David Bowie e Ziggy Stardust: Una persona, due icone
- Postato il 25 marzo 2026
- Di Panorama
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Un musicista di venticinque anni entra in uno studio di registrazione con un’idea che nessuno ha ancora avuto: non fare un disco, ma inventare qualcuno che lo faccia al posto suo.
Si chiama David Bowie. Londra, 1972. L’altro — quello che sta per inventare — si chiamerà Ziggy Stardust.
Ziggy è un alieno. È una rockstar venuta da un altro pianeta a salvare il mondo, che nel frattempo si distrugge tra sesso, droghe e gloria. Ha i capelli arancioni tagliati corti ai lati e altissimi in cima. Ha gli occhi truccati come un gatto. Indossa tute aderenti disegnate da un sarto giapponese, Kansai Yamamoto, che sembrano costumi da supereroe — o da villain, dipende dall’angolazione. Non assomiglia a nessuno che sia mai salito su un palco prima.
Il nome lo aveva costruito pezzo per pezzo: Ziggy da un cantante country americano quasi sconosciuto, Stardust da un sarto di Londra. Due persone qualunque, unite in un alieno. Bowie aveva un talento preciso: prendere il normale e renderlo leggendario.
Il debutto avviene il 10 febbraio 1972 al Toby Jug, un pub di periferia a Londra. In sala ci sono sessanta persone. Bowie sale sul palco come Ziggy — non come se fosse Ziggy, come Ziggy. C’è una differenza enorme, e sta tutta in una cosa: non recita. Sul palco non c’è distanza tra lui e il personaggio. Ziggy prende il suo corpo, la sua voce, i suoi movimenti, e li porta in un posto dove Bowie da solo non sarebbe mai arrivato. Il personaggio libera l’uomo.
Mick Ronson, il chitarrista della band, raccontò che sul palco non sapeva più se stesse suonando o recitando. Bowie si avvicinava, lo guardava, si muoveva intorno a lui in modo così teatrale che la linea tra concerto e performance era sparita. Anche per chi ci stava dentro.
Non è una novità nella storia dell’arte. Gli attori lo sanno da sempre. Ma nessuno lo aveva mai fatto così, nel rock — un genere che si reggeva sull’autenticità, sulla voce vera, sul cuore aperto. Bowie arriva e dice: e se l’autenticità più grande fosse inventarsi?
Ziggy non è solo un personaggio. È un permesso. Quello di essere più cose insieme. Il 5 luglio 1972, Bowie porta Ziggy sul palco del Top of the Pops — la trasmissione televisiva più vista d’Inghilterra — per eseguire Starman. Quattro minuti. Lui e Mick Ronson dividono lo stesso microfono, si guardano come se il resto del mondo non esistesse. Milioni di ragazzi vedono per la prima volta un uomo truccato come un alieno che non si scusa di niente.
Ma c’è un problema con i personaggi troppo potenti: a un certo punto prendono il sopravvento. Nel 1973, al culmine del successo, al Hammersmith Odeon di Londra, Bowie sale sul palco e a fine concerto annuncia che quello è l’ultimo spettacolo di Ziggy Stardust. La folla non capisce. Alcuni piangono. Lui lo fa lo stesso.
Lo uccide prima che sia Ziggy a uccidere lui. Bowie lo avrebbe raccontato anni dopo: Ziggy stava diventando più reale di lui. Il personaggio stava divorando l’uomo. Smonta il costume, cambia tutto, e ricomincia.
Ziggy Stardust rimane meno di due anni. Alla fine, Bowie e Ziggy hanno preso due strade diverse. O forse no — forse hanno solo preso due stelle diverse