Crans-Montana: la vignetta di Charlie Hebdo che divide l’Europa
- Postato il 10 gennaio 2026
- Attualità
- Di Paese Italia Press
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11 gen. 2026 – La polemica è esplosa in poche ore, amplificata dai social e dal peso del nome coinvolto. Charlie Hebdo, settimanale satirico francese da sempre abituato a muoversi sul crinale tra provocazione e scandalo, ha pubblicato su Instagram una vignetta firmata da Salch che ha suscitato un’ondata di indignazione ben oltre i confini francesi.
Il disegno mostra due sciatori gravemente ustionati che scendono lungo una pista di Crans-Montana. La didascalia recita: “Gli ustionati vanno a sciare”, evidente parodia del titolo del film cult di fine anni Settanta Les bronzés font du ski. A completare l’immagine, una scritta in maiuscolo: “La commedia dell’anno”. Il riferimento è ai recenti fatti di cronaca legati all’incendio del locale Constellation, tragedia che ha causato decine di vittime e numerosi feriti, molti dei quali con ustioni gravi, sconvolgendo l’opinione pubblica svizzera ed europea.
La reazione online è stata immediata e durissima. Nei commenti, migliaia di utenti hanno accusato il giornale di cinismo e mancanza di rispetto verso le vittime e le loro famiglie. “Quando avete subito il terribile attentato del 2015, il mondo si è mobilitato per sostenervi”, scrive una donna citata da la Repubblica, sottolineando come nessuno avesse allora pensato di ironizzare sulle vittime. Altri hanno posto una domanda diretta, che è diventata quasi un refrain: “Se fossero i vostri figli, vi farebbe piacere?”.
Tra le voci più ascoltate c’è quella di Julie Bourges, sopravvissuta a gravi ustioni riportate nel 2013 durante una festa di Carnevale. La sua lettera aperta ai feriti di Crans-Montana, in cui racconta il lungo percorso di dolore, riabilitazione e ricostruzione personale, è diventata virale ed è stata condivisa anche dal presidente francese Emmanuel Macron. Sulla vignetta, Bourges è netta: “Non va bene. Non è senso dell’umorismo. È una violenza ulteriore”. E aggiunge un punto centrale del dibattito: “Dire che il limite è stato superato non significa censurare, ma ricordare che esiste la decenza”. Secondo Bourges, la satira avrebbe potuto colpire altri bersagli, come le responsabilità sulla sicurezza e l’assenza di vie di fuga, invece di raffigurare direttamente corpi feriti, inclusi quelli di bambini.
A rendere la scelta ancora più controversa è stato il momento della pubblicazione: venerdì 9 gennaio, giornata di lutto nazionale in Svizzera per commemorare le vittime della tragedia. Un tempismo giudicato da molti come una provocazione aggiuntiva, se non una mancanza di sensibilità deliberata.
Il caso riaccende un dibattito antico quanto Charlie Hebdo stesso: dove si colloca il confine tra satira, libertà di espressione e rispetto per il dolore? La testata, fondata negli anni Settanta e inserita nella tradizione anticlericale e libertaria della satira francese, ha sempre rivendicato il diritto di “ridere di tutto”, senza eccezioni. Una linea che le ha procurato numerosi procedimenti giudiziari — quasi sempre conclusi con assoluzioni in nome della libertà d’espressione tutelata dalla legge francese — ma anche critiche costanti, persino da parte di chi ne difende i principi.
Quel confine è diventato drammaticamente concreto il 7 gennaio 2015, quando la redazione di Charlie Hebdo fu colpita da un attentato jihadista che costò la vita a dodici persone, tra cui il direttore Charb e storici vignettisti come Cabu, Wolinski, Tignous e Honoré. L’attacco, rivendicato da terroristi legati ad al-Qaeda, aveva come movente dichiarato la “punizione” per le vignette su Maometto. Da allora Charlie Hebdo è diventato, suo malgrado, un simbolo globale della libertà di espressione e della resistenza alla violenza fondamentalista, incarnato dallo slogan “Je suis Charlie”.
Proprio questo passato rende oggi la polemica ancora più accesa. Per molti critici, il giornale che ha chiesto rispetto e solidarietà dopo il 2015 dovrebbe mostrare maggiore attenzione verso il dolore altrui. Per altri, invece, la forza della satira di Charlie Hebdo risiede proprio nella sua coerenza: nessun tabù, nessuna sacralizzazione, nemmeno davanti alla tragedia.

La vignetta di Crans-Montana si inserisce così in una lunga storia di scontri culturali, etici e politici. Non solo su ciò che la satira può legalmente fare, ma su ciò che, in una società ferita e iperconnessa, dovrebbe scegliere di fare.
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