C’era solo un gatto quando Chuck Norris e Bruce Lee si sono presi il Colosseo

  • Postato il 20 marzo 2026
  • Di Virgilio.it
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La storia del cinema d’azione è cambiata nel 1968. In un Colosseo immerso nel silenzio, interrotto solo dai miagolii di un gatto, due uomini stanno per affrontarsi. È il combattimento finale de L’Urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente: uno contro l’altro, non sono lottatori qualunque: da una parte Bruce Lee, dall’altra Chuck Norris.

Non ancora il Norris divo del cinema: sarà quel ruolo a spalancargli le porte di Hollywood, dopo alcuni tentativi andati a vuoto. Ma è già il Chuck Norris campione del mondo in carica di karate: titolo conquistato per la prima volta nel 1968 e difeso per sette anni.

Dieci minuti che cambiano il cinema d’azione

Il combattimento è lunghissimo, costruito come un’onda che cresce lenta: il riscaldamento, poi il duello. Un totale di quasi dieci minuti. È il cuore pulsante del film. Senza quella scena, probabilmente, non avremmo immaginato allo stesso modo i duelli successivi del cinema d’azione. Fino a quelli di Neo in Matrix contro Morpheus o l’agente Smith.

L’inizio è un rituale. I due si studiano, si allungano, si misurano. Non nasce come rissa e non diventa trash: sono due professionisti che rispettano l’avversario che hanno di fronte. Si danno persino il tempo di rialzarsi, poi continuare: l’etichetta, il non detto, le regole non scritte. È uno dei motivi per cui la scena restituisce stima reciproca, mai ostilità.

C’era solo un gatto quando Chuck Norris e Bruce Lee si sono presi il Colosseo per dieci minuti.

All’inizio c’è equilibrio, poi Norris prendere il sopravvento: assimila il ritmo, anticipa Lee e lo manda a terra. Non una volta sola. Lee intercettato e contrastato in una fase in cui il suo modo di combattere diventa leggibile. La maggiore fisicità dà a Norris un vantaggio evidente e gli consente di imporre la propria presenza fino a ostentare un celebre “no” con la testa. Gesto silenzioso, perfettamente coerente con il personaggio che nel film è un corpo che quasi non parla. Lì cambia il duello. Dopo quel “no”, Bruce Lee, rialzandosi, capisce. Non può vincere restando in uno schema.

La scena, del resto, è interamente costruita senza dialogo. Si regge su postura, sguardi, stretching, provocazioni silenziose e linguaggio del corpo. È proprio questo a renderla modernissima: non spiega, costringe anche chi guarda – come chi combatte – a leggere il combattimento. È un duello muto, fondato su pause, tattica e logoramento. Lee porta lo spettatore nella prospettiva emotiva di entrambi e il combattimento smette di essere spettacolo per diventare racconto.

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Bruce Lee, Chuck Norris e l’inizio di un sodalizio

Chuck Norris, su quel set, non ci arriva per caso, e non soltanto perché è campione del mondo di karate. Lui e Bruce Lee si conoscono fin dagli anni Sessanta. Norris aveva già provato a entrare nel cinema, ma senza fortuna: solo piccole apparizioni o scene poi tagliate, come in Quella sporca dozzina e Berretti Verdi.

A lanciarlo sul grande schermo sarà proprio Bruce Lee. Black Belt colloca il loro primo incontro al 1967 All-American Open al Madison Square Garden. Entro l’autunno di quello stesso anno Norris era già entrato nell’orbita di Bruce Lee come partner di allenamento. Quando, nel 1968, Bruce Lee viene chiamato a coreografare una scena di combattimento in “Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm”, Chuck finisce coinvolto anche lì.

Lo racconterà lui stesso: Bruce Lee era il coordinatore degli stunt di quel film e gli chiese se volesse interpretare quella parte. Norris accettò, ricevette la sceneggiatura e scoprì di avere una sola battuta.

La telefonata che porta al Colosseo

Poi Lee si trasferisce a Hong Kong per dare un’altra direzione alla propria carriera cinematografica. Per un paio d’anni i contatti si diradano, finché arriva la telefonata improvvisa. Norris racconterà che Bruce gli chiese se volesse essere il suo avversario in un nuovo film che stava anche dirigendo. Gli disse che avrebbe girato una grande scena di combattimento nel Colosseo di Roma, uno scontro all’ultimo sangue, come tra due gladiatori.

Norris, scherzando, gli chiese chi avrebbe vinto. Lee rispose: “Io vinco; sono la star di questo film”. E quando Norris gli fece notare che lui, all’epoca, era il campione del mondo, Lee chiuse la questione con una battuta destinata a diventare leggenda: non voleva battere il campione del mondo, voleva uccidere il campione del mondo. Ed è esattamente così che andrà a finire.

Norris e Bruce Lee: L’Urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente

Dentro il Colosseo, Chen capisce di non poter battere Colt sul terreno della forza pura. E allora il duello si trasforma in filosofia. Bisogna abbandonare le posizioni statiche, togliere riferimenti all’avversario, sottrarsi alla linearità dello scontro. Le inquadrature lo sottolineano di continuo: Chuck resta più fermo, più strutturato, mentre Bruce si mette letteralmente a danzargli intorno, colpendolo, anticipandolo, negandogli tempo e coordinate.

È il passaggio al Jeet Kune Do e al “broken rhythm”, il ritmo spezzato: finte, imprevedibilità. Se all’inizio Lee è rigido, poi diventa più fluido, meno leggibile, più vicino al suo celebre principio del “be water” (“Svuota la mente, sii senza forma. Senza forma, come l’acqua. Se metti l’acqua in una tazza, diventa la tazza. Se metti l’acqua in una bottiglia, diventa la bottiglia. Se la metti in una teiera, diventa la teiera”). In pratica, il duello mette in scena una tesi precisa: l’arte marziale più viva non è quella più rigida, ma quella che sa adattarsi.

Lee, a quel punto, cambia completamente passo. E il film lo suggerisce in maniera quasi esplicita, perché proprio in quel momento viene inquadrato il gattino che gioca con una pallina di carta. Il senso del combattimento, in fondo, è tutto lì. Colt rappresenta disciplina, potenza, struttura, linearità. Chen (Tang Lung nell’originale) rappresenta lettura, adattamento, fluidità, metamorfosi. Il messaggio finale non è che vince uno stile: vince chi sa uscire dallo stile, dagli schemi.

Quella che vediamo è una vera e propria danza, curata in modo maniacale. Bruce Lee la costruisce come una grande coreografia. E si racconta che, in un film girato con grande fretta – le scene romane furono chiuse in circa due settimane – quei dieci minuti abbiano richiesto ben tre giorni di riprese.

Il tutto fu coreografato nei minimi dettagli da Bruce, con circa venti pagine di appunti dedicate a ogni singolo passaggio. Anche per questo la scena respira in modo diverso rispetto a tanto cinema d’azione dell’epoca: le inquadrature sono più lunghe, i corpi si vedono per intero, i movimenti hanno spazio per essere capiti.

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Leggende e versioni che si rincorrono

Anche sulla location si sono accumulate leggende e mito. Il Colosseo, arena dei gladiatori per eccellenza, è il palcoscenico ideale per uno scontro epico e all’ultimo sangue. L’iconicità della scena nasce prima di tutto da lì, perché collocare Bruce Lee e Chuck Norris dentro quell’orizzonte simbolico trasforma un semplice duello finale in qualcosa di più antico e archetipico : non è più solo il regolamento di conti di un film kung fu, ma una sfida da arena, quasi fuori dal tempo. È una scelta scenica potentissima, e le fonti promozionali e critiche sul film insistono proprio su questa dimensione gladiatoria.

Eppure, attorno a quel set, le versioni si rincorrono. C’è chi sostiene che il combattimento non sia stato girato interamente dentro il Colosseo per ragioni di sicurezza. Secondo il documentario italiano del 2009 L’urlo di Chen terrorizza ancora l’Occidente – Dragonland, di Lorenzo De Luca, parte delle scene del combattimento vennero realizzate in studio a Hong Kong, perché il permesso del Comune di Roma per girare al Colosseo sarebbe arrivato troppo tardi per i tempi e per le possibilità economiche della produzione.

Da qui la leggenda secondo cui la troupe avrebbe dovuto dare una mancia all’ingresso per entrare e girare abusivamente. Anche Bruce Lee: A Life, la biografia di Matthew Polly, racconta che Lee e la troupe avrebbero pagato funzionari romani e fatto entrare le cineprese nascoste nelle borse, fingendosi turisti. Questo avrebbe concesso solo poche ore di riprese effettive all’interno del monumento, costringendo poi a completare parte del combattimento altrove. Ma proprio questa miscela di realtà, espedienti e mito ha contribuito a rendere ancora più unica la scena: resta uno dei pochi film girati realmente dentro il Colosseo. Il film fu un grande successo anche grazie a quel duello, sfruttato moltissimo nella promozione.

L’unica regia completa di Bruce Lee

Bruce Lee, in fondo, non è solo la star del combattimento: in questo film firma anche la regia, ed è il suo unico lungometraggio completato come regista. La scena non è ricordata soltanto per il “chi combatte”, ma per il “come è costruita”. Non resta impressa solo perché mette uno contro l’altro Bruce Lee e Chuck Norris, ma perché organizza il loro scontro come una progressione drammatica, fisica e filosofica insieme.

Quando il combattimento gira definitivamente a favore di Lee, Norris non si arrende davvero. Bruce, di fatto, gli concede una possibilità di fermarsi, con un “no” della testa che richiama quello precedente di Chuck. Ma lui rifiuta. E Lee lo uccide con riluttanza. Poi compie quel gesto famosissimo di coprire il corpo dell’avversario in segno di rispetto. Una conclusione misericordiosa, non trionfale. Per questo il duello non finisce come una semplice vittoria: finisce come una tragedia tra due guerrieri che si sono riconosciuti.

BruceChen riconosce il valore dell’avversario, che ha combattuto con onore, chiude con un gesto di omaggio verso il caduto. È questa sfumatura tragica a far sembrare il combattimento più di un “eroe contro antoeroe”.

Il rispetto che sopravvive al mito

Bruce Lee morirà appena un anno dopo, nel 1973. Dallo schermo, quel rispetto passerà alla vita, a parti invertite. Parlando della loro amicizia, Norris dirà a Black Belt Magazine: “La verità è che Lee era un avversario formidabile, dotato di un fisico scolpito e di una tecnica impeccabile. Mi sono goduto appieno il sparring e, più in generale, il tempo trascorso in sua compagnia. Era carismatico e amichevole, tanto sul ring e tra le mura domestiche quanto sullo schermo. La sua sicurezza e la sua arguzia erano folgoranti, e talvolta persino disarmanti per gli altri”. Bruce Lee entrerà così nella leggenda. Per Norris, invece, quel film sarà il trampolino di lancio verso Hollywood.

Chi ha visto il film si divide quasi in due generazioni. La prima è quella di chi lo scoprì prima che Chuck Norris diventasse un mito pop: spettatori andati al cinema per Bruce Lee e per l’idea, già di per sé gigantesca, di un duello nel Colosseo. La seconda è quella arrivata dopo, spinta soprattutto da Norris, per assistere alla sua unica, leggendaria sconfitta sul grande schermo. Ed è proprio lì che nasce il paradosso: la leggenda dell’invincibile Chuck Norris comincia dalla sua caduta più memorabile, spettacolare e iconica.

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Virgilio.it

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