Chi è Mohamed Shahin, l’imam di Torino al centro dell’espulsione che divide l’Italia

  • Postato il 29 novembre 2025
  • Politica
  • Di Quotidiano Piemontese
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TORINO — L’espulsione di Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di via Saluzzo a Torino, è diventata in pochi giorni uno dei casi più controversi della recente cronaca torinese e nazionale. Una vicenda che intreccia politica, sicurezza, libertà religiosa e diritti fondamentali, polarizzando opinione pubblica e istituzioni.

Ma chi è davvero Shahin? E perché il suo caso sta suscitando tanto clamore?

Origini e percorso: chi è Mohamed Shahin

Mohamed Shahin, cittadino egiziano, vive in Italia da oltre vent’anni. Arrivato nei primi anni Duemila, si è stabilito a Torino con la famiglia, ottenendo regolare permesso di soggiorno. Nel corso del tempo è diventato figura di riferimento della comunità musulmana torinese, assumendo il ruolo di imam nella moschea di via Saluzzo, una delle più frequentate della città.

Shahin ha svolto attività di insegnamento della lingua araba e ha collaborato con iniziative locali legate al dialogo culturale. Nessun precedente penale grave risulta a suo carico, se non una denuncia legata a un blocco stradale avvenuto durante una manifestazione.

Le dichiarazioni contestate: il 7 ottobre e la manifestazione per Gaza

Il nodo principale della vicenda risale al 9 ottobre 2025, quando, durante una manifestazione a Torino a sostegno della popolazione palestinese, Shahin ha definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre «un atto di resistenza dopo anni di occupazione». Parole forti, immediatamente riprese dai media e finite all’attenzione delle autorità.

Secondo il Ministero dell’Interno, quelle dichiarazioni rappresentano una giustificazione della violenza e un segnale di radicalizzazione. Il decreto di espulsione lo descrive come «fondamentalista e antisemita» e sostiene che intrattenga «contatti con ambienti dell’Islam radicale».

La difesa respinge ogni accusa: Shahin avrebbe voluto contestualizzare politicamente il conflitto, senza incitare alla violenza né esprimere sostegno ad Hamas.

Il decreto di espulsione: motivi di sicurezza nazionale

Il 25 novembre, di prima mattina, a Shahin viene notificato il decreto di espulsione con effetto immediato, insieme alla revoca del permesso di soggiorno. L’imam viene trasferito nel CPR (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Caltanissetta, in attesa di rimpatrio in Egitto.

Il Ministero parla di «minaccia concreta alla sicurezza pubblica».
Gli avvocati replicano denunciando una «procedura sproporzionata e motivata da opinioni politiche», definendo il provvedimento «un grave precedente per la libertà di parola».

Parallelamente, la difesa deposita una richiesta di protezione internazionale, sostenendo che Shahin, se rimpatriato, rischierebbe detenzione, tortura o peggio, in quanto ritenuto dissidente dal governo egiziano.

Le reazioni: proteste in città, prese di posizione e fratture politiche

L’espulsione ha generato immediate reazioni a Torino:

  • manifestazioni e fiaccolate in suo sostegno, con centinaia di persone in piazza;
  • prese di posizione da parte di associazioni, sindacati, gruppi politici e attivisti pro-Palestina;
  • dichiarazioni di sostegno anche da esponenti del mondo cattolico, tra cui il vescovo di Pinerolo.

Secondo i manifestanti, il provvedimento rappresenterebbe un atto «islamofobo» che colpisce la libertà religiosa e di espressione.
Di segno opposto le posizioni di alcuni partiti del centrodestra, che difendono l’espulsione come «necessaria» e accusano i sostenitori dell’imam di «minimizzare posizioni estremiste».

Il caso ha così alimentato un clima di forte tensione politica e sociale.

Il quadro giuridico: tra libertà di parola e sicurezza dello Stato

La vicenda fa emergere interrogativi delicati:

  • Dove passa il confine tra critica politica, espressione religiosa e incitazione all’odio?
  • Un’opinione radicale può giustificare un’espulsione?
  • Qual è il limite oltre il quale uno Stato può definire una persona una minaccia, anche in assenza di reati specifici?
  • Cosa accade quando l’espulsione espone il rimpatriato a rischi umanitari?

La risposta non è univoca e dipende dal bilanciamento — complesso — tra tutela dei diritti individuali e sicurezza collettiva.

Un caso simbolico destinato a far discutere

Il caso Shahin è destinato a restare al centro del dibattito ancora a lungo.
Per alcuni rappresenta un pericolo reale da cui lo Stato deve tutelarsi; per altri è il segnale di una deriva repressiva che colpisce il dissenso, soprattutto se espresso da figure appartenenti a minoranze religiose.

Al di là delle posizioni, la vicenda porta a galla temi chiave della società contemporanea:

  • convivenza e integrazione tra culture diverse;
  • gestione del conflitto israelo-palestinese nello spazio pubblico europeo;
  • ruolo degli imam e delle comunità religiose;
  • rapporto, sempre più fragile, tra sicurezza nazionale e libertà civili.

In attesa delle decisioni della magistratura e delle autorità competenti — tra la convalida del rimpatrio e la richiesta di protezione internazionale — resta un dato: l’espulsione di Mohamed Shahin non è un semplice fatto di cronaca, ma un caso che tocca nervi sensibili del nostro tempo.

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Quotidiano Piemontese

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