Buenos Aires paralizzata dallo sciopero contro la riforma del lavoro di Milei che limita il potere dei sindacati e aumenta le ore di lavoro

  • Postato il 20 febbraio 2026
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È arrivato un altro sì alla riforma del lavoro voluta dal governo del presidente di destra Javier Milei. Nella notte del 20 febbraio la Camera dei deputati ha approvato, con 135 voti favorevoli e 115 contrari, il testo che modifica le leggi sul lavoro in vigore in Argentina dagli anni Sessanta. Il voto è arrivato dopo un lungo dibattito in aula durato più di dieci ore. La giornata è stata segnata da proteste in tutto il Paese e dallo sciopero organizzato dalla Confederación General del Trabajo (CGT), il principale sindacato argentino, che ha paralizzato la capitale Buenos Aires. Il disegno di legge deve ora tornare in Senato per l’approvazione definitiva, ma per l’esecutivo già rappresenta la prima vittoria legislativa del 2026. Il presidente ultraliberista ha seguito il dibattito da Washington, dove sta partecipando al Board of Peace voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’obiettivo del leader de La Libertad Avanza è fare passare il testo entro il primo marzo, quando riprenderanno le sessioni ordinarie del Congresso.

Secondo il governo, la legge sul lavoro era “obsoleta” e scoraggiava le imprese dall’assumere dipendenti. L’esecutivo ritiene che la nuova normativa possa “rivitalizzare” e “modernizzare” il mercato, riducendo l’impiego informale che in Argentina raggiunge il 43%. Per i sindacati, la riforma rappresenta un grave arretramento sui diritti conquistati in decenni di mobilitazioni e rischia di aumentare la precarietà. Lo sciopero di 24 ore indetto dalla CGT, il quarto da quando Milei è in carica dal 2023, ha interessato molti settori che vanno dal trasporto alla pubblica amministrazione, fino al commercio estero e all’industria. Le compagnie aeree hanno cancellato circa 400 voli con un impatto su almeno 64mila passeggeri, secondo i dati della Camera di commercio.

Tra le novità della Ley de Modernización Laboral, c’è la possibilità di estendere l’attuale limite delle otto ore lavorative fino a dodici ore di lavoro giornaliere. Un’ulteriore modifica riguarda gli straordinari che, secondo la legge vigente, devono essere retribuiti al 50% per i giorni lavorativi regolari e al 100% per i giorni festivi e i fine settimana. La riforma introduce il meccanismo della “banca delle ore” che consente di compensare gli straordinari accumulati con giorni di riposo o giornate lavorative ridotte, e non con bonus. Diminuiscono le responsabilità delle aziende nel versamento dei contributi e si crea un fondo per finanziare le indennità di fine rapporto a spese del sistema pensionistico. Gli stipendi potranno essere pagati anche in dollari. Dal testo originario è stato rimosso l’articolo 44 che avrebbe ridotto fino al 50% gli stipendi dei lavoratori malati o vittime di incidenti.

Uno dei principali punti critici riguarda i sindacati. Il nuovo testo prevede che, in caso di sciopero, devono essere garantiti livelli minimi di servizio del 75% per i servizi essenziali (come sanità, istruzione, trasporti) e del 50% per settori critici (come quello manifatturiero, minerario e bancario). Stabilisce che le assemblee del personale e i congressi dei delegati dovranno essere autorizzati dal datore di lavoro, che il lavoratore non percepirà alcuna retribuzione per tale periodo e che non si potrà interrompere il normale funzionamento dell’azienda. Inoltre, classifica come reati “molto gravi” i blocchi o le occupazioni di fabbriche. Gli accordi aziendali avranno priorità rispetto ai contratti collettivi nazionali di categoria.

L’approvazione della Camera dei deputati arriva in un momento in cui si sono riaccese le critiche nei confronti delle politiche economiche di Milei. Alla vigilia del voto, la storica fabbrica di pneumatici FATE ha annunciato la cessazione delle attività e il licenziamento di oltre 900 dipendenti. Non è la sola. Come conseguenza della liberalizzazione delle importazioni, che ha costretto le imprese nazionali a competere con i prodotti cinesi, negli ultimi due anni hanno chiuso quasi 21mila aziende. Secondo i dati ufficiali, sono andati persi almeno 300mila posti di lavoro formali.

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