Conte e gli altri “lamentoni”: quei troppi infortuni correlati ai suoi metodi, l’ipocrisia delle critiche sul calendario

  • Postato il 3 febbraio 2026
  • Calcio
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Alle categorie dei “giochisti” e “risultatisti”, nelle quali sono stati incasellati negli ultimi anni gli allenatori italiani, è giunto il momento di aggiungere quella dei “lamentoni”, versione più elaborata e sofisticata dei “piagnoni”. È una specie trasversale, nella quale si ritrovano tutti insieme appassionatamente, giochisti e risultatisti, in nome di un sentimento molto italiano: protestare, accusare, gemere.

I “lamentoni” hanno alzato la voce, anche in questo caso rispettando un copione consolidato, a metà stagione, quando l’incrocio diabolico mercato-spremuta di partite ha scosso i nervi dell’ambiente. L’inverno, il manto erboso non sempre in condizioni irreprensibili, la stagione che avanza, il calendario che non dà tregua, l’usura inevitabile, le questioni di classifica, gli errori arbitrali purtroppo ancora elevati, nonostante la moviola: un frullatore che alimenta il serbatoio della protesta. Il rappresentante più illustre, per curriculum (10 trofei, una promozione, 5 Panchine d’oro, 12 premi personali compreso quello di allenatore dell’anno in Premier) e lignaggio – ha guidato Juventus, Inter, Napoli, Chelsea, Tottenham e nazionale azzurra – è Antonio Conte. Il suo j’accuse è stato scagliato contro l’elevato numero di partite, a suo giudizio causa principale della valanga di infortuni che hanno travolto i campioni d’Italia in carica. Lunedì, a Coverciano, dove ha ricevuto la quinta panchina d’oro – record –, Conte è tornato sull’argomento: “Tutti parlano del problema e si lamentano, ma nessuno fa niente. C’è una certa difficoltà a prendere posizione, mentre la federazione tedesca, come ho letto da qualche parte, sta esaminando la questione”.

Premesso che il numero dei guai fisici dei campioni d’Italia è davvero impressionante ed ha indubbiamente condizionato la stagione azzurra – il quotidiano Il Mattino ha certificato che 23 giocatori hanno saltato almeno un turno per infortunio -, s’impongono però due riflessioni. La prima chiama in causa i carichi di lavoro del Napoli. Come scrive sul suo account “Palla Avvelenata” il giornalista Paolo Ziliani “il Napoli ha giocato lo stesso numero di partite degli altri 107 club impegnati nelle coppe europee, il numero dei giocatori in lista è uguale per tutti, ma solo a Napoli, sotto la guida di Conte e del suo staff stile Full Metal Jacket, è avvenuto lo sterminio sotto gli occhi di tutti”. Che i metodi di allenamento di Conte siano tosti, è certificato dalla storia. Ai tempi del Tottenham, un giorno Harry Kane, giocatore esemplare – mai una polemica, mai un atteggiamento fuori posto, raro esempio di calciatore inglese che durante la stagione non beve un goccio d’alcol -, vomitò per la fatica. Ci sono sport – nuoto, atletica, ciclismo, sci nordico – in cui i carichi sono superiori a quelli del calcio, ma se un giocatore sta male alla fine di una seduta, qualcosa non quadra. Conte, come dimostra il suo percorso professionale, dà il meglio di sé nelle stagioni in cui può concentrarsi su un unico obiettivo: i campionati vinti con Chelsea e Napoli, per dire, sono maturati in un’annata senza coppe europee tra i piedi. Questo dato potrebbe essere uno spunto di riflessione e spingere magari a cambiare qualcosa per gestire i due fronti, anche per superare quell’ostacolo che ha finora frenato Conte in campo internazionale (mai oltre i quarti in Champions e con la nazionale, dove però nell’europeo 2016 fece un miracolo a trascinare alla soglia delle semifinali una squadra modesta).

L’altra questione chiama in causa non solo Conte, ma anche gli altri “lamentoni”. Il calcio è entrato in questa spirale di overdose di partite perché giocare fino allo sfinimento è necessario per foraggiare il business (a cominciare dalle sfere altissime, basta scorrere il bilancio Fifa). Il circolo è vizioso: più partite uguale maggiori passaggi televisivi, uguale maggiori introiti dalla biglietteria, uguale migliori contratti con gli sponsor, uguale maggiori incassi dal commerciale. Giocare di meno significa ridurre il giro d’affari e per non compromettere ulteriormente i bilanci di un sistema già impantanato nei debiti – non solo la serie A, ma anche la Premier -, tutti dovrebbero rinunciare a qualcosa. Non solo i giocatori, che sono poi quelli che espongono pubblicamente la faccia e il fisico, ma anche gli allenatori. Proprio Conte, secondo le classifiche, sarebbe il coach più pagato della Serie A, seguito da Allegri, Gasperini e Italiano. La domanda, pertinente, è questa: in nome di un minore numero di partite, Conte e chi accusa il sistema di sistema di aver ingolfato il calendario, è pronto a rinunciare a una fetta dei suoi guadagni?

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Il Fatto Quotidiano

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