Dna: risolto il giallo della Grotta del Romito

  • Postato il 24 febbraio 2026
  • Di Focus.it
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C'è un abbraccio che dura da dodicimila anni, protetto dall'oscurità della Grotta del Romito, nel cuore del Parco del Pollino, in Calabria. Per decenni, quegli scheletri sepolti insieme — uno dei quali con gli arti insolitamente corti — sono rimasti un mistero per gli archeologi. Ora, grazie a uno studio svolto da Alfredo Coppa (Università La Sapienza di Roma), Ron Pinhasi (Università di Vienna) e da Adrian Daly (Ospedale universitario di Liegi) e pubblicato sul New England Journal of Medicine, il cold case è risolto: si tratta della più antica prova genetica di una rara malattia.. La diagnosi scritta nelle ossa. Il team di ricerca ha utilizzato la paleogenomica per analizzare il DNA estratto dall'osso temporale dei due individui, noti come Romito 1 e Romito 2. I risultati delle analisi hanno ribaltato alcune vecchie ipotesi: innanzitutto è stato appurato che i reperti appartengono a due parenti di primo grado (probabilmente madre e figlia) e di sesso femminile. Inoltre le indagini genetiche hanno stabilito che la più giovane (Romito 2) soffriva di displasia acromesomelica di tipo Maroteaux, una malattia genetica rara che causa una statura ridotta (era alta circa 110 cm) e arti molto corti.. Un difetto ereditario. Gli scienziati hanno individuato una mutazione omozigote nel gene NPR2, fondamentale per lo sviluppo delle ossa. La madre presentava una versione "attenuata" della stessa mutazione (eterozigote), il che spiega perché anche lei fosse più bassa della media dell'epoca (circa 145 cm), pur non presentando la forma severa della patologia.. Essere disabile 12mila anni fa. La soluzione di questo cold case, che risale al 1963, non è importante solo dal punto di vista medico, ma anche per quello che riguarda il comportamento sociale. Vivere 12.000 anni fa con una disabilità motoria così grave non doveva essere semplice. Il fatto che la ragazza sia riuscita a raggiungere (e forse superare) l'adolescenza dimostra che la sua comunità non l'ha abbandonata. «La sua sopravvivenza avrebbe richiesto un supporto costante da parte del gruppo, dal cibo alla mobilità, in un ambiente ostile», spiega Alfredo Coppa, antropologo della Sapienza di Roma. Il fatto che siano state ritrovate abbracciate indica, probabilmente, che anche tra i cacciatori e i raccoglitori che abitarono il sito dai 25.000 ai 6.000 anni fa esisteva una rete di assistenza e solidarietà..
Autore
Focus.it

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