Chi vestiva Hitler e i gerarchi nazisti?

  • Postato il 9 gennaio 2026
  • Di Focus.it
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Stivali neri lucidi, giacca sopra i pantaloni (sempre total black) e una fascia rosso acceso con una svastica sul braccio. Sul berretto, sotto l'aquila tedesca, un teschio d'argento. Le divise delle SS, le Schutzstaffel costituite nel 1925 per proteggere Adolf Hitler e altri nazisti d'alto rango, furono disegnate con il preciso scopo di incutere timore e impressionare chi si trovava al cospetto di quelli che vennero soprannominati "Cavalieri neri di Himmler", dal nome del loro comandante.. Divisa simbolo. Era stato il Führer in persona a volerle così e a dettare le sue idee agli stilisti, il pittore Karl Diebitsch e il graphic designer Walter Heck, quest'ultimo autore anche del logo della doppia esse in caratteri gotici che campeggiava sulle uniformi. E fu ancora il leader nazista a scegliere chi le avrebbe confezionate, affidandosi a un imprenditore tedesco che nella cittadina di Metzingen, vicino a Stoccarda, dirigeva un'azienda destinata, dopo la guerra, a diventare uno dei marchi prêt-à-porter più conosciuti a livello internazionale: Hugo Ferdinand Boss.. Lo stilista del terrore. Boss, a quanto pare, si prestò con particolare entusiasmo, tanto da lavorare inizialmente in segreto, sfidando le leggi della Repubblica di Weimar, che vietavano ai gruppi politici di indossare uniformi. Uno zelo che alla fine del conflitto costò all'imprenditore l'accusa di collaborazionismo e di aver contribuito fattivamente alla macchina da guerra nazista. Privato del diritto di voto e condannato in primo grado al pagamento di una multa di 100mila marchi, poi revocata in secondo grado, Boss si difese sostenendo che aveva sì lavorato per il regime, ma soltanto per convenienza, essendo la sua azienda in difficoltà economiche.. LA SCELTA. L'imprenditore, già caporale nell'esercito durante la Prima guerra mondiale, in effetti aveva fondato la sua ditta specializzata nel confezionamento di abiti sportivi e impermeabili nel 1923, ma nel 1930 era stato costretto a fare i conti con una crisi che lo portò sull'orlo del fallimento, con zero capitale e soltanto sei macchine da cucire. La commessa del giovane Partito nazionalsocialista lo aiutò quindi moltissimo a risollevarsi, tanto da rifiorire e diventare una delle aziende tessili più attive della Germania negli Anni '30. Eppure, la tesi della sola convenienza economica vacillò presto, perché piano piano emersero le testimonianze di coloro che erano sopravvissuti a quei terribili anni e avevano lavorato nella sua fabbrica.. Imbarazzi. Voci e sospetti che spinsero la nuova proprietà, rappresentata dal figlio Siegfried e dal genero Eugen Holy, subentrati dopo la morte del fondatore nel 1948, a verificarle, dopo anni d'imbarazzi, commissionando una ricerca su quanto accaduto. Salvo poi non pubblicare le conclusioni e dover ricorrere a una nuova indagine in tempi più recenti, affidandosi questa volta a Roman Koester, docente di Storia militare all'Università delle Forze armate tedesche di Monaco, che ha pubblicato i risultati nel suo libro Hugo Boss, 1924-1945. Storia di una fabbrica di abbigliamento tra la Repubblica di Weimar e il Terzo Reich, pubblicato in Germania nel 2011. 1934 COLLECTION. Koester, sottolineando che l'azienda gli era sembrata sinceramente interessata a far luce sulla vicenda, analizzò con scrupolo i libri contabili, oltre che la storia della ditta, e confermò al mondo quello che le testimonianze e il processo avevano sostenuto. Hugo Ferdinand Boss non solo si arricchì grazie al nazismo, confezionando oltre alle divise delle SS anche quelle della Gioventù hitleriana, dell'esercito tedesco e prima di tutte quelle delle SA, ma fu anche un nazista convinto, iscritto al partito fin dal 1931, due anni prima che Hitler diventasse cancelliere. La sua non fu certo l'unica azienda a confezionare le divise, ma era la più coinvolta tanto da lanciare nel 1934 una collezione dedicata alle divise militari, e il fondatore meritarsi l'appellativo di "stilista di Hitler", anche se le divise furono disegnate da altri.. Maltrattamenti e sfruttamento. In quanto azienda coinvolta nello sforzo bellico ricevette materie prime difficili da reperire e soprattutto, privata dei suoi operai svevi inviati al fronte, poté reclutare mano d'opera tra i deportati e i prigionieri di guerra, arrivando a contare 180 lavoratori forzati (su 300 dipendenti totali), perlopiù donne e dell'Est Europa, costretti a lavorare in condizioni disumane. I prigionieri-operai erano alla mercé di sorveglianti spietati e senza alcun riguardo per la salute e vivevano in un campo di concentramento adiacente allo stabilimento di Metzingen. L'operaia polacca Maria Klima, costretta a lavorare nel laboratorio di cucito a 14 anni, raccontò che i turni di lavoro erano di 12 ore e che i maltrattamenti da parte dei sorveglianti erano frequenti e durissimi anche con chi non stava bene.. QUELLI CHE RESTANO. Dopo la caduta di Hitler e l'occupazione della zona attorno a Metzingen da parte dei francesi, Hugo Ferdinand Boss continuò a lavorare cambiando bandiera, producendo tute da lavoro per l'aeronautica, l'esercito e la Croce Rossa della Francia. Tutto questo però non lo sottrasse alla fine al processo e alle accuse di aver contribuito all'orrore nazista. Un contributo che l'azienda stessa ha riconosciuto dopo la pubblicazione del libro-inchiesta di Koester, tanto da aver sentito la necessità, di lì a poco, di pubblicare sulla home page del proprio sito Internet un messaggio di rammarico che recitava così: "Chiediamo scusa alle persone che hanno sofferto a causa delle operazioni di produzione di Hugo Ferdinand Boss durante l'era nazista"..
Autore
Focus.it

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