Chi l’avrebbe mai detto che lo sviluppo cerebrale dipende anche dalle dita

  • Postato il 3 gennaio 2026
  • Di Il Foglio
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Chi l’avrebbe mai detto che lo sviluppo cerebrale dipende anche dalle dita

È ben noto che tendiamo istintivamente a pensare come separate le funzioni corporee da quelle mentali. Per gli addetti ai lavori, l’annosa questione risalirebbe alla divisione che postulò Cartesio tra la res cogitans e la res extensa, la cosa pensante e quella estesa, cioè i due tipi di sostanze con cui il filosofo divise la realtà: il corpo e la mente. Il fatto che per noi questa divisione sia ancora valida è testimoniato dal diverso modo con cui consideriamo la sofferenza derivata da un malessere osseo o muscolare da quella relativa a una variazione dell’umore, come l’ansia o la depressione. Le teorie che nei secoli hanno cercato di unificare queste due visioni non sono mancate. Filosofi e scienziati, infatti, si sono sbizzarriti alla ricerca di un principio unificatore che potesse contenerle entrambe. Per Spinoza, mente e corpo sarebbero solo due diverse manifestazioni, due prospettive della stessa realtà, che è allo stesso tempo divina e naturale. Con l’avvento dell’illuminismo e delle scoperte scientifiche, invece, si è fatta strada la visione materialista del mondo: ogni pensiero ed emozione sarebbe riconducibile esclusivamente alle attivazioni chimiche e fisiche presenti nel cervello.

 

Oggi, grazie agli studi sull’effetto placebo, sullo stress e al progredire delle tecnologie in ambito neuroscientifico, la separazione tra ciò che è mentale e ciò che è corporeo appare sempre meno netta. Ad esempio, nel 2000 un importante studio inglese ha scoperto, grazie alle tecniche di imaging, che l’ippocampo – la struttura cerebrale che media la memoria spaziale – è più grande nei taxisti rispetto al resto della popolazione. Il motivo è semplice: doversi ricordare la posizione e la traiettoria delle strade ha una conseguenza diretta sul cervello, in altre parole, l’esperienza mentale è in grado di modellare fisicamente il corpo. Similmente, anche le credenze che si hanno su di sé portano ad attivare i vari sistemi corporei (immunitario, endocrino) in maniera diversa, rendendoci più o meno soggetti a soffrire di infiammazioni, dolore cronico o infezioni.

 

Se quanto sostenuto finora è vero, sarà vero anche il contrario: ciò che si ritiene corporeo può influenzare anche il mentale. Infatti, pochi mesi fa sono usciti i risultati di uno studio pubblicato su Communications Biology che ha indagato il rapporto tra la lunghezza del pollice e lo sviluppo cerebrale. Analizzando “un set di dati di 95 specie di primati fossili e contemporanei che coprono l’intera diversità del gruppo”, i ricercatori hanno scoperto una robusta associazione tra grandezza del cervello e destrezza manuale. Da tempo, infatti, la capacità di saper manipolare gli oggetti viene collegata a “innovazione tecnologica, cultura cumulativa e adattabilità culturale”. Ciò che è emerso è che gli umani possiedono pollici eccezionalmente più lunghi rispetto agli altri primati antropomorfi, e che questa modificazione morfologica non è associata a variazioni del cervelletto, tipicamente implicato nel controllo dei movimenti. Al contrario, la lunghezza del pollice umano si è sviluppata parallelamente a cambiamenti della neocorteccia, cioè alla parte di cervello più recente che si occupa di mediare le funzioni cognitive e sensoriali superiori, come il linguaggio e la coscienza.

 

Chi l’avrebbe mai detto che un dito potesse significare tanto? Ma in fondo l’abbiamo capito: non è possibile separare corpo e mente.

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Autore
Il Foglio

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