Boxe, lo strano caso delle piccole federazioni non riconosciute in Italia. L’organizzatore: “Ci vogliono morti”

  • Postato il 1 aprile 2025
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Una volta conclusosi il match, come è consuetudine nella boxe, l’arbitro alza il braccio al pugile vincitore, poi scende dal ring e si allontana insieme ai tre giudici e al referente della Federazione italiana. La cintura di una sigla minore, cioè non una delle cinque riconosciute in Italia dalla FPI, viene consegnata a chi ha ottenuto la vittoria, mentre arbitri e dirigenti volgono metaforicamente, e non solo, lo sguardo da un’altra parte. La Federazione italiana considera questi incontri alla stregua di “international match“, non come come titolati. Su YouTube non è nemmeno facilissimo trovare immagini commentate della consegna di queste cinture.

Già ai tempi di Benvenuti e Mazzinghi non esisteva più un’unica cintura di campione del mondo perché in quegli anni nacque la sigla WBA (sulle ceneri dell’antichissima NBA) e la WBC. Poi negli anni Ottanta fu il caos, vennero fondate l’IBF, la WBO e l’IBO. Queste cinque organizzazioni sono quelle che adesso vengono riconosciute a livello mondiale dalla Federazione Pugilistica Italiana. Oggi in giro per l’Italia si trovano però altre sigle internazionali minori che mettono in palio il loro titolo mondiale. La più attiva nel nostro Paese risulta la Universal Boxing Organization (UBO), nata nel 2004 e ha un suo ufficio, oltre che in Germania, Stati Uniti e Brasile, anche in Italia. Si vedono spesso nel nostro Paese incontri di questa sigla, citati nelle locandine delle riunioni italiane.

La UBO è presente sì anche in una delle patrie della boxe, come gli Stati Uniti, ma soprattutto in tanti Paesi che faticano altrimenti ad organizzare, come quelli del continente africano o asiatico. Oltre all’UBO possiamo citare altre organizzazioni minori attive nel mondo, come il Global Boxing Council, la Universal Boxing Federation, la Global Boxing Union, la Global Boxing Federation. Ma la lista è più lunga. Da poche settimane ha debuttato in Italia anche la RBO, che lavora dal 2017 anche a Tahiti, Lussemburgo, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovenia. L’organizzazione è stata creata in Lussemburgo da un matchmaker francese, Sebastien Nebudo Pitois. “Le grandi Federazioni vogliono la mia ‘morta’ – racconta Pitois a ilfattoquotidiano.it – la WBC odia tutti noi piccoli. Io ho sconfitto il cancro due volte… Resisto! La boxe è la mia passione e la mia vita. Continuo il mio lavoro perché penso che ogni pugile che sale sul ring merita un riconoscimento“. Agli organizzatori (quelli “puri” oppure le “palestre” abilitate) di eventi pugilistici in Italia queste sigle possono venire in aiuto. Intanto perché una cintura in palio attrae maggiormente sponsor, patrocini pubblici e spettatori, magari anche quelli non super appassionati di questo sport. Spesso anche al maestro fa piacere che venga gratificato in qualche modo il proprio pugile con un titolino in palio ed eventuale una cintura legata in vita. Alla FPI tutto sommato non dispiace che si combatta, anche così il movimento pugilistico rimane attivo. Niente di grave, insomma, che ci siano match di queste federazioni, basta però non confonderli con i titoli di mondiale vero, perché pure di quelli ce ne sono sin troppi anche nelle sigle principali.

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Il Fatto Quotidiano

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