Da Pio XII a Giovanni Paolo II, quali sono le 5 encicliche più illuminanti sulla guerra
- Postato il 18 marzo 2026
- Di Panorama
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Parlare di guerra non è semplice. Si tratta di uno dei temi più delicati, forse il più delicato in questo particolare momento storico. Una cosa, però, è certa. Anche se a livello ufficiale ci sono vincitori e vinti, la realtà è che in guerra perdono tutti. Perdono le persone in primis. Crolla l’economia, vite spezzate, intere città distrutte. Sì, perdono tutti.
L’evoluzione del pensiero sulla guerra è molto complessa, troppo per parlarne in un solo articolo. Possiamo limitare l’ampissimo (millenario) raggio e limitarci al XX e XXI secolo. Dopotutto, sono i secoli delle guerre mondiali e di quelle contemporanee. Affidiamo il pensiero bellico (o meglio, anti-bellico) alle parole illuminanti di alcuni dei pontefici più influenti della storia moderna, i quali hanno prodotto documenti estremamente chiari (pur nella loro complessità) con un’enorme influenza sulla visione attuale dei conflitti.
La guerra nella prima metà del XX secolo
Fu in quest’epoca di conflitti totali che i papi iniziarono a denunciare non solo la violenza, ma le radici ideologiche della guerra. Imprescindibile, in questo senso, è l’enciclica di Benedetto XV Ad Beatissimi Apostolorum, pubblicata nel 1914. Scritta all’inizio della Prima Guerra Mondiale, rappresenta un grido disperato contro il «suicidio dell’Europa civile». In questo documento, il Papa identifica nell’assenza di amore fraterno e nel materialismo le cause del conflitto. Una radice teologico-filosofica, prima che politica ed economica.
Un altro testo fondamentale della prima metà del Novecento è la Summi Pontificatus del 1939 di Pio XII. Uscita a poche settimane dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, essa denuncia soprattutto la crisi di autorità e lo smarrimento morale che hanno portato il mondo in un altro abisso profondissimo a poco più di vent’anni dal primo.
L’evoluzione del pensiero bellico
Con l’avvento delle armi atomiche, la Chiesa cambia definitivamente paradigma: la guerra non è più considerata un mezzo proporzionato per ottenere giustizia. Il documento più importante di questo periodo è senza dubbio la Pacem in Terris di Giovanni XXIII, scritta nel 1963. Concepita dopo la crisi dei missili di Cuba, l’enciclica sostiene che nell’era atomica sia «alienum a ratione» (contrario alla ragione) pensare che la guerra possa essere uno strumento di giustizia. Sposta poi l’accento sui diritti umani come fondamento della pace, dimostrando una singolare modernità pur appartenendo a un mondo molto diverso da quello attuale.
Le encicliche più recenti sulla guerra
In tempi ben più recenti, è opportuno segnalare due documenti ideati e pubblicati da due pontefici molto amati dai fedeli, pur nelle sensibilità cristiane radicalmente diverse. Parliamo di Giovanni Paolo II e di Francesco, che hanno deciso di affrontare temi quali la «guerra a pezzi» e il terrorismo globale.
Cominciamo dal Centesimus Annus del 1991 di Karol Wojtyla: composta dopo il crollo del muro di Berlino, essa ribadisce che la guerra può distruggere (anzi lo fa costantemente), senza mai costruire una vera giustizia, e condanna pertanto duramente il ricorso alle armi.
E infine, Fratelli Tutti (2020) di Jorge Mario Bergoglio. Un documento in cui Francesco chiude una volta per tutte la porta alla dottrina della «guerra giusta», affermando che oggi le condizioni che la rendevano teoricamente possibile non esistono più. Definisce quindi la guerra in modo lapidario, come «un fallimento della politica e dell’umanità». D’altronde, prendendo in prestito le parole di un ispiratissimo Isaac Asimov nel celebre Ciclo delle Fondazioni, «la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci».