Curzio Malaparte e il suo alter ego pronto a dominare la realtà con un motto di spirito
- Postato il 14 marzo 2026
- Di Il Foglio
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Curzio Malaparte e il suo alter ego pronto a dominare la realtà con un motto di spirito
Esteta del concetto alla Papini, D’Annunzio aggiornato al ’900 di Hemingway e di Malraux, a quasi settant’anni dalla morte Curzio Malaparte non ha ancora trovato un suo posto sicuro nel canone della letteratura italiana. Troppe doti? Troppa dispersione? Ci ripropone oggi il problema il "Giornale di uno straniero a Parigi" uno scartafaccio malapartiano curato ottimamente per Adelphi da Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo. Le sue pagine sono state scritte tra il 1947 e il ’48, in gran parte in un francese impuro, nella capitale che Malaparte non vedeva da quattordici anni: anni “d’esilio in Italia”, come li definisce con una delle sue acutezze – cioè di carcere, confino, guerra, equivoci. La Francia è davvero un’altra patria. Per lui lo è diventata nel 1914, quando ancora adolescente si è gettato nella Grande guerra; ma forse molti di noi, ogni volta che svegliandosi a un passo dal Louvre fiutano l’odore tiepido di pane tostato descritto nel Giornale, si sentono almeno un po’ a casa. Eppure, muovendosi tra salotti e periferie, Curzio si accorge che anche là qualcosa di essenziale è cambiato. Umiliati dalla recente occupazione, i francesi o sembrano apatici o le oppongono la Resistenza in un modo troppo arrogante. Secondo Malaparte, il maquis non ha riscattato l’onta della sconfitta, ma ha continuato coerentemente la lotta del ’40 contro i tedeschi: i combattenti erano gli stessi, dice riecheggiando il suo esordio di Viva Caporetto!, la differenza stava solo nei capi.
D’altra parte, è pur vero che la vecchia Francia appare ormai travolta: ma da una folla piccolo-borghese (di cui Sartre è la maschera filosofica) che in metropolitana non si ferma nemmeno di fronte a chi cade. “Ho l’impressione di essere un francese, perduto in una folla di stranieri” scrive a questo punto l’italiano con la consueta verve paradossale. La nuova folla, però, gli si rivela anche come una nuova “razza marxista” che a conti fatti lo seduce. I suoi bersagli fissi rimangono invece il cartesianesimo, che avrebbe tolto ai “galli” la magia, e la metafisica come produttrice di crudeltà. Curzio conosce meglio una diversa crudeltà: quella universalmente umana che viene dalla coscienza di dover morire. E a proposito di ciò che lo tocca da vicino, lo scrittore deve respingere di continuo l’accusa di collaborazionismo. Con compiacimento, al solito, si ritrae vincitore negli incontri-scontri con intellettuali inaspettatamente gretti, poco importa che si chiamino Mauriac o Camus. In fondo, il suo tono resta quello del frondista. E infatti nel Giornale risaltano molti dei tipici tratti malapartiani. Anche qui Curzio svela a francesi o polacchi chi sono davvero; anche qui i grandi personaggi (vedi Roosevelt) sono malati o folli; anche qui i dittatori hanno un aspetto femmineo; anche qui i ritratti delle amiche sono appena i riflessi di un autoritratto; anche qui l’autore sovrappone alla Storia maiuscola la sua storia personale, e in questo senso sottolinea l’affinità con Chateaubriand; anche qui trionfano la cristologia decadente, l’animalizzazione meccanica dei personaggi, e le anafore che smorzano le analogie troppo crude in una nenia sonnolenta.
Lo scartafaccio parigino è un ponte tra Kaputt e La pelle, uscito di lì a poco in Francia; e torna perfino, dal primo libro, il conte de Foxa, qui protagonista di una beffa macabra. Nelle loro note, Fagotti e Zanardo sottolineano che il Giornale si assottiglia via via che il poligrafo fallisce nel suo tentativo di rilancio pubblico oltralpe. Respinto a Parigi come a Roma, rientra allora in Italia. L’opera, insomma, non è autonoma: cosa che però, in una certa misura, vale per tutto Malaparte. E’ anzi questo il problema critico che ci si pone fin dall’abbozzo prefatorio. Un giornale, vi scrive l’autore, non è una mera raccolta di note diaristiche, ma esige “la logica di un racconto”. Purtroppo il risultato della commistione è che Malaparte rischia di perdere a un tempo la verità documentaria e la verità poetica, a vantaggio delle mezze verità della retorica. Ed è, ahimè, appunto una tale retorica a sollecitare i nostri letterati, specie perché si unisce alla falsa onnipotenza di un alter ego che non viene mai colto di sorpresa dalla realtà, che è sempre pronto a dominarla con un motto di spirito. Anche per questo, forse, mi sembra al contrario così liberatoria l’autoironia di un appunto preso a Chamonix: “Salgo al Brévent. Sulla teleferica, il macchinista mi chiede: ‘Lei è lo scrittore italiano che abita al Vieux Châlet, vero?’. / ‘Sì’ rispondo. / ‘Come va in Italia?’. / ‘Non c’è male. Più o meno come qui. Ci sono scioperi, rivolte, la vita è cara, la confusione è massima. Ma ne usciremo. Il popolo italiano ha buonsenso. Proprio come il popolo francese’. / ‘Non si tratta di questo. Vorrei sapere come vanno, in Italia, le teleferiche’”.
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