Ebola – Manifestanti bruciano le tende di un ospedale a Rwampara. Allarme di ActionAid: “Una bomba a orologeria”
- Postato il 22 maggio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Non si ferma l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara che il rischio epidemico passa da “alto” a “molto alto” (il rischio massimo), nello Stato africano sono iniziati anche degli scontri: alcuni manifestanti hanno dato fuoco alle tende utilizzate per isolare i pazienti presso l’ospedale di Rwampara. Ai familiari e agli amici di un giovane morto per la malattia, sarebbe stato impedito di portare via la salma per la sepoltura.
Operatori sanitari in fuga
Le zone rurali del Congo sono le più colpite dal contagio del virus Bundibugyo Ebola, tra le varianti più letali perché, a differenza del virus Zaire, non esistono vaccini o terapie approvati. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha annunciato che i casi sospetti sono circa 750, mentre i decessi che si ipotizza essere per ebola sono arrivati a 177. Un cittadino americano che ha contratto la malattia è ora ricoverato in Germania mentre, fa sapere Tedros, un secondo statunitense, considerato un contatto ad alto rischio, è stato trasferito in Repubblica Ceca. “L’epidemia si sta diffondendo rapidamente”, ha detto, aggiungendo che “la violenza e l’insicurezza stanno ostacolando la risposta all’epidemia”.
In questo contesto, nella mattina del 22 maggio la famiglia di un soldato morto a 24 anni ha preso d’assalto alcune strutture sanitarie nel Congo orientale perché le era stato impedito di seppellire il defunto. Da lì la situazione è degenerata portando anche a scontri con l’esercito che era stato schierato per garantire la sicurezza. “La polizia è intervenuta per cercare di calmare la situazione, ma purtroppo senza successo”, ha detto Alexis Burata, uno studente che ha dichiarato ad Associated Press di trovarsi nella zona: gli operatori umanitari sono stati costretti a fuggire dal centro di cura.
I cadaveri altamente contagiosi
I corpi di chi muore di Ebola possono essere altamente contagiosi e portare a un’ulteriore diffusione, in particolare se le persone preparano i corpi per la sepoltura e si riuniscono per i funerali. Per questo gli operatori sanitari stanno faticando a contenere l’epidemia scontrandosi con le usanze locali. Il pericoloso lavoro di seppellire le presunte vittime dell’epidemia viene quindi gestito, dove possibile, dalle autorità, il che può suscitare proteste da parte delle famiglie e degli amici delle vittime.
Il vice commissario capo Jean Claude Mukendi, capo del dipartimento di pubblica sicurezza della provincia di Ituri, ha affermato che i giovani non avevano compreso i protocolli per la sepoltura. “La sua famiglia, gli amici e altri giovani volevano portare il corpo a casa per il funerale, anche se le istruzioni delle autorità durante questa epidemia di ebola sono chiare”, ha detto Mukendi, “tutti i corpi devono essere sepolti secondo le norme”.
L’allarme di ActionAid
A questo si aggiunge “la mancanza di dispositivi di protezione contro l’Ebola nelle scuole e nelle comunità”: è una “bomba a orologeria”, ha commentato ActionAid che opera dal 2022 nella provincia di Ituri. Secondo l’organizzazione internazionale, l’83% delle scuole non dispone di postazioni per il lavaggio delle mani o per l’igiene specifiche per l’Ebola mentre l’81% non ha protocolli di risposta o di isolamento attivi e nel 78% non sono disponibili dispositivi di protezione individuale per insegnanti o studenti. Inoltre, il 74% degli insegnanti non ha ricevuto alcuna formazione e il 67% delle scuole non ha ricevuto nemmeno una visita da parte delle autorità sanitarie in relazione all’epidemia. A complicare la situazione è la guerra civile in corso in Congo: dalla fine del 2025 la provincia di Ituri è teatro di un’intensificazione drammatica degli scontri.
“Dato estremamente preoccupante, il 29% delle scuole ha già registrato almeno un caso sospetto di Ebola o un contatto stretto. ActionAid chiede un intervento umanitario urgente e localizzato di fronte all’allarmante mancanza di preparazione alla malattia da virus Ebola nelle scuole e nelle comunità”, si legge in una nota. “Ciò che abbiamo visto nelle 12 comunità delle zone sanitarie di Nyankunde, Nizi e Bunia – dice Saani Yakubu, country director di ActionAid Rdc – è una situazione disperata, caratterizzata da bassi livelli di conoscenza della malattia, assenza di infrastrutture di protezione e gravi interruzioni dei servizi nei centri sanitari e nelle scuole”.
I 60 milioni dall’Onu
In quest’ottica, per cercare di contrastare la diffusione, le Nazioni Unite hanno stanziato 60 milioni di dollari dal proprio Fondo centrale di risposta alle emergenze per accelerare gli interventi in Congo e nella regione. Gli Stati Uniti hanno promesso un finanziamento di 23 milioni di dollari per potenziare gli interventi in Congo e in Uganda e hanno dichiarato che finanzieranno anche la creazione di un massimo di 50 centri di cura per l’ebola nelle regioni colpite dei due Paesi. Le autorità ugandesi hanno però negato di essere a conoscenza dell’allestimento di nuovi centri da parte di Washington. Da parte sua, l’Unione europea sta stanziando 15 milioni di euro in aiuti, che si aggiungono, come dichiarato dalla portavoce della Commissione Eva Hrncirova, ai 102 milioni già stanziati per la regione. “La Commissione – ha aggiunto – ha già sostenuto l’invio di oltre sei tonnellate di attrezzature mediche nella Repubblica democratica del Congo e, durante il fine settimana, un ponte aereo umanitario, insieme a Unicef, porterà circa 100 tonnellate di forniture, per circa 100.000 persone”.
Primo caso sospetto in Kenya
Intanto il primo caso sospetto è stato registrato in Kenya nella città di Eldoret, a nord del Paese. Si tratta di un cittadino keniano ventinovenne, di professione camionista, giunto il 19 maggio scorso dalla Repubblica Democratica del Congo transitando per l’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi e soggiornando una notte nella capitale. L’uomo si è presentato al St Lukès Hospital della cittadina di Kapsoya, e i medici hanno immediatamente riscontrato in lui la possibile presenza del virus, isolandolo.
I funzionari sanitari hanno inoltre dichiarato che il paziente avrebbe sviluppato i sintomi della malattia riconducibile al virus il 13 maggio mentre si trovava ancora nella città congolese di Lubumbashi, dove era stato ricoverato e curato per condizioni tra cui sepsi e febbre alta, come riporta Capital News. Il caso sospetto si verifica in un momento in cui il Kenya ha intensificato la sorveglianza dell’Ebola, per via dei primi casi conclamati anche nella vicina Uganda
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