Catanzaro, a spallata non arriva, il sindaco Fiorita resta in carica

  • Postato il 22 febbraio 2026
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Catanzaro, a spallata non arriva, il sindaco Fiorita resta in carica

Quella che sembrava dovesse essere la spallata definitiva non è arrivata, l’opposizione non è riuscita a coagulare le adesioni necessarie e il sindaco di Catanzaro Nicola Fiorita resta in carica al suo posto


CATANZARO – Alla fine, tanto tuonò che non piovve. Lo spauracchio della “spallata” all’Amministrazione comunale di Catanzaro, guidata dal sindaco Nicola Fiorita, si manifesta per quello che è: un tentativo maldestro dell’opposizione di centrodestra di andare al voto anticipato senza una visione strategica, con il risultato poco lusinghiero di apparire confusi sul da farsi e, soprattutto, sugli intenti per il futuro che dovrebbe concentrarsi su un nome unitario per la sfida del 2027.
La mancata raccolta delle firme per sciogliere anticipatamente il Consiglio comunale non è soltanto un passaggio tecnico andato a vuoto: è un fatto politico che racconta molto più di quanto dica il numero fermo a quota 15.

L’operazione che avrebbe dovuto portare alla caduta dell’amministrazione e al voto anticipato si è arenata a due passi dall’obiettivo. Il patto d’onore dei consiglieri comunali di opposizione, che si erano precipitati in 14 per sottoscrivere in maniera solenne il documento di sfiducia davanti al notaio, era quello di chiudere la partita entro venerdì 20 febbraio, per permettere la stesura degli atti da depositare nella Segreteria del Comune. Con la firma di Fabio Celia si è arrivati a quota 15, ma l’elenco degli oppositori si è fermato lì.

Prima dell’ex capogruppo del Partito Democratico avevano firmato, per Forza Italia, Alessandra Lobello, Antonello Talerico, Francesco Assisi, Luigi Levato, Sergio Costanzo, Francesco Passafaro e Francesco Scarpino, che ha “compensato” l’assenza di Manuela Costanzo; per Fratelli d’Italia Anna Chiara Verrengia e Giuseppe Ciciarello; per la Lega Eugenio Riccio; per Noi Moderati Lea Concolino; per Azione Stefano Veraldi e Gianni Parisi; infine Valerio Donato, oggi in Rinascita.
Ora, salvo rovesciamenti politici dell’ultima ora che portino alla firma di altri due consiglieri entro il termine utile per accedere alla finestra elettorale del 24 e 25 maggio, il pericolo per Fiorita e i suoi è scampato. Il primo banco di prova sarà l’approvazione del bilancio di previsione, dove si misureranno i reali equilibri in aula.

Ma proprio quei due passi mancanti rappresentano oggi il nodo centrale: il centrodestra non è riuscito a mostrarsi compatto nel momento decisivo.
La “spallata” era stata presentata come un atto di chiarezza, quasi una prova di forza per certificare la fine politica dell’esperienza amministrativa in carica. Nel passaggio cruciale, però, sono emerse le crepe: ex alleati non allineati, Gruppo misto non pienamente coinvolto, ultimatum rimasti senza effetti concreti. La fotografia che ne esce è quella di una coalizione che, quando si tratta di esercitare un atto politico irreversibile, fatica a trovare una sintesi.
Non è solo una questione numerica. È una questione di leadership e di strategia.

Da un lato c’è un centrodestra che si mostra monolitico quando si tratta di equilibri provinciali o assetti interni; dall’altro emerge una realtà attraversata da personalismi, veti incrociati e calcoli individuali quando la posta in gioco diventa più alta. La mancata coesione richiama dinamiche già viste nel 2022, quando la frammentazione portò alla nascita di un progetto civico alternativo.
La “spallata” può allora essere letta come un tentativo di misurare i rapporti di forza interni più che come un’azione realmente finalizzata allo scioglimento. “Abbiamo tirato una linea”, è il ragionamento che circola: capire chi sta dentro e chi resta fuori in vista della prossima competizione elettorale. Se così fosse, il fallimento dell’operazione non sarebbe una sconfitta definitiva, ma una prova generale che ha evidenziato i limiti dell’attuale assetto.

Il problema è che il tempo gioca un ruolo decisivo. Le comunali sono ancora lontane, ma non abbastanza da consentire lunghe guerre di posizione. Senza una coalizione realmente compatta e una leadership riconosciuta, il centrodestra rischia di presentarsi nuovamente diviso davanti all’elettorato. Nel frattempo, l’amministrazione sopravvive. Ma non può considerare la mancata caduta come una legittimazione politica piena. La partita si sposta ora sul terreno del bilancio, banco di prova decisivo: lì si misurerà la reale stabilità dell’esecutivo. Più che chiudere una fase, questa vicenda ne apre un’altra: quella del chiarimento interno al centrodestra. Perché senza una sintesi politica vera, le operazioni notarili restano simboliche. E le città non si governano – né si riconquistano – contando firme.

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