Noi italiani siamo abituati all'opulenza a tavola. Non a caso ogni ricorrenza nostrana è corredata dal suo piatto tradizionale, che si parli di lasagne e cannelloni la domenica, di cotechino e lenticchie a Capodanno o del panettone a Natale. Eppure, andando indietro nel tempo la Storia ci insegna che per secoli l'alimentazione italica è stata segnata dalla penuria. Si faticava a mettere assieme pranzo e cena e tanti piatti tipici della nostra gastronomia sono stati a lungo esclusiva di pochi privilegiati. Nonostante questo passato di stenti e cinghie tirate siamo diventati il Paese del buon cibo, della dieta mediterranea e delle ricette regionali che abbiamo esportato in tutto il mondo. Siamo inoltre diventati la nazione dei programmi di cucina a tutte le ore, dei ricettari e soprattutto degli chef che impazzano sul web e in tv.
Ma come siamo arrivati a tutto questo? Oppure siamo stati sempre una nazione non di santi, poeti e navigatori, ma di gastronomi, cuochi e assaggiatori? La risposta a queste e ad altre domande la troviamo nel recente libro L'invenzione del cuoco (Mondadori) di Alberto Grandi, docente di Storia dell'alimentazione all'Università di Parma. Un libro a tratti spiazzante, come la risposta di Grandi quando gli chiediamo lumi sulla nostra ottima reputazione. Meritata?. Perché la cucina italiana gode di tanta fama?. In realtà si tratta di un mito. Ma è un mito molto produttivo. Parlare di "cucina italiana" prima del Novecento è anacronistico: mancavano uno Stato unitario, un mercato comune, una lingua comune, mancavano infrastrutture che permettessero la circolazione di ingredienti e ricette, ma soprattutto mancavano le condizioni economiche per permettere di sviluppare una cucina variegata. Gli italiani mangiavano sempre le stesse cose, limitati dalle stagioni e dalla disponibilità locale.
Una prima idea di "cucina italiana" nasce tra Otto e Novecento ed è stata poi "nazionalizzata" dalla televisione, dall'industria agroalimentare e dal turismo. Questo mito non è solo un falso storico: è una macchina narrativa che ha permesso di costruire un'identità collettiva attorno al cibo, di educare turisti e cittadini a un modello di gusto condiviso. In fondo, quando mangiamo spaghetti o pizza al di fuori dell'Italia, consumiamo anche un'idea, un racconto, più che una tradizione pura.. Nei secoli scorsi esistevano cuochi capaci di influenzare le mode del loro tempo?. Sì, ma funzionavano in modo completamente diverso. Prima della tv e dei social, il cuoco "influente" era al servizio di una corte o di un'élite. Non parlavano al popolo, ma modellavano il gusto di una minoranza che poi filtrava lentamente verso il resto del Paese. Questi cuochi erano veri "consiglieri di gusto" dei potenti: la loro fama passava per libri di cucina destinati a pochi lettori o per l'eco delle corti, e non aveva alcuna immediatezza mediatica.
L'idea di un cuoco che costruisce un immaginario nazionale è una novità del secondo Novecento. Prima, la loro influenza era più simile a un'onda che partiva da un piccolo stagno e si propagava lentamente: influenzavano il signore che li pagava e a volte la società. Oggi la propagazione è immediata, globale e visiva: basta un video virale o un post per costruire consenso e modellare gusti.. Prima del boom televisivo, chi incideva sull’immaginario gastronomico degli italiani?. Per esempio Petronilla, pseudonimo della dottoressa Amalia Moretti Foggia, è stata un fenomeno mediatico ante litteram. Dal 1929 al 1943 ha pubblicato ricette sulla Domenica del Corriere parlando alle masse femminili in un'Italia che stava cambiando: urbanizzazione, nuovi consumi, restrizioni dell'autarchia, guerra.
La sua forza era la normalità: ricette economiche, facili, adattabili a ingredienti scarsi. Ha insegnato alle italiane una lingua unitaria della cucina, come prima di lei aveva fatto l'Artusi. Ma Petronilla agì su vasta scala. Non era solo cucina, era gestione domestica, un modo di educare alla modernità, di far sentire le donne parte di una comunità nazionale. Petronilla è stata la prima vera "voce nazionale" della cucina popolare: se fosse nata oggi, avrebbe avuto un paio di milioni di follower e probabilmente avrebbe avuto anche merchandising, corsi online e una rubrica radiofonica quotidiana.. Con la nascita della tv cosa cambia?. Il boom economico mette nelle mani degli italiani frigoriferi, cucine moderne, supermercati e prodotti industriali standardizzati. La tv, nata nel 1954, non trasforma subito la cucina in spettacolo, ma inaugura una rivoluzione: milioni di persone vedono per la prima volta gli stessi gesti, gli stessi prodotti, la stessa idea di "italianità gastronomica".
La cucina non è più solo pratica domestica o arte elitaria: diventa educazione popolare e marketing al tempo stesso. La televisione crea un nuovo pubblico, omogeneo, che comincia a pensare in termini di tendenze, di brand alimentari e di stagione dei prodotti, anche prima di poterli realmente acquistare ovunque.. Chi sono le prime star della cucina in tv?. Nel 1957 Mario Soldati porta in tv il suo Viaggio lungo la Valle del Po. Alla ricerca dei sapori perduti, un documentario gastronomico che unisce letteratura, cultura e cucina regionale, ma anche molta invenzione: i cuochi protagonisti non sono ancora delle star, ma il racconto dei luoghi e dei sapori inizia a interessare un pubblico più ampio. Poi ci sarà una lunga parentesi negli Anni '60 e bisognerà attendere gli Anni '70, con A tavola alle 7 con Ave Ninchi e Luigi Veronelli.
Qui emerge una vera coppia di divulgatori: colti, ironici, capaci di parlare di prodotti, vini e tradizioni con un linguaggio accessibile. La pubblicità di Carosello, nel frattempo, costruisce un mondo gastronomico parallelo, fatto di prodotti iconici e di eroine casalinghe perfette. È un'epoca in cui il cibo è cultura, ma anche spettacolo, senza ancora chef-star.. Nella tv Anni ’70 che ingredienti si usano?. Sono anni poveri di spettacolarità culinaria: tra crisi energetica, austerity e una Rai pedagogica, la cucina torna come racconto identitario. Si riscoprono tradizioni locali e prodotti poveri, ma con una narrazione morale e culturale. Figure come Veronelli e i primi protagonisti delle rubriche regionali fanno da ponte tra passato e futuro: insegnano a rispettare il territorio, a scegliere ingredienti stagionali e locali, e a considerare il cibo non solo come nutrimento, ma come espressione culturale. È una cucina politica ed educativa, lontana dai riflettori, ma utile per costruire le basi della cucina italiana moderna.. Come si è formata l’identità gastronomica italiana in tv?. Dal momento in cui la tv riesce a trasmettere un'idea di italianità uniforme: dagli Anni '70, con il mito del territorio e della cucina povera ma fantasiosa, fino agli Anni '80 con il consumo opulento e la cucina come lifestyle.
Negli Anni '90, la tv generalista consolida un canone: programmi dove emergono chef affermati come Vissani o come La prova del cuoco selezionano, semplificano, canonizzano. La cucina italiana che viene venduta al mondo oggi è un prodotto audiovisivo, con ricette, gesti e immagini costruite per l'occhio e la memoria collettiva.. Quando c’è il salto da chef a “profeti”?. Tra fine Anni '90 e primi Duemila, con il modello anglosassone di Gordon Ramsay, Jamie Oliver e Nigella Lawson. In Italia l'effetto arriva dopo, ma travolge: La prova del cuoco trasforma chi cucina in personaggio; Gambero Rosso Channel apre una nicchia di appassionati; MasterChef rivoluziona le regole. Lo chef diventa leader culturale, influencer. Cucina identità, desideri e aspirazioni sociali. È il nuovo intellettuale pubblico, ma con audience enormi e sponsor al seguito..