Città, sport e rigenerazione urbana: dai centri sportivi ai centri di comunità
- Postato il 2 febbraio 2026
- Progetto
- Di Artribune
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Fondatore nel 2005 dello studio De Amicis Architetti, l’architetto Giacomo De Amicis guida un team di professionisti che alla pratica progettuale affianca un’intensa attività di ricerca focalizzata, tra gli altri temi, sulla trasformazione della città contemporanea, sul ruolo degli spazi pubblici, sul recupero del patrimonio edilizio esistente. Ai contributi scientifici realizzati in questi anni, dallo scorso ottobre si unisce Deascourse – Issue 01: Metamorfosi urbana dei centri sportivi, volume inaugurale della nuova collana Deascourse. Un’agile pubblicazione che non si limita a scattare l’istantanea, con mappe e dati, degli impianti di proprietà comunale di Milano. Dopo aver evidenziato le criticità, i problemi legati all’obsolescenza e alle carenze infrastrutturali di questi spazi, si riconosce il loro alto potenziale in termini di rigenerazione urbana e si introducono strategie e visioni applicabili anche ad altri contesti. Se rilanciati, comunità e aree urbane potrebbero beneficiare di nuove centralità, ovvero di luoghi che oltre all’attività sportiva potrebbero accogliere una pluralità di funzioni di interesse collettivo. Da dove cominciare? Alla vigilia di Milano Cortina 2026, ne abbiamo discusso con De Amicis.

Una grande risorsa a disposizione di città e comunità: i centri sportivi
Il volume Deascourse – Issue 01: Metamorfosi urbana dei centri sportivi raccoglie gli esiti della vostra ricerca sui centri sportivi nel contesto milanese. Perché avete scelto di indirizzare parte del vostro lavoro su questo tema?
Da sempre riserviamo una parte del nostro lavoro ad attività di studio e ricerca autonome. Nel tempo, per esempio, ci siamo confrontati con temi come il recupero delle periferie, il riuso/reversibilità degli edifici, e lo spazio del lavoro: questioni che non nascono necessariamente come supporto diretto alla progettazione, ma come risposta a problematiche che diventano evidenti abitando i luoghi e vivendo quotidianamente la città.
In generale sono temi non specifici e puntuali, ma di portata e interesse collettivo
Adesso tocca agli spazi per lo sport.
L’interesse per i centri sportivi nasce più di 10 anni fa dall’intreccio tra l’esperienza diretta, la frequentazione di molti impianti sportivi del territorio milanese, e le riflessioni teoriche che in quegli anni stavamo sviluppando sul tema delle periferie urbane. La distanza tra le potenzialità di quei luoghi e il loro stato reale ci ha spinto a voler approfondire. Le prime simulazioni di fattibilità risalgono al 2015, e la prima nostra pubblicazione sul tema è del 2021.
Quali sono le premesse alla base del progetto?
L’intuizione di base consiste nel pensare che i centri sportivi abbiano la possibilità di non essere solo luoghi dove è possibile fruire di un servizio sportivo in un determinato lasso di tempo, ma che possano diventare dei centri civici capaci di alimentare e aggregare le comunità locali a partire dallo sport. In questo senso, lo slogan “oratorio laico” restituisce efficacemente lo spirito di ciò che immaginiamo.
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La rigenerazione possibile dei centri sportivi comunali: il caso Milano
Iniziamo dunque dai numeri e dai dati raccolti. Qual è il quadro degli impianti sportivi a Milano?
Dai numeri emerge innanzitutto la dimensione del fenomeno: solo a Milano sono 136, e considerati nel loro insieme, sviluppano una superficie territoriale comparabile alla cerchia dei navigli. La fortuna è che però sono distribuiti in modo più o meno omogeneo in tutti i quartieri, con una particolare e significativa presenza in quelli periferici. Quindi c’è già molto. Ci sono i luoghi e anche le persone. Molti centri sono assegnati da decenni a società sportive dilettantistiche molto radicate sul territorio, che rappresentano un patrimonio sociale importante e da preservare.
Quali le criticità avete rilevato?
Mancano invece le strutture, che per la maggior parte dei casi versano in una condizione di progressiva obsolescenza; l’offerta di attività è poco diversificata e concentrata su fasce orarie limitate, con una conseguente sottoutilizzazione degli spazi; infine, emergono difficoltà legate alla capacità gestionale e di investimento, che rendono complesso immaginare evoluzioni nel medio-lungo periodo. Ma soprattutto manca la visione.
Cosa intende?
Occorre rendersi conto che il potenziale di questi impianti va oltre la dimensione sportiva e, visto nel suo insieme, potrebbe costituire una risorsa reale per la riqualificazione delle periferie sia dal punto di vista urbanistico che sociale. Oggi questo potenziale è presente, ma in gran parte ancora inespresso. Considero tra gli aspetti peculiari di questo lavoro lo sforzo messo in campo per delineare e di fatto offrire all’amministrazione concreti scenari di riuso del patrimonio esistente, in larga parte pubblico, e prospettive anche a livello gestionale e di sostenibilità economica.
Da centri sportivi a community centre: scenari, strategie ed esempi dall’estero
Quindi, in concreto e con riferimento ai casi studiati, da quali complessi e impianti si potrebbe partire per invertire l’attuale rotta?
Ovviamente da quelli abbandonati, con una predilezione per quelli più grandi in modo da poter testare meglio i risvolti e le ricadute della nostra proposta, che ruota intorno a tre principi. Il primo: densificare gli spazi, ovvero l’ampliamento delle attività per intercettare tutte le classi di età e tutti i ceti su tutto l’arco della giornata. Quindi abbattere i recinti, che significa concepire i centri come spazi pubblici aperti e interconnessi con il tessuto cittadino, capaci di funzionare anche come presìdi territoriali e luoghi di riferimento per il quartiere, non solo per chi pratica sport. Infine, diversificare le funzioni, cioè ricercare un mix funzionale compatibile e coerente in grado di generare risorse economiche a supporto delle attività sportive meno remunerative.
Per chiarire ulteriormente la proposta, quali esempi potreste presentare?
Occorre intanto non confondere la nostra visione con la realizzazione degli hub multifunzione, a trazione commerciale, come quelli spesso associati agli stadi di nuova generazione. Noi ci immaginiamo invece una trazione sportiva da arricchire con funzioni complementari da definire caso per caso, tenendo anche conto delle necessità del territorio interessato. Esempi storici di riferimento sono quelli delle SESC brasiliane o i Community Center anglosassoni (tra i più recenti: il Santo Amaro a San Paolo e il New Generation Youth and Community center a Londra), ma abbiamo studiato anche il centro Enjoy a Cernusco sul Naviglio che ha molti elementi di interesse. Abbiamo comunque capito che non esiste una ricetta sempre valida.
Ovvero?
Esistono il metodo, i principi di base, e gli obiettivi. Ma le soluzioni e le procedure devono essere trovate singolarmente, a partire da un dialogo serrato tra pubblico e privato, preferibilmente condotto dall’amministrazione, non solo affinché l’interesse pubblico sia sempre prevalente, ma anche per non perdere la visione di insieme, che è quella che può far diventare la sommatoria degli interventi una vera e propria politica di recupero delle periferie urbane.
Oltre la Milano olimpica. I centri sportivi come strategia di rigenerazione urbana
“I centri sportivi invecchiano e basta. Non si contaminano, non crescono, non si trasformano, esiste una barriera invisibile che li tiene ‘da parte’” è uno dei passaggi del capitolo dedicato al loro potenziale nei processi di rigenerazione urbana. Come si è arrivati a questa situazione di “esclusione”?
Il sistema delle concessioni del passato non ha funzionato. L’amministrazione si è liberata dall’onere di mantenere e innovare i suoi impianti, affidando questo compito a soggetti bravi a svolgere e promuovere l’attività sportiva ma non adeguati a concepire e sostenere nel tempo programmi di crescita e miglioramento dell’offerta. Nonostante la buona volontà e il grande lavoro di volontariato sul campo ciò che rimane dopo molti anni sono strutture obsolete e pericolose: in alcuni casi cadono a pezzi, in altri presentano manufatti (per esempio tribune da migliaia di posti) che non servono più a nessuno. Abbiamo inoltre casi di centri completamente abbandonati. Il patrimonio pubblico rischia di dilapidarsi velocemente se non si interviene.
C’è qualche segnale in controtendenza?
Per fortuna ultimamente è cresciuta, sia da parte dell’amministrazione che dei concessionari, la consapevolezza che occorre cambiare passo. Vedo che negli ultimi anni, almeno a Milano, molto sta cambiando, la problematica è stata riconosciuta e affrontata, e presto i risultati saranno tangibili. Si stanno provando varie formule e quindi si capirà quali sono le formule più virtuose. Noi continuiamo a insistere sulla necessità di mantenere uno sguardo sistemico.
Stanno iniziando i Giochi Olimpici invernali. A Milano sono state adattate alcune strutture esistenti e le nuove costruzioni sono numericamente ridotte. Cos’altro si sarebbe potuto fare, investendo sul solo patrimonio esistente? L’opportunità di ospitare i Giochi sta contribuendo a un cambio di percezione della comunità locale sui temi dello sport, del movimento e della salute?
La consapevolezza del valore dello sport sia sul piano della salute che su quello sociale è senza dubbio cresciuto molto nel tempo. Tutte le proiezioni e gli studi sugli stili di vita convergono sul fatto che ci sarà sempre più bisogno di spazi per l’attività sportiva e il tempo libero. Riteniamo tuttavia che a fare la differenza siano le strutture di quartiere di piccole e medie dimensioni diffuse nel territorio e non i grandi interventi tipici dei grandi eventi. Pensiamo che il recupero di questo patrimonio debba passare principalmente da una buona amministrazione ordinaria e quotidiana, affinché sia una soluzione stabile e duratura.
Un auspicio rispetto all’evento al via?
L’Olimpiade potrebbe essere l’occasione per attivare quel ragionamento a carattere sistemico già richiamato. Ci si augura che il suo lascito culturale e percettivo possa innescare un processo virtuoso. In tal caso, indipendentemente dalle infrastrutture lasciate in eredità, l’Olimpiade potrebbe essere un grande momento di accelerazione proprio per il recupero del patrimonio esistente.
Valentina Silvestrini
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L’articolo "Città, sport e rigenerazione urbana: dai centri sportivi ai centri di comunità" è apparso per la prima volta su Artribune®.