Donbass, lezione sul campo di autodifesa dai droni: "Sparpagliatevi, così non potrà colpirvi tutti"

  • Postato il 9 febbraio 2026
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  • Di Libero Quotidiano
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Donbass, lezione sul campo di autodifesa dai droni: "Sparpagliatevi, così non potrà colpirvi tutti"

Ecco. Non è tanto capire se quell’affare si illumini o no. Perché è sempre acceso. Conta il grado di allarme. «Vuoi sapere cosa succede al quinto livello, vero?». È ovvio. «Facile. Freno e scappiamo».

Chiedo, tanto per spezzare la tensione, quanto spesso capiti un’eventualità del genere. «In alcune direzioni, come quella di Pokrovsk, anche una volta alla settimana. Sul nostro fuoristrada c’è un piccolo jammer: dovrebbe deviare la traiettoria del drone di qualche metro. Ma la cosa migliore resta sempre abbandonare il veicolo». E nascondersi nella vegetazione. Se c’è. E se non è già disseminata di mine. Insomma, nelle prime fasi della guerra la sfida era arrivare in prima linea e provare a conquistare terreno cercando di sopravvivere. Oggi la sfida è arrivarci, punto.

Da Avdeevka – città mineraria alle porte di Donetsk che prima del 2014 contava circa ventimila abitanti e che, per la sua conformazione, era diventata una fortificazione naturale in mano ucraina – il fronte si è spostato di una ventina di chilometri scarsi.

Qualcosa piove ancora. Ma siccome russi la considerano una città-trofeo, intendono ricostruire il più possibile. Sebbene circa 700 civili siano rimasti lì per tutta la durata della battaglia e siano in larghissima parte senza casa – il 95% degli edifici è stato distrutto – su loro richiesta la prima struttura ricostruita è stata la più grande chiesa ortodossa della città.

Dal punto di vista architettonico, questi luoghi di culto sono riconoscibili per le cupole dorate. Nel grigiore dei villaggi di impronta sovietica spiccano ancora di più, soprattutto quando riflettono la luce del sole. Per gli eserciti nemici diventano mirini. E per questo vengono distrutte subito. «La gente qui è riuscita a sopravvivere senza nulla, negli scantinati, per anni», dice Ekaterina. «Non hanno mai perso la fede. Ora sono disposti ad aspettare ancora. Ma della preghiera non possono fare a meno».
Non lontano da Avdeevka c’è un altro luogo di culto dal valore altamente simbolico nell’economia della guerra del Donbass: il monastero di Iversky. Per anni, prima del 2022, la linea di contatto correva a ridosso di questa chiesa. Da un lato e dall’altro del fronte, quasi tutti ci hanno prestato servizio almeno per un giorno.

È leggendario. Crivellato di colpi, ma in qualche modo ancora in piedi. Scesi dalla jeep, Ekaterina non fa in tempo a dire che la situazione sembra tranquilla, che il vento gelido dell’inverno comincia a portare con sé un ronzio sinistro. Sembra il rumore di un cinquantino guidato da un sedicenne. Il cervello lo associa alla spensieratezza dell’adolescenza. Ma in guerra significa che la caccia è aperta.

«Sparpagliatevi subito!», gridano. Il principio è semplice: cinque persone che si muovono in direzioni diverse significa che, nel peggiore dei casi, lo sfortunato sarà uno solo; cinque persone insieme, invece, vuol dire strike. Il problema dei droni è che si sentono ma non si vedono. O meglio: quando li vedi è troppo tardi. Da un certo punto di vista, il colpo d’artiglieria, o persino il razzo, fanno meno paura. Non c’è tempo per pensare: si sente il fischio, ci si butta a terra, fine.

Il rumore del drone, invece, è continuo. Può durare minuti. Minuti in cui sai che la morte ti sta osservando, ma non sai né se, né quando, né da dove arriverà. Poi lo zanzarone passa. «Era un Liutyi», dice un soldato russo. Tecnicamente si chiama AN-196, e il nome si può tradurre come “incazzato”. È un drone enorme, oltre 300 chili, con più di 50 di carico esplosivo. L’Ucraina ne è piena, e per i russi sono diventati un incubo: colpiscono raffinerie, infrastrutture critiche, depositi. Per questo ci ha solo
sorvolati, diretto chissà dove. Senza accorgercene, nel tentativo di sparpagliarsi, uno del gruppo è finito sul retro del monastero. «Dove sei?», gli urliamo. «Lì dietro. Mi ero già portato avanti», risponde. «In che senso?», chiedo perplesso. «Eh, vieni a vedere. Lì c’è il cimitero». Ride. Bontà sua.
 

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Libero Quotidiano

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