Dal blitz in Venezuela per ridurre il costo della benzina agli annunci su carte di credito e mutui: ora Trump prende sul serio l’emergenza prezzi

  • Postato il 13 gennaio 2026
  • Economia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Prima il blitz in Venezuela con l’obiettivo esplicito di spingere al ribasso il prezzo del petrolio fino a 50 dollari al barile. Poi l’ipotesi di vietare ai grandi investitori istituzionali di comprare case unifamiliari, l’annuncio di un tetto ai tassi delle carte di credito e un piano da 200 miliardi di dollari per far comprare obbligazioni ipotecarie alle società di servizi finanziari a supporto dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Fino alla promessa che i consumatori Usa non dovranno pagare bollette più alte a causa dei data center di Big tech (anche se già succede). Per quanto l’abbia definita una bufala, la crisi dell’affordability – cioè la difficoltà crescente per milioni di americani di far quadrare il bilancio familiare – sembra spaventare non poco Donald Trump a dieci mesi dalle elezioni di Midterm. Negli ultimi giorni, in parallelo alle mosse senza precedenti sul fronte estero, il presidente Usa ha sfornato una serie di proposte che non sfigurerebbero nel programma di un candidato dell’ala sinistra del Partito democratico. Tutte accomunate da un minimo comun denominatore: il disperato tentativo di arginare la percezione di un’economia che penalizza la classe media grazie alla quale è tornato alla Casa Bianca.

Partiamo dal petrolio. Dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e a un riassetto del controllo statunitense sulle riserve venezuelane, Trump ha annunciato che Caracas invierà “immediatamente” tra i 30 e 50 milioni di barili agli Usa e il ricavato della vendita sarà gestito “a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti”. Poi le grande compagnie occidentali – esclusa forse Exxon, il cui ad ha avuto l’ardire di esplicitare che l’impresa al momento appare troppo rischiosa – saranno chiamate a investire almeno 100 miliardi di dollari, cifra probabilmente sottostimata, per rimettere in sesto le devastate infrastrutture di estrazione del Paese e aumentare la produzione di greggio. L’intenzione è di usare quella leva per abbattere i prezzi dell’energia, fino appunto al target di 50 dollari al barile: livello difficile da raggiungere senza un coordinamento internazionale, avvertono gli analisti, per non parlare dei rischi per i produttori statunitensi di shale oil che andrebbero fuori mercato. Poco importa al tycoon, ossessionato dalla necessità di riportare la benzina verso i 2 dollari al barile nel Paese in cui suv e pick up sono i mezzi di trasporto più popolari.

Per affrontare l’emergenza della mancanza di alloggi a prezzi accessibili, il 7 gennaio Trump ha poi lanciato una proposta che sta facendo discutere: il divieto per i grandi investitori di acquistare più case unifamiliari. Al netto della necessità di approvazione da parte del Congresso, l’intervento – ispirato a proposte di legge in discussione in diversi Stati Usa – sembra mirare al bersaglio sbagliato, visto che la quota di abitazioni in mano a investitori istituzionali è in generale piuttosto bassa e il vero nodo è semmai la carenza di offerta.

L’8 gennaio è stata la volta dell’ordine a Fannie Mae e Freddie Mac, le società di finanziamento ipotecario che dalla crisi finanziaria del 2008 sono sotto tutela governativa, di comprare mortgage bonds per 200 miliardi. “È uno dei miei tanti passi per ripristinare l’accessibilità economica, qualcosa che l’amministrazione Biden ha completamente distrutto”, ha sostenuto Trump sui social, chiamando in causa come sempre l’amministrazione precedente. La Casa Bianca sostiene che una spinta significativa della domanda di quei titoli potrebbe ridurre i tassi sui mutui. Ma il mercato dei titoli garantiti da ipoteca è talmente vasto (11mila miliardi di dollari) che 200 miliardi non ne sposterebbero in alcun modo gli equilibri. E in ogni caso, anche in astratto, senza un aumento dell’offerta di case una mossa del genere potrebbe al massimo sostenere la domanda. Il che per paradosso spingerebbe ulteriormente verso l’alto i prezzi, neutralizzando in parte il beneficio di tassi più bassi.

All’inizio di questa settimana l’attenzione si è spostata sul costo dell’energia, con l’annuncio che Microsoft “farà importanti cambiamenti” per evitare che i consumatori paghino bollette elettriche più alte a causa della crescente domanda di energia dei data center. Solo pochi mesi fa il gruppo ha ottenuto il via libera a un finanziamento federale da 1 miliardo di dollari per riattivare il reattore nucleare Unit 1 di Three Mile Island, con l’obiettivo di usare l’energia prodotta proprio per sfamare i suoi enormi centri di elaborazione dati. Ora arriva il voltafaccia di Trump, che spiega: “I data center sono fondamentali per questo boom e per garantire la LIBERTÀ e la SICUREZZA degli americani, ma le grandi aziende tecnologiche che li costruiscono devono “pagarsi le spese””. E promette altri annunci analoghi nelle prossime settimane.

In mezzo c’è stata la notizia clamorosa dell’indagine su Jay Powell, presidente della Fed: a detta del diretto interessato una mossa che punta a consentire al presidente di prendere il controllo della politica monetaria e far approvare gli auspicati tagli dei tassi. Trump ha negato qualunque coinvolgimento. A detta di molti osservatori, mettere in discussione l’indipendenza della banca centrale avrebbe comunque effetti opposti rispetto ai desiderata della Casa Bianca: alimenta tensioni sui mercati, il che può spingere al rialzo i premi al rischio rendendo più costoso il credito. Non solo: se passerà il messaggio che le decisioni sui tassi sono guidate dalla pressione politica più che dai dati economici (inflazione effettivamente domata), famiglie e imprese tenderanno ad aspettarsi che in futuro i prezzi tornino ad aumentare. E si comporteranno di conseguenza, contribuendo a una nuova ondata inflazionistica. Un pericoloso boomerang per le ambizioni di Trump.

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