Brevità e aforismi nei social

  • Postato il 21 gennaio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Generico gennaio 2026

“Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve” è un’ironica affermazione contenuta nelle “Lettere Provinciali” di Blaise Pascal. Il tema centrale della provocatoria affermazione del filosofo è quello della sintesi che, ai suoi tempi, vista la prolissità e la retorica di numerosi pseudo intellettuali, poteva senza ombra di dubbio essere ritenuta una qualità positiva. Possiamo affermare lo stesso ai nostri giorni? La questione merita di essere contestualizzata: brevità e sintesi non sono esattamente la stessa cosa, la sintesi sottointende una preliminare fase analitica che, solo in un secondo momento, quando si deve comunicare l’esito della riflessione approfondita, è bene positivamente sintetizzare come contenuto e forma espositiva. Un esempio antichissimo di tale pratica potrebbe essere considerato l’aforisma, il pensatore colombiano Nicolás Gómez Dávil  sostiene che l’aforisma “deve avere la durezza della pietra e il tremolio delle foglie”: splendido esempio di aforisma ma, per dirla come credo si esprimerebbe Popper, un aforisma è geniale o illuminante solo se incontra le aspettative di chi lo ascolta in quel momento. Questo per affermare che non è del valore del singolo aforisma che è utile ragionare se, come sostiene anche il caustico Charles Bukowski, “Il guaio di ogni aforisma, di ogni affermazione, è che può facilmente diventare una mezza verità, una fregnaccia, una bugia o un appassito luogo comune”. Proviamo un approccio tanto caro al pensiero contemporaneo: facciamo un esperimento. Sarà sufficiente proporre le parole appena citate di Nicolás Gómez Dávil a un adeguato numero di giovani digitalizzati, a quanti pensate possano apparire come incomprensibili? Certo è più probabile che lo leggano di quanto lo sia per queste righe, è regola ferrea, sui social, che, se si desidera divenire oggetto di “distratta attenzione”, ma comunque numerosa, quantificabile e compensabile sui social, è opportuno non superare interventi di un minuto, se in sonoro o in video, o, se si è temerari e si ipotizza la lettura, le due righe. Insomma, meno parli meglio è! Ma siamo certi che questo garantisca l’intensità e la qualità sintetica del contenuto? Quanti slogan sono funzionali confezioni di emerite scemenze?

“L’aforisma, la sentenza, sono le forme dell’eternità; la mia ambizione è di dire in dieci frasi quel che chiunque altro dice in un intero libro, quel che chiunque altro non dice in un intero libro” scrive Friedrich Wilhelm Nietzsche nel suo Crepuscolo degli idoli, ma suo intento era “fare filosofia col martello” sapendosi inevitabilmente per pochi, anzi, forse ancora per nessuno. Oggi la brevità non ha nessuna pretesa di essere il risultato di un percorso di eliminazione del superfluo, di ricerca di essenzialità, di produzione di alta poesia più o meno ermetica, di linguaggio evocativo o capace di suggerire profondità abissali ipotizzate nel lettore; oggi la brevità è semplicemente “non minaccio la tua inesistente capacità di attenzione”. Il modo migliore per generare una sorta di livellamento verso il basso, fondato sull’assioma che puoi anche non dire nulla ma devi farlo in poco tempo, senza richiedere impegno, che già è troppo faticoso sopravvivere. Facciamo un esempio concreto di sintesi che diviene efficace strumento di comunicazione profonda: se scrivo che  ho vissuto anni faticosi, segnati da disavventure esistenziali e travagli personali, ma sempre con la speranza di un futuro migliore, fino a che un inaspettato avvenimento drammatico mi ha strappato anche l’ultima speranza così che oggi non credo più di poter essere felice e mi è rimasto solo il ricordo di un tempo faticoso ma allietato da fiducia di un domani di luce, probabilmente ho annoiato il lettore, se poi entro nei dettagli delle mie personali peripezie ecco che lo stesso, non riconoscendosi necessariamente nelle medesime, perderà di interesse alla mia descrizione, che riconoscerà sempre più come un privato lamento fine a se stesso. Ora proviamo a dare dignità di sintesi e valore poetico al medesimo stato d’animo trasponendolo da privato a universale, nelle forme personali che costruirà per sé ogni lettore. Sintetizzo la narrazione di tutto ciò che è stato traducendola in tre punti di sospensione e in un conclusivo “e”; traduco le speranze giovanili in un aquilone nel cielo; trasformo l’inatteso evento tragico nella scomparsa dell’aquilone; innalzo il dolore personale all’avvertimento della mancanza di speranza in un “non luogo collettivo” com’è il cielo, ecco che ottengo:

… e all’improvviso al cielo mancò quell’aquilone

Senza pretendere che la poesia possa essere cibo comune e desiderio diffuso, accontentiamoci di un livello meno elitario come può essere quello dell’aforisma, ma non dobbiamo dimenticare, come afferma l’amico Gershom Freeman che “l’aforisma deve essere provocazione e scandalo e non sintesi, non saggezza da coccolare, non fiore all’occhiello di una giacca di sartoria. Se non dà anche un poco fastidio, se stuzzica malinconicamente solo il vezzo da intellettuale, allora è assolutamente inutile, è cipria che si lava troppo in fretta”. In effetti il pericolo dell’eccessiva sintesi è in agguato, rischia di sclerotizzare un’idea piuttosto che cogliere il non contingente, l’essenziale. Com’è noto si considera Ippocrate, noto come padre della medicina, come primo autore di aforismi, il termine stesso, infatti, rimanda alla Grecia antica e alla parola aphorizein dai significati interessanti: definizione, confine, orizzonte. Non ci dilunghiamo nella storia delle sue varie forme per arrivare ai giorni nostri quando, all’interno delle “nuove modalità di comunicazione da social”, il genere sembra trovare nuova espressione, accostato a video o fotografie o, secondo canoni pubblicitari, per promuovere influencer e simili. L’aspetto che, a mio parere, è più presente in questo impiego dell’aforisma, è quello della semplificazione del linguaggio: un pregio o un difetto? Se l’antitesi è l’abuso della parola come sproloquio, quando sarebbe più efficace la brevità, mi sembra un’ovvietà, è da ritenersi un pregio; se, al contrario, tenta di nascondere l’incapacità di argomentare adeguatamente un pensiero, allora rivela una pericolosa decadenza della parola e del pensiero che la connatura.

Ricordo una nota canzone di Lucio Dalla, L’anno che verrà, nella quale il cantautore afferma che “a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane”. Quante volte mi è capitato di registrare dichiarazioni, anche piuttosto saccenti, di sostenitori della tesi che la “sintesi da social” è funzionale a “non sprecare tempo”; generalmente questa tesi è sostenuta da persone che poi consumano interminabili ore a seguire balletti su tic-toc o altre forme di intrattenimento nelle quali l’idea, il pensiero, la ricerca di un qualche perché, latitano clamorosamente. Non è possibile ritenere quel comportamento una perdita di tempo? Sempre che abbia senso l’espressione stessa, poiché posso perdere qualcosa se questa era in mio possesso e non la trovo più o la spreco, al contrario il tempo non è di nessuno ma, quel poco che possiamo utilizzare dell’eternità, qualifica chi siamo e chi stiamo divenendo attraverso l’impiego che ne facciamo. Per esempio, se sosteniamo che un testo che richiede più di tre minuti di lettura non è degno del nostro tempo, cancelliamo dal nostro orizzonte la cultura di millenni e non mi si venga a raccontare che questa possa essere barattata con manciate di effimere cianfrusaglie da social. Il sottotesto di queste righe propone una sussurrata interrogazione: il “vociare rumoroso ma breve” dei social non rischia di produrre il silenzio del pensiero? Come scrive Paolo Dune nel suo Al di qua dell’aldilà: “Oggi ci vuole sempre più sintesi nella comunicazione. Ci vuole sempre più sintesi. Ci vuole più sintesi. Sintesi… Sssh”

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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Il Vostro Giornale

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