Ecco quanto impatterà la guerra in Iran sull’economia americana. Report Goldman Sachs
- Postato il 14 marzo 2026
- Economia
- Di Formiche
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Quanto costa all’economia americana la guerra in Iran? Goldman Sachs prevede che il conflitto scoppiato ormai due settimane fa e il conseguente aumento dei prezzi del petrolio rallenteranno leggermente la crescita del pil statunitense e alimenteranno l’inflazione. Tuttavia, la più grande economia mondiale riuscirà comunque a evitare la recessione. “Il conflitto”, scrive la banca d’affari in un report firmato da David Mericle, in Medio Oriente “si ripercuoterà sull’economia statunitense principalmente attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, con un impatto aggiuntivo derivante dall’inasprimento delle condizioni finanziarie e da un rallentamento delle assunzioni e degli investimenti causato dall’aumento del rischio geopolitico”.
“La storia suggerisce che, sebbene i conflitti abbiano talvolta portato a forti picchi dei prezzi del petrolio che sono durati per un certo periodo, il loro impatto sulle condizioni finanziarie è stato solitamente più limitato e di breve durata”, scrive Mericle. In tal senso, gli strateghi di Goldman Sachs prevedono che il prezzo del petrolio Brent, il benchmark internazionale, si attesterà in media a 98 dollari al barile a marzo e aprile, in aumento rispetto ai 61 dollari di fine 2025, per poi scendere a 71 dollari entro il quarto trimestre di quest’anno.
A sua volta, Goldman ha rivisto al rialzo di 0,8 punti percentuali la previsione sull’inflazione complessiva di dicembre 2026, portandola al 2,9%. Goldman Sachs ha infine abbassato la sua previsione di crescita del Pil per il 2026 (dal quarto trimestre al quarto trimestre) di 0,3 punti percentuali, portandola al 2,2%. Resta da capire come si comporterà la Federal Reserve, dinnanzi a una risalita del costo della vita negli Stati Uniti.
“Un percorso di inflazione più elevato renderà più difficile per la Fed iniziare a tagliare i tassi a breve. Pertanto, posticipiamo il primo taglio previsto per la Fed da giugno a settembre, seguito da un secondo taglio a dicembre allo stesso tasso finale del 3-3,25%. Tuttavia, se il mercato del lavoro dovesse indebolirsi prima e in modo più sostanziale di quanto previsto, non riteniamo che la preoccupazione per l’impatto dell’aumento dei prezzi del petrolio sull’inflazione e sulle aspettative di inflazione rappresenterebbe un ostacolo a tagli dei tassi anticipati”.