Conversazione abridged su Jacqueline de Ribes
- Postato il 1 gennaio 2026
- Di Il Foglio
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Conversazione abridged su Jacqueline de Ribes
Ci sono diversi modi per misurare la propria progressiva lontananza dai canoni estetici, sociali e storici contemporanei; uno di questi è di volersi dolere pubblicamente, cioè scrivendo epitaffi circostanziati, per la morte di qualcuno che per sessant’anni ha rappresentato il modello mondiale dell’eleganza in Occidente, altro che Anna Wintour con gli occhialoni neri e la smania borghese di frequentare la gente “giusta”, ma che nessuno sotto i quaranta, facciamo pure i cinquanta, conosce. Il décalage anagrafico sa essere più spietato di un account Instagram senza filtri di serie. Dunque il seguente scambio via whatsapp, avvenuto nella mattina dell’ultimo giorno del 2025 con una serie di giovani colleghi, studenti, figlie di amiche che non sapevano che cosa mettersi per Capodanno e avevano bisogno di ispirazione, e che vi viene presentato in forma combinata, selezionata e selettiva, abridged come il sottosegretario Mazzi vorrebbe si mettessero in scena le opere a teatro, intende raccontare appunto per episodi e squarci biografici la morte, ma soprattutto la straordinaria vita, della signora più divertente, più eclettica e dunque meno enfatica della seconda metà del Novecento, mancata a novantasei anni nella sua casa di Parigi pochi giorni dopo un altro simbolo della Francia, Brigitte Bardot, dalla quale la separava praticamente tutto, a partire appunto dall’eleganza e dello stile.
“E’ morta Jacqueline de Ribes”. “Chi?”. “Jacqueline Bonnin de la Bonninière de Beaumont, sposata de Ribes. La donna che Luchino Visconti avrebbe voluto nel ruolo della duchessa di Guermantes nel suo film incompiuto sulla “Recherche”, e nessun’altra famiglia dopotutto era più adatta della sua per crescervi libere da timori o sudditanze intellettuali: sua nonna disse a Marcel Proust, ospite una sera a cena, di non “lasciare frasi di circostanza” sul libro degli ospiti. Visconti l’aveva già scritturata, Piero Tosi aveva fatto in tempo a immaginare come l’avrebbe vestita ispirandosi ai celebri abiti che il modello reale del narratore, la contessa di Greffulhe, si faceva realizzare ufficialmente da Charles Worth. Sono andati in mostra pochi mesi fa a Parigi, al Petit Palais; in realtà se li creava da sola. Come la de Ribes, d’altronde”. “Ah, insomma, un’attrice, però meno famosa della Bardot”. “No, beh, insomma; nel 2015 il Met le dedicò una mostra, non mi pare che per la Bardot sia stato progettato qualcosa di simile al di fuori dalla Francia, giusto quella brutta scultura in forma di Marianna dove pare la moglie di Matusalemik nella serie di Goscinny di Asterix e di quella canzone su cui tutti fanno il trenino a Capodanno e Totò quella fantastica scena nel “Monaco di Monza” con Erminio Macario”. “Ma perché vale la pena di scriverne?” “Perché era un’eclettica, come non ne esistono più perché adesso la definirebbero una precaria, i più colti una dilettante. Ricca, ma precaria. Nobile, ma abbastanza colta e brillant da gestire compagnie di balletto e da sviluppare una propria maison che negli Anni Ottanta fatturava milioni di dollari. Una appena meno educata di lei, oggi andrebbe in televisione a raccontare la propria vita straordinaria o ne farebbe un canale TikTok sul quale lucrare e far montare l’invidia nei suoi confronti. Lei, ci posso scommettere, come tutti i veri ricchi e famosi non aveva nemmeno le app social caricate sul cellulare. Forse, massima raffinatezza, non lo usava nemmeno e qualcuno rispondeva per lei, tipo Gianni Agnelli”. “Ma coi sono sue foto sul web?”. “Qualche migliaio. La più famosa, o per meglio dire la più popolare, le venne scattata a New York, al Plaza Hotel, il 28 novembre 1966, che immagino sia una data che non necessita di spiegazioni”. “….(emoticon con le braccine aperte)”. “Il Black and White ball dato da Truman Capote ufficialmente in onore di Katharine Graham, l’editrice della “Washington Post”, in realtà per provare la mondo la propria riuscita mondana. Fu uno dei tre balli più famosi del Novecento insieme con quello del 1930 dei De Noailles e il ballo del secolo di Charles de Beistegui a Venezia, nel 1951. E’ fotografata in bianco, con una maschera che le copre gran parte del viso. All’epoca, de Ribes aveva trentasette anni e occupava un posto d'onore, stabile, nell’empireo dell’Eleanor Lambert's Best Dressed List. Non si limitava a comprare abiti; li ricreava, li riassemblava con pezzi antichi di famiglia, un progetto molto contemporaneo, se ci pensi, perché l’upcycled è, almeno ufficialmente, una tecnica recente. I suoi ready-made includevano abiti da ballo di Christian Dior adattati nell’atelier parigino da Yves Saint Laurent o da Marc Bohan. La si vedeva sempre seduta in prima fila alla presentazione delle collezioni couture, e avevi sempre l’impressione che, sotto i suoi occhi da gatta e quel naso aquilino, stesse smontando e rimontando gli abiti che passavano. Aveva scoperto Valentino, imponendolo in Francia. Senza di lei, non avrebbe fatto la stessa carriera”. “A chi è possibile paragonarla oggi?”. “A nessuna, tanto meno a quelle tipo la moglie di Jeff Bezos, come di chiama, Lauren, che pensa di aver impresso una svolta allo stile mondiale facendosi riprodurre dai Dolce&Gabbana l’abito nuziale disegnato da Edith Head per Sophia Loren in “Houseboat”. Jacqueline de Ribes era una maga delle “entrée”, quel complesso cerimoniale perfezionato a Versailles ai tempi del re Sole e mirato a creare stupore fra gli astanti. Il “Guardian” racconta che tutti gli invitati a un pranzo, compresa la duchessa di Windsor, avessero atteso fino al dessert per vedere Jacqueline apparire sulla soglia, avvolta in un abito da sera ottenuto dalla fusione di tre altri capi”. “Come dire, una influencer ante litteram”. “Anche di Cleopatra si scrive che lo sia stata, come di Isabella d’Este e di tutte le donne i cui ritratti, in vita, sono passati di mano in mano nel mondo perché le altre donne prendessero spunto. Di certo, come tutte le donne di vero stile, non trascorreva il tempo a pensare ai vestiti: fu anche produttrice televisiva, e appunto impresaria teatrale. Peraltro, non è strano che sia morta nell’ultimo giorno dell’anno, o quasi. Il suo quadro astrale era pieno di strane coincidenze e incroci fatidici: era nata nel 1929, anno fatale, il 14 luglio, cioè nel giorno della presa della Bastiglia. Raccontava di essere stata una piccola rivoluzionaria già in fasce”. “Strano che i designer non le abbiano mai dedicato delle collezioni”. “E come no: 1999, Jean Paul Gaultier, couture. Ma fu anche design assistant di Emilio Pucci e di Oleg Cassini, cioè dei due fiorentini più famosi della storia degli Stati Uniti. Saint Laurent era talmente grato del suo supporto che la aiutò a sviluppare la sua maison, dal 1982 al 1995. E non era nemmeno una femme à scandale, come si dice a Parigi: si sposa giovanissima con Edouard de Ribes, eroe di guerra e futuro imprenditore, vive un amore lungo più di sessantacinque anni. Fino al 2013, alla morte del marito, vissero insieme in un’ala dell’hotel particulier della famiglia di lui”. “Bè, non bellissima, per essere stata una musa di grandi stilisti”. “La bellezza convenzionale non ha niente a che vedere con la moda, o con l’interesse che si suscita nei creatori. Jacqueline de Ribes aveva un volto interessante, asimmetrico, irregolare, a partire dagli zigomi alti che incantarono Diana Vreeland e Richard Avedon. Per tornare alla Bardot, un’autoreclusa di rara scontrosità con una carriera finita a meno di quarant’anni, de Ribes è infinitamente più moderna di lei: ricchissima, ha sempre lavorato; esponente di un mondo pervaso da leggi non scritte ma costrittive, è coraggiosa, anticonformista, brillante. Come Bardot, vorrebbe essere ballerina, ma mentre BB si ritrova a ballare con le gambe scoperte nei film del marito-pigmalione, Roger Vadim, lei dirige compagnie di danza. Un modo diverso di vivere, ma soprattutto di intendere la vita”.
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