sue recenti previsioni la Confindustria ha indicato l’incidenza sul Pil della durata della guerra nel Golfo, fino al passaggio in recessione. Ciò significa che – senza cambiamenti politici importanti – l’Italia non solo non crescerà nell’economia reale, ma non riuscirà neppure a mantenere quell’equilibrio nei conti pubblici che è stata la priorità delle ultime leggi di bilancio.

In una situazione tanto complessa prima di porsi la classica domanda del “che fare?”, è opportuno individuare che cosa “non fare”. Sicuramente bisogna riporre in un cassetto chiuso a chiave il disegno di legge elettorale. Solo un ritorno al proporzionale (con soglia di sbarramento e ripristino delle preferenze) potrebbe disarticolare l’attuale bipolarismo e liberare le forze politiche che vi sono intrappolate, senza dover ricorrere al doping  di un premio maggioritario  sempre più generoso in nome di una governabilità taroccata dalla presenza di “quinte colonne” di quello avversario in ambedue gli schieramenti. Altrimenti, meglio andare alle urne con il Rosatellum nella speranza che il Campo largo perda qualche colpo.

Volendo, con un grande sforzo di fantasia, il governo potrebbe dare corso entro le fine della legislatura ai decreti legislativi per l’attuazione della legge delega n.144/2025 che ha rappresentato l’alternativa della maggioranza al salario minimo legale chiesto dalle opposizioni. Come prima cosa il governo dovrebbe allungare i termini di scadenza della delega ora stabilita per il 18 aprile p.v. È un’impresa difficile perché in quel provvedimento il governo a suo tempo inserì l’impegno a risolvere tutti i problemi in attesa da ottant’anni (i contratti da applicare erga omnes, il contrasto del fenomeno dei contratti pirata, la continuità tra la scadenza e il rinnovo del contratto, ecc.); ma non è impossibile. Inoltre sarebbe un contributo importante per il mondo del lavoro, senza oneri per la finanza pubblica.

Autore
Formiche

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