Celebrare l’identità femminile con l’arte tra Iran, Italia e Stati Uniti. Intervista a Sepideh Salehi

  • Postato il 29 marzo 2026
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Come pagine di un diario intimo, le opere su carta di Sepideh Salehi (Teheran, 1972) – tra cui Nero (2006), Transformation (2021) e le più recenti Azul, Traces, Calligraphy of Refusal, Ascent (tutte del 2025) – riflettono il vissuto dell’artista nell’affrontare tematiche universali legate all’identità femminile, lasciando affiorare le memorie della sua infanzia e giovinezza a Teheran. Salehi non torna nel suo paese d’origine dal 2006 e questa distanza, temporale e geografica, che la separa emotivamente e fisicamente dagli affetti e dai suoi stessi ricordi diventa l’occasione per rielaborare e metabolizzare le memorie di un passato sospeso, in attesa di un diverso finale. Le opere sono state presentate alla mostra Assemblages, la sua prima personale in Italia curata da Laila Abdul-Hadi Jadallah alla Galleria Anna Marra di Roma, in occasione della quale è stata realizzata questa intervista.

Sepideh Salehi. Ph: Manuela De Leonardis
Sepideh Salehi. Ph: Manuela De Leonardis

Intervista a Sepideh Salehi

Quali sono le caratteristiche del collage – tecnica che nasce nell’ambito delle avanguardie artistiche del Novecento – che ti hanno portata a sceglierla nella tua pratica, che include pittura, disegno, fotografia, animazione e video?
Osservo molto e colgo tante informazioni che il collage mi dà la possibilità di mettere insieme. Questo l’ho capito lavorando. Inoltre, sono iraniana e vivo in America, ma ho vissuto una parte della mia vita in Italia e un’altra in Iran. Ci sono tante parti che convivono in me. Il collage è un modo per esprimere tutto questo. Quando comincio a lavorare, mi vengono in mente tante cose, tutte insieme. Anche vivendo in America da anni penso sempre all’Iran e cerco notizie. Mentre, però, nel periodo in cui ero in Italia preferivo rimanere sull’astratto e non esprimermi direttamente, da quando sono negli Stati Uniti ho capito che attraverso il corpo posso mostrare tutto quello che penso e provo, anche l’aspetto sentimentale, mettendolo sulla carta attraverso il disegno e il collage. Sono tanti gli strati. Nei lavori più vecchi c’erano strati di disegni di diversi posti in Iran – le montagne, il paesaggio – e anche le fotografie che trovo e che affiorano dalla mia memoria.

Quindi le fotografie sono prese dai giornali o altre fonti?
Sono autrice delle fotografie delle persone, mentre quelle di paesaggio le prendo online. L’ultima volta che sono stata in Iran è stato nel 2006. Non avendo la possibilità di tornare nel mio paese, cerco immagini dei posti dove ho un vissuto e provo a fare un mix fra i ricordi veri e quelli immaginari.

Talvolta nel tuo lavoro è presente anche la scrittura, come nelle serie Ski, Party, School, War and Peace. Si tratta di frammenti di poesie o testi letterari di cui sei autrice? Considerando la tua laurea in Lingua Inglese e Traduzione che hai conseguito nel 1998 all’Università di Azad a Teheran.
Quelle parole non hanno niente a che vedere con la poesia, ma con la memoria. Ho iniziato quei lavori quando studiavo a Firenze. Nei momenti in cui sentivo molto la mancanza di casa, di mamma, della mia famiglia e di diverse altre cose, incluse le sensazioni, prendevo una parola in farsi, la scrivevo e ripetevo. In un’opera, ad esempio, è ripetuto il nome della mia mamma Soosan che in persiano è il nome di un fiore, il giglio. Ho cominciato a scrivere il suo nome e ripeterlo, ripeterlo, ripeterlo. Durante la ripetizione ci sono delle volte in cui penso, altre no, creo un’altra forma. Mi piace questo «gioco» del vedere, capire, non vedere. La serie War and Peace, invece, è nata a New York, dove mi sono trasferita nel 2008.

Raccontacela…
Comincia con la rivoluzione ed è legata alla mia memoria di bambina. Una memoria che è uscita fuori senza sforzo. Avevo sette anni quando è scoppiata la rivoluzione e, un anno dopo, la guerra tra Iran e Iraq che è durata per otto anni. In ogni lavoro c’è una parola significativa, scritta in farsi, che si ripete. A volte aggiungo un altro colore usando sempre l’acquarello, perché mi dà la possibilità di ottenere effetti che richiamano l’idea della memoria e della nostalgia. Ci sono parole che si ripetono come rivoluzione che si riferisce all’inizio della rivoluzione islamica quando c’erano le proteste per strada, oppure guerra (jang). All’inizio della guerra Iran-Iraq non si vedevano i bombardamenti, poi sono cominciate ad arrivare le ondate di missili diretti sulle zone abitate. Ricordo molto bene la volta in cui un missile cadde durante una festa di compleanno: per quell’opera che s’intitola Gisha Street, ho scelto la parola buon compleanno (tavalodet mobarak). Alla fine c’è un lavoro sulla pace (solh) e ce n’è un altro – Nakhoon unigl – in cui parlo della scuola. Per noi bambine non era facile andare a scuola sotto il regime islamico. Il primo giorno di scuola è stato una tragedia! Io e le mie amiche apparteniamo alla prima generazione che ha subito il regime, eravamo come cavie. C’erano tante punizioni. Non eravamo libere di vestirci come volevamo e prima di entrare a scuola ci perquisivano. Guardavano nella nostra borsa e se c’era il walkman lo prendevano. Non potevamo ascoltare la musica, né avere lo smalto per le unghie.

Cosa ti ha portata, nel 1999, a decidere di studiare all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove hai studiato fino al 2005, per poi trasferirti a New York qualche anno dopo?
Intanto perché in Italia c’era la mia carissima amica Neda che vive tuttora a Siena. Avevo, comunque, una grande passione per l’arte e, mentre ero in Iran, avevo cominciato a studiare l’italiano. Tramite l’Ambasciata d’Italia appresi che potevo fare l’esame di lingua e la domanda per l’iscrizione all’Accademia Belle Arti di Firenze, cosa che feci ottenendo il visto da studente. L’Italia è sempre stata nel mio cuore e lo è ancora. All’inizio, quando ero studentessa a Firenze, i miei lavori pittorici erano molto astratti, anche se si trattava di paesaggi, ad esempio il deserto o altri luoghi dell’Iran. Poi, ho cominciato ad interessarmi all’anatomia, grazie all’insegnamento di un professore molto bravo per il quale l’anatomia era legata all’arte contemporanea e al rapporto tra il corpo e l’ambiente. Ogni settimana dovevamo fare dei lavori e portarli in classe. Ero interessata al corpo e al movimento e iniziai a realizzare i miei lavori con l’inchiostro cinese Sumi-e creando figurazioni molto astratte in cui c’era movimento. Successivamente comprai una videocamera, cominciando a sperimentare il video utilizzando me stessa, il mio corpo coperto con il velo. C’è sempre stata in me questa ricerca del velo, del corpo, del corpo coperto e di quello che c’è dietro il velo.

Incorporare pattern che provengono dalla tradizione iconografica persiana, come in Mohr Portraits, Transformation, Invisible Memories e altri lavori, è anche un modo per dare forma visuale ai tuoi ricordi personali?
Sì, esattamente. In Nero, parte della serie Mohr Portraits (Prayer Stones), ho usato le piccole pietre su cui i musulmani sciiti poggiano la fronte durante le preghiere. Era il periodo in cui in Italia usavo le parole che ripetevo, per cui anche mentre ero in Iran, dove ero andata nel 2006 per vedere la mia famiglia, continuavo ad utilizzare la carta giapponese, guardandomi intorno per cercare altri modi per realizzare il segno. Un giorno, mentre ero al bazaar di Teheran, vidi quelle pietre della preghiera che da noi si possono trovare in tutte le case. Anche se non si è religiosi, come nella mia famiglia, sono comunque oggetti che fanno parte della cultura. Su queste pietre ci possono essere scritti i nomi dei santi, così come dei versetti del Corano. Non mi interessava la componente religiosa, mi piaceva la loro natura di oggetto. Comprai la pietra della preghiera, la portati a casa e feci dei frottage su piccoli fogli di carta giapponese che incollai. L’opera si sviluppa strato per strato, rimandando sia al concetto del linguaggio e della scrittura che a quello del velo. In altri lavori ho utilizzato anche la grattugia, gli aghi e altri oggetti di uso comune, alcune volte bucando la carta, altre usando l’inchiostro. L’idea del frottage, in particolare, mi è venuta perché era un gioco che facevo da bambina, mettendo un foglio di carta sopra una moneta e sfregandoci sopra con una matita così da ricalcarne il disegno.

Nel tuo lavoro c’è anche una componente nostalgica?
Sì! È tutto nostalgico.

Nel mostrare figure femminili prive del volto, o di spalle, esprimi anche la loro ribellione silenziosa?
Sì. Nelle foto, scattate da me, le donne ritratte sono tutte mie amiche iraniane che vivono negli Stati Uniti e che hanno avuto esperienze analoghe alla mia, come Golnar che vive a New York ed è anche artista. In questi lavori c’è sempre la ribellione, ma anche l’oppressione. In alcuni le donne si voltano, oppure coprono il loro volto perché non vogliono accettare, non vogliono vedere, non sono d’accordo con quello che sta succedendo.

Manuela De Leonardis

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L’articolo "Celebrare l’identità femminile con l’arte tra Iran, Italia e Stati Uniti. Intervista a Sepideh Salehi" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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