Confiscato l'ultimo covo del boss stragista Messina Denaro

  • Postato il 4 marzo 2026
  • Cronaca
  • Di Agi.it
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Confiscato l'ultimo covo del boss stragista Messina Denaro

AGI - L'ultimo covo di Matteo Messina Denaro passa definitivamente nel patrimonio dello Stato. Eseguito un provvedimento di confisca nei confronti di uno dei favoreggiatori della latitanza del boss di Castelvetrano. I finanzieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito il decreto emesso dal Tribunale di Trapani - Sezione Misure di Prevenzione, che fa seguito al sequestro eseguito a marzo 2025 e ha riguardato l'appartamento di Campobello di Mazara utilizzato come ultimo covo del latitante catturato il 16 gennaio 2023 e morto nel settembre successivo, nonché l'auto di cui il padrino stragista si serviva per i suoi spostamenti.

Con lo stesso provvedimento, il Tribunale ha applicato nei confronti dell'indagato anche la misura personale di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di quattro anni, accompagnata dall’obbligo di soggiorno nel comune di residenza.

La fine normale di un boss sconfitto dallo Stato 

C'era tutto un mondo che ruotava attorno a lui: Matteo Messina Denaro, quando fu catturato,  la mattina del 16 gennaio 2023, appena fuori la clinica La Maddalena di Palermo, aveva 60 anni, circa la metà dei quali trascorsi in latitanza e tra sentenze di condanna in contumacia per stragiomicidiestorsioni.

Viaggi, relazioni sentimentali, rapporti mafiosi anche internazionali, uno stretto legame con i familiari nonostante decenni di ricerche condotte con i mezzi tecnologici più sofisticati disponibili, avevano scandito una vita segreta e impenetrabile ai tanti esponenti delle istituzioni che si erano impegnati per cercare di interrompere una fuga cominciata a giugno del 1993.

Non fu una latitanza da eremita 

In alcuni periodi, soprattutto a cavallo della cattura di Bernardo Provenzano, si era pensato a una latitanza da eremiti, come quella dello "Zu Binu", che viveva in una masseria, come si disse, tra ricotta e cicoria. Questa immagine bucolica per "Matté" svanì presto, però, nella mente degli investigatori che si affannavano nel tentativo di dare un volto all'ultimo grande latitante di Cosa nostra: polizia, guardia di finanza e carabinieri (alla fine la spuntarono questi ultimi, col Ros) avevano ben chiaro che Messina Denaro, originario di Castelvetrano (Trapani), nella sua provincia aveva una rete di protezione impermeabile a tutti i tentativi di infiltrazione da parte di chi gli dava la caccia.

La vita segreta di 'Iddu'

Una persona relativamente giovane come "Iddu" (lui) - così come veniva chiamato, senza mai nominarlo, nelle conversazioni intercettate di familiari e fiancheggiatori - non si privava di nulla, nella vita, soprattutto i mezzi tecnologici all'avanguardia e le donne.

La conferma di avere di fronte un enigma, più di un "normale" boss latitante, venne dal carteggio che "Alessio", nom de plume di Messina Denaro, intrattenne a metà degli anni Duemila con "Svetonio", alias Tonino Vaccarino, l'ex sindaco, oggi scomparso, di Castelvetrano, condannato per traffico di stupefacenti ma assolto dalle accuse di mafia e di omicidio di un altro ex sindaco, Vito Lipari.

Le confidenze della primula rossa di Cosa nostra 

Scambi intellettuali, sforzi culturali, insomma un personaggio particolare. Nemmeno con le confidenze di Vaccarino ai Servizi segreti su questi scambi epistolari si riuscì a risalire alla prudente (ma nemmeno troppo) primula rossa di Cosa nostra. Capace anche di procreare, durante la lunga fuga, e di avere una figlia - chiamata Lorenza, come la nonna, e riconosciuta prima di morire - in latitanza, una giovane dal rapporto tormentato col padre e considerata "fuori razza", visto che non accettava di avere un genitore criminale e mafioso.

La strategia degli inquirenti

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, sotto la guida di vari procuratori, aveva mantenuto il coordinamento delle ricerche in mano a Paolo Guido, nominato aggiunto con Francesco Lo Voi e rimasto anche con l'attuale capo della Dda, Maurizio de Lucia. La strategia del magistrato, oggi procuratore di Bologna, era stata quella di "togliere l'acqua al pesce": e così, operazione dopo operazione, retata dopo retata, arresto dopo arresto, era stata assottigliata la rete di chi lo aiutava.

La scoperta della malattia 

Eppure "il pesce" non veniva fuori. Fino a quando una accuratissima perquisizione in una una delle abitazioni della sorella del latitante, Rosalia Messina Denaro, a Castelvetrano, non aveva dato l'esito sperato: nella gamba metallica cava di una sedia era stato trovato un "pizzino" con una serie di appunti riferiti a una probabile malattia molto grave, un carcinoma in stadio avanzato.

Erano partite così le verifiche su pazienti in età compatibile con quella di Messina Denaro e si era arrivati a un tale Andrea Bonafede, nato nel 1963 e residente a Campobello di Mazara (Trapani), che - pur scoppiando apparentemente di salute - risultava essere stato operato a Mazara del Vallo (Trapani) ed essersi recato più volte a fare cicli di chemioterapia nella clinica palermitana conosciuta in tutta la Sicilia. Proprio alla Maddalena, la mattina del 16 gennaio 2023, trent'anni e un giorno dopo la cattura di Totò Riina (15 gennaio 1993, Palermo), scattò un nuovo blitz dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, lo stesso corpo di eccellenza investigativa che aveva preso "il capo dei capi".

La cattura del boss 

Il primo e l'ultimo grande latitante di mafia finiti nelle mani del Ros e dello Stato, un ciclo che si chiudeva. Dopo, soltanto dopo, si scoprirono amori, cellulari, conversazioni, messaggi vocali, automobili rombanti, soprattutto una rete di personaggi collusi come medici, impiegati, insegnanti (tutte donne) affascinati dal boss inafferrabile, con molte signore che se ne innamoravano perdutamente, venendo sostanzialmente "cedute" dai mariti al loro capo.

Un latitante normale 

Un latitante normale, normalissimo, dunque, che proprio della normalità aveva fatto il suo mantra: "Un albero se si nasconde nella foresta non si trova", aveva detto Messina Denaro al procuratore de Lucia e all'aggiunto Guido durante un interrogatorio nel carcere di L'Aquila: "E se non fosse stato per la malattia - aveva aggiunto sprezzante - non mi avreste trovato mai".

La morte in carcere 

La malattia, dopo soli otto mesi di carcere, a fronte di trent'anni di latitanza, se lo portò via, il 25 settembre 2023, nel penitenziario del capoluogo abruzzese. Una morte normale, per un capomafia che aveva trascorso la vita a cercare di dimostrare al mondo di non essere "uno qualsiasi", dopo avere commesso omicidi e stragi in nome di una mafia sanguinaria e potente, tornata - grazie al lavoro di magistrati e investigatori - a essere una mafia normale, che lo Stato riesce a frenare.

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Autore
Agi.it

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