Ciclone Harry in Calabria, l’esperto: «Per difendere la costa non bastano opere tradizionali»
- Postato il 3 febbraio 2026
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Ciclone Harry in Calabria, l’esperto: «Per difendere la costa non bastano opere tradizionali»

Cosa è stato fatto in passato per difendere le coste calabresi e cosa si farà dopo il passaggio del ciclone Harry in Calabria: abbiamo fatto il punto con Francesco Tarsia, dirigente generale del Dipartimento Governo del territorio e difesa del suolo della Regione Calabria
C’È un prima e un dopo il ciclone Harry in Calabria. Perché l’ondata di eccezionale maltempo che ha investito la Calabria nella scorsa settimana ha lasciato dietro di sé lungomari e spiagge devastate e, insieme, una consapevolezza: con gli eventi estremi dovremo imparare a convivere. Il che significa adattarsi e attrezzarsi. Di questi temi abbiamo discusso, in un’intervista, con l’ingegner Francesco Tarsia, dirigente generale del Dipartimento Governo del territorio, difesa del suolo e politiche per la casa della Regione Calabria.
Ingegnere, c’è chi si chiede se, in termini di protezione delle coste, la Calabria non avrebbe potuto – e dovuto – fare di più in questi anni. Tanto più vista la mole importante di finanziamenti ottenuti.
«Gli eventi recenti hanno riportato all’attenzione una criticità strutturale che la Calabria conosce da tempo: la fragilità di lunghi tratti di costa, legata a fattori naturali, geomorfologici e antropici. Come ha ricordato il Capo del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, si può sempre fare di più, ma dipende da una molteplicità di fattori. Ad ogni modo è da evidenziare che l’eccezionalità di un evento come quello verificatosi nella scorsa settimana esula dalle valutazioni ordinarie sulla stabilità di un litorale tanto è vero che in fase di studio e progettazione di un’opera, la stessa va dimensionata rispetto alla probabilità che un evento possa accadere. Sulla scorta dell’esperienza maturata, la Regione oggi intende orientarsi su tre direttrici principali di intervento».
Quali sono?
«Primo, realizzazione di nuove opere a scala sovracomunale che però necessita di approfonditi studi meteomarini e morfodinamici e di simulazioni dell’evoluzione della linea di costa negli anni successivi alla realizzazione delle opere. A questo si aggiunge la corretta manutenzione e rimodulazione delle scogliere e delle opere esistenti che la Regione affida direttamente ai Comuni con finanziamenti specifici e il ripascimento periodico dei litorali attraverso il recupero del materiale compatibile proveniente dai torrenti in sovralluvionamento o dall’imboccatura dei porti, con caratterizzazione dei sedimenti sia nel sito di prelievo che in quelli di deposito, e il supporto tecnico ai ripascimenti stagionali ad opera dei Comuni, come previsto dalla legge regionale 34/2002».
Possiamo tracciare intanto un quadro delle risorse di cui la Calabria ha disposto in questi anni e dispone tuttora e degli interventi in corso?
«Negli ultimi anni, a seguito dell’adozione del Master Plan degli interventi di mitigazione del rischio di erosione costiera in Calabria nel 2014, il Dipartimento ha programmato risorse per circa 140 milioni di euro, provenienti da più canali di finanziamento – fondi regionali, nazionali ed europei – destinati alla difesa costiera e alla mitigazione del rischio, che vedono come soggetti attuatori lo stesso Dipartimento, i Comuni, la Città Metropolitana e il Commissario per il contrasto al dissesto idrogeologico. Di questi, sono stati ultimati o sono in corso di realizzazione 78 interventi per un importo complessivo di circa 60 milioni. Ulteriori interventi per i restanti 80 milioni sono, ad oggi, in corso di progettazione, molti dei quali in fase avanzata e cioè dotati dei pareri necessari alla loro realizzazione.

Va chiarito che la disponibilità finanziaria non si traduce automaticamente in interventi immediati. La complessità progettuale, la scelta delle priorità di intervento, i necessari approfondimenti ambientali in aree molto delicate o protette (aree marine protette, SIC, ecc.), le analisi propedeutiche, le procedure autorizzative e il coordinamento tra enti competenti rendono le procedure anche piuttosto onerose. Le opere di difesa costiera sono complesse. Incidono notevolmente sulla componente ambientale, sia per quelle realizzate a largo (barriere soffolte), sia quelle emergenti per le quali oggi sono fortemente limitate da vincoli paesaggistici.
Le opere, invece, radicate a terra, come i pennelli, garantiscono la formazione di apposite celle in cui si procede al ripascimento con sabbie provenienti da altri siti, previa caratterizzazione e analisi. Possono avere però una controindicazione dal punto di vista ambientale molto importante. Possono creare erosione sottoflutto e, in alcuni casi, stagnazione delle acque con creazione di microorganismi pericolosi o alghe tossiche. Oggi il quadro delle coste calabresi è in evoluzione. Ci sono tratti già messi in sicurezza e altri che restano vulnerabili, soprattutto laddove l’erosione è in fase di accelerazione».
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Cosa ha comportato tanti ritardi nella spesa?
«Bisogna leggere la capacità di spesa in modo non semplicistico. Certamente i ritardi sono attribuibili ad oggettive complessità tecnico-amministrative che, a volte, si manifestano in corso d’opera o per situazioni contingenti non preventivabili. Le principali criticità riguardano, come detto, la complessità tecnica degli interventi, che richiedono studi specialistici complessi, l’evoluzione del quadro normativo e ambientale, che impone verifiche sempre più approfondite, e la necessità di coordinamento multilivello tra Regione, Comuni, Autorità di Distretto e altri soggetti istituzionali.
Segnalo tra le problematiche più emergenti, l’aumento dei prezzi causato dalle recenti crisi internazionali, che, in alcuni casi, per i massi naturali, hanno fatto registrare negli ultimi 4 anni incrementi pari all’80%. È facile comprendere che se durante la fase di progettazione ci sono delle variazioni così evidenti, è molto complesso garantire l’efficacia generale delle opere. Inoltre, occorre procedere a scelte dolorose come la rinuncia ad intervenire su alcuni litorali inseriti nelle prime versioni progettuali. Si può facilmente verificare che oggi per realizzare la stessa opera del valore di un milione di euro di più di 5 anni fa, con i prezzi odierni, è necessario almeno il doppio delle risorse. Un’altra criticità riscontrata è relativa alla presenza limitata di cave di prestito autorizzate sul territorio regionale. Questo comporta l’approvvigionamento e il trasporto dei materiali lapidei da realtà extra-regionali, con incrementi significativi della spesa».
Come siete orientati rispetto all’aggiornamento del Master Plan?
«Il Master Plan regionale rappresenta uno strumento di programmazione strategica, pensato per superare la logica degli interventi emergenziali e puntare a una visione unitaria del litorale di cui la Regione e l’ex Autorità di Bacino Regionale si sono dotate sin dal 2014, dividendo il territorio costiero in 21 macro-unità fisiografiche. Si tratta di un documento che fotografa una condizione originaria. Necessita quindi di un aggiornamento che tenga conto dell’evoluzione del rischio e dei fenomeni che si innescano: questo Dipartimento è orientato in questa direzione. Ad oggi si può dire che il quadro conoscitivo è stato consolidato e aggiornato. Diversi interventi sono stati programmati o avviati. Altri sono in fase di aggiornamento o rimodulazione, anche alla luce dei nuovi scenari climatici e di contesto.
Chiariamo che, in generale, non si dovrebbe mai costruire sulle dune costiere. Sono la difesa naturale alle mareggiate che dissipano la propria violenza proprio su questi grandi accumuli di sedimenti rimodellandoli durante la fase acuta del fenomeno per poi restituire gradualmente la forma originaria nei giorni o nei mesi successivi. Viceversa, la realizzazione, ad esempio, di lungomari direttamente sulla fascia dunale, e anche oltre, espone tali manufatti alla forza delle onde e le enormi energie generate vanno a compromettere direttamente l’integrità degli stessi anche per fenomeni noti come rifrazione e riflessione delle onde. La scelta di intervenire, in questi casi, con opere di difesa rigida con materiale lapideo, proveniente da cave di prestito, è estrema e molto costosa. Ed è delicata dal punto di vista dell’equilibrio morfo-dinamico e del trasporto solido litoraneo.
Solo l’aggiornamento in corso del Master Plan, che dovrà necessariamente tenere conto di dinamiche inerenti la corretta gestione dei sedimenti fluviali e costieri – in quanto non riteniamo compatibile irrigidire tutta la costa bassa – potrà darci una indicazione delle corrette azioni da sostenere e delle risorse necessarie. Vogliamo sostenere un cambio di paradigma. Meno opere rigide che comportano l’estrazione di materiale lapideo e maggiore rinaturazione delle opere costiere e delle fasce dunali e, non da ultimo, la lotta all’abusivismo».
Quali sono le parti di costa più a rischio? Se Harry si fosse scatenato contro la costa tirrenica cosentina, dove la spiaggia si è progressivamente ridotta nel corso degli anni, avremmo avuto danni maggiori?
«Le aree più esposte sono quelle in cui l’apporto sedimentario si è ridotto nel tempo. Sono presenti infrastrutture a ridosso della linea di costa e l’azione del moto ondoso è più intensa e persistente. Il ciclone Harry – ribadisco – è stato un evento eccezionale con tempo di ritorno stimato superiore ai venti anni. In ogni caso, ha rappresentato un notevole stress test che potrà tornare utile per i futuri accorgimenti da tenere in considerazione. Potrà fornirci anche interessanti indicazioni sui litorali che hanno retto meglio la forza delle onde sia grazie ad una pianificazione urbanistica più oculata che alla realizzazione di opere di protezione idonee a seguito di studi approfonditi. Voglio ricordare però che normalmente tutte le opere di ingegneria non sono progettate sui dati relativi agli eventi estremi. Si lavora sulla base di un tempo di ritorno ritenuto accettabile ai fini del rischio secondo il criterio di economicità ed efficacia.
In questi anni sul Tirreno abbiamo realizzato numerose opere da Tortora fino a Villa San Giovanni. Abbiamo due cicli di programmazione con gli APQ difesa del suolo ed erosione delle coste. Un terzo ciclo di opere, come detto, è in corso di progettazione. Non è un caso se comuni notoriamente soggetti a danni notevoli, durante questi fenomeni, quali ad esempio Acquappesa, Cetraro e Fuscaldo, non hanno avuto molte ripercussioni nel corso della recente mareggiata di inizio gennaio. Ciò nonostante per quel tratto di costa è previsto un ulteriore intervento oggi già in fase avanzata di progettazione.
Certamente se dovesse verificarsi un fenomeno simile a quello recente sul litorale jonico, ci sarebbero sicuramente maggiori danni. Questo è dovuto alla maggiore pressione antropica che storicamente insiste sul litorale tirrenico. La costa tirrenica cosentina presenta fenomeni di arretramento, ma ogni evento meteo-marino ha caratteristiche proprie. È plausibile ritenere che un impatto diretto sul tirreno cosentino potrebbe generare criticità diverse, ma non è corretto fare confronti automatici. I danno dipende sempre dalla combinazione tra intensità dell’evento, stato del litorale e opere presenti».
Il ciclone Harry sembra aver lasciato, oltre ai danni, una nuova consapevolezza. Ovvero che gli interventi futuri, di ricostruzione e mitigazione del rischio, dovranno adattarsi alle nuove esigenze che il cambiamento climatico impone. In che modo se ne terrà conto, ad esempio, negli interventi che ora saranno messi in campo nelle zone interessate dagli eventi della scorsa settimana?
«La vera novità introdotta da eventi come il ciclone Harry è la consapevolezza che le opere tradizionali da sole non sono più sufficienti. La Regione come già detto sta orientando la progettazione futura verso soluzioni più flessibili e adattative. Come interventi basati sulla natura (ripascimenti mirati, gestione dei sedimenti) e una maggiore integrazione tra difesa costiera, pianificazione territoriale e tutela ambientale. Gli interventi nelle aree colpite saranno quindi valutati anche alla luce di questi nuovi criteri e nell’ambito di una programmazione organica degli interventi, evitando risposte puramente emergenziali».
La sfida ora è rimettere in sesto i territori danneggiati per la stagione estiva. È un’impresa possibile? Quali saranno i prossimi step?
«L’obiettivo è ripristinare le condizioni minime di sicurezza e fruibilità, compatibilmente con i tempi tecnici necessari. Nel breve periodo, in stretta collaborazione col Dipartimento Protezione Civile, si lavorerà alla ricognizione analitica dei danni, alle somme urgenze e alla messa in sicurezza dei tratti più compromessi. Successivamente ci si concentrerà sulla pianificazione e realizzazione degli interventi strutturali. Non tutto potrà essere risolto in pochi mesi. È realistico però puntare a ridurre l’impatto sulla stagione estiva al fine di garantire il mantenimento dei servizi per la fruizione turistica. Allo stesso tempo si offrirà e un’azione di medio-lungo periodo compatibilmente con le tempistiche dell’imminente emanazione dell’Ordinanza di attuazione dello stato di emergenza.
Un altro punto chiave è il deciso orientamento alla ricostruzione di lungomari non come semplici opere di arredo urbano, ma piuttosto come opere idrauliche a tutti gli effetti, in grado, pertanto, di essere resilienti agli eventi meteorologici anche estremi e di essere collocati, ove possibile, in aree sicure: la realizzazione delle opere di difesa costiera deve essere, eventualmente, complementare e indirizzata al ripristino della linea di costa e al recupero ambientale delle spiagge ai fini della loro piena fruibilità, piuttosto che alla difesa di opere realizzate con materiali inidonei o addirittura fatiscenti».
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Ciclone Harry in Calabria, l’esperto: «Per difendere la costa non bastano opere tradizionali»