Bisogna sfuggire alla nostalgia per produrre opere vive a contatto con il presente
- Postato il 27 gennaio 2026
- Arti Visive
- Di Artribune
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Nel quadro di un’arte e di una società androidizzate, dominate dal riciclo continuo di estetiche e dalla nostalgia come veicolo di consumo emotivo, l’opera risulta spesso apparentemente “viva”, coinvolgente, formalmente rifinita e ‘a posto’, ma priva di un’autentica e profonda esperienza dell’esistenza e del tempo.
Del resto, il pubblico specializzato e generalista è ormai da parecchio abituato alla simulazione, educato cioè a reagire a stimoli preconfezionati, generati a loro volta da codici precisi e a prima vista immutabili, in una dimensione che è fondamentalmente quella dell’intrattenimento e del consumo culturale.
L’acronia come soluzione
In che senso l’acronia è in grado, se non di risolvere, quantomeno di attenuare e di correggere parzialmente questa situazione? Abbiamo visto nelle scorse settimane che l’acronia, derivata da mezzo secolo di addestramento alla nostalgia come relazione di base con il passato (con tutto ciò che ne consegue), si presenta oggi abbastanza stranamente come la condizione privilegiata per ribaltare questo rapporto, articolandolo in maniera diversa.
Se l’acronia, infatti, corrisponde al dissolvimento del tempo, dovuto all’estensione di uno sguardo culturale ossessivamente rivolto al passato, e all’elaborazione artistica di oggetti contemporanei ottenuta attraverso un impasto di materiali fisici e immaginari provenienti da ieri (o da differenti ieri), allora la condizione che si è venuta a creare diventa improvvisamente interessante.
Che cosa succede infatti quando la nostalgia collettiva non è più connessa a quella individuale, autobiografica (nostalgia come rimpianto del proprio passato, della propria giovinezza per esempio, e di quella di tutti: nostalgia come aspirazione al ritorno a casa, che peraltro non c’è più, dunque come desiderio di un ritorno impossibile e continuamente rinviato, rimandato…) ma è piuttosto una nostalgia sintetica, sintetizzata (nostalgia di un passato che già era principalmente fatto di nostalgia e di prelievi nostalgici, cioè una nostalgia al quadrato – o addirittura al cubo)?
Che cosa è veramente la nostalgia?
A quel punto, la nostalgia smette forse di essere tale, perché è il tempo stesso a non esserci più.
Ogni prelievo, ogni frammento, ogni momento è allora compresente, contemporaneo; ogni epoca appartiene all’oggi, o comunque a una dimensione che erode e annulla le distinzioni tra oggi, ieri e domani, costruendo una sorta di flusso organico in cui convergono i riferimenti e i collegamenti più disparati, persino a un certo livello sganciati dal contesto di riferimento. Lo dice bene Johnny Marr, cantautore ed ex-chitarrista degli Smiths, in una recente intervista: “Sembrerò un po’ un hippie, ma credo davvero che la vera ispirazione voli attraverso i decenni e le generazioni come una freccia. Davvero, che si tratti di rock classico, dei Doors, di Bob Dylan, del jazz o del cinema, se un’opera è ispirata sarà sempre interessante per una generazione di persone che è alla ricerca di qualcosa di vero.
Nel mondo in cui viviamo, in questo mondo digitale, la linea del tempo non esiste più, il contesto non esiste più. Chi ascolta la mia musica con gli Smiths, o qualsiasi altra cosa, la sente come se fosse una band che avrebbe potuto esistere ieri. Parte della musica che ho fatto funziona ancora oggi. Che siano i Cure, i Depeche Mode o gli Smiths — se in quella musica c’è ispirazione e un suono unico, la generazione di oggi lo capta” (Gianni Sibilla, Johnny Marr e la rinascita del rock di Manchester, “Rockol”, 28 ottobre 2025).
L’opera d’arte che resiste
L’opera che resiste, quindi, l’arte come eccedenza e non come simulazione efficiente (androide), abita un tempo sospeso, lavorando al suo interno e combinando memoria storica densa e acronia. Siamo sempre all’interno cioè di quello straniamento che già più di cento anni fa ci regalava grandi gioie e traumi e (in)soddisfazioni, dentro la coerente “tragedia della serenità” di cui parlava Giorgio de Chirico, e dentro quella “allegria di naufragi” concettualizzata da Giuseppe Ungaretti: “E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare” (Versa, 14 febbraio 1917).
L’acronia, perciò, può essere vista come l’estrema articolazione e complicazione dell’atteggiamento nostalgico, il risultato terminale di una nostalgia iper-stratificata e avvolta più volte su se stessa – oppure come la finale implosione della nostalgia, e come la liberazione di un’intera cultura dallo sguardo rivolto passivamente non al passato, ma a una versione idealizzata e ‘simulata’ del passato, attraverso la compresenza di epoche differenti in un tempo nuovo, inedito.
Christian Caliandro
L’articolo "Bisogna sfuggire alla nostalgia per produrre opere vive a contatto con il presente " è apparso per la prima volta su Artribune®.