Cave Selvagge in Basilicata, 7 a processo e 8 scagionati
- Postato il 22 febbraio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Cave Selvagge in Basilicata, 7 a processo e 8 scagionati

Cave selvagge in Basilicata, si è conclusa l’udienza preliminare del processo sull’inchiesta su presunte corruzioni nell’ufficio cave della Regione, sette a giudizio, otto scagionati
POTENZA – Sette rinviati a giudizio, sei persone e una società, sei prosciolti, e due assolti col rito abbreviato. Si è conclusa così a Potenza l’udienza preliminare del processo nato dall’inchiesta su favoritismi e corruttele nell’ufficio Cave della Regione Basilicata.
Il gup Ida Iura ha assolto da un’ipotesi di falso, per le attestazioni contenute in alcuni documenti consegnati in Regione, i due imputati che avevano optato per il rito abbreviato: Vincenzo Santagata, socio della concessionaria della cava “La Pedicara” di Balvano, e il direttore della cava, Lorenzo Martinelli, assistiti dagli avvocati Giovanni Riccardi e Filomena Simone. Prosciolti dall’accusa di corruzione: il titolare di una cava della pregiata pietra arenaria di Gorgoglione, Giuseppe Grieco, assistito da Amedeo Cicala e Gino Angelucci; e il suo socio Luigi Alianelli, assistito da Vincenzo Ciucci Giuliani.
Il gup ha pronunciato il non luogo a procedere per una serie di ipotesi di falso anche nei confronti del gestore della cava di Vallecupa a Montescaglioso, Giovanni Muscaridola, assistito dall’avvocato Nicola Buccico; del geologo dell’ufficio suolo della Regione, distaccato nell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, Donato Palma, assistito dall’avvocato Gervasio Cicoria; del gestore della cava Setilino di Venosa, Antonio Sassone della Melfese calcestruzzi srl, assistito da Vincenzo Castaldi e Guglielmo Binetti. Mentre un operaio della cava di Brienza gestita dai fratelli Lopardo, Salvatore Da Nazaret, assistito dall’avvocato Francesco Fabrizio, è stato prosciolto dall’accusa di favoreggiamento per le dichiarazioni rese durante le indagini sulla morte di un collega, ad aprile del 2023.
CAVE SELVAGGE IN BASILICATA, LE DATE DEL PROCESSO
Il prossimo 16 aprile dovranno comparire davanti al collegio “b” del Tribunale i titolari della cava di Brienza, Salvatore e Antonio Lopardo, due tecnici al loro servizio, Paola Padulosi e Domenico Agrello, più l’ex capo e funzionario dell’ufficio cave della Regione, Nicola Cafarella e Vito Antonio Nella, e la società Fratelli Lopardo &c srl.
Salvatore Lopardo e Padulosi sono accusati di omicidio colposo in concorso con Cafarella per una serie di violazioni delle normative sulla gestione degli impianti di estrazione di inerti. Violazioni che avrebbero dovuto portare alla sospensione dell’attività già a settembre 2022, invece ad aprile del 2023 hanno portato alla morte a morte del 45enne Dino Viscardi, precipitato alla guida di un camion dopo aver “scalato” il fronte della cava per scaricare in quota del materiale inerte.
LE ACCUSE A LOPARDO, PADULOSI E CAFARELLA
Gli stessi Lopardo, Padulosi e Cafarella devono rispondere anche di una frana che si sarebbe innescata durante i rilievi della polizia giudiziaria successivi alla morte di Viscardi. Col «distacco di circa seimila metri cubi di materiale che investivano trecento metri quadri» sulla pista di accesso alla cava mettendo in pericolo lavoratori e investitagatori. Più alcune ipotesi di falso in concorso con Antonio Lopardo e Agrello per aver indotto in errore l’ufficio Difesa del suolo della Regione sulla regolarità della situazione nella cava in contrada San Gennaro.
Il solo Cafarella è imputato per una distinta e ulteriore ipotesi di tentata concussione per aver fatto pressioni, nel 2018, sui gestori della cava di Monte la Guardia di Acerenza, i fratelli De Bonis, perché affidassero una consulenza da 40mila euro, per la progettazione della riapertura della cava in questione a un geometra di sua indicazione. Dopo aver bocciato un precedente progetto presentato nel 2013. Il tutto condito di «velate richieste» di denaro mimate col gesto «di mettere qualcosa nella tasca della camicia».
L’INCHIESTA CONDOTTA DAI CARABINIERI FORESTALI
A far partire l’inchiesta sull’ufficio cave, condotta dai carabinieri forestali, erano stati proprio quegli imprenditori di Acerenza che hanno deciso di raccontare agli investigatori la loro vicenda. Dopo essersi visti archiviare la richiesta di proroga della coltivazione della loro cava.
Gli imprenditori avevano riferito di essersi sentiti indicare da Cafarella il progettista da mettere sotto contratto per la redazione degli elaborati tecnici da allegare alla loro richiesta, perché quelli già prodotti «non gli piacevano», ancorché costati «12mila euro».
Dopo aver conosciuto questo progettista amico del funzionario dentro il suo ufficio in Regione, però, gli imprenditori si sarebbero accorti che era sua intenzione «fare propria» l’opera di chi lo aveva proceduto, pur avendo chiesto un compenso di 15mila euro. Di qui da decisione di abbandonare l’idea di ottenere la richiesta di autorizzazione e denunciare tutto.
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Cave Selvagge in Basilicata, 7 a processo e 8 scagionati