Billlie, il gruppo che porta lo storytelling del K-pop a un nuovo livello internazionale
- Postato il 19 gennaio 2026
- Di Panorama
- 3 Visualizzazioni

Le Billlie appartengono a quella categoria rarissima di gruppi che non seguono il mercato: lo interrogano, lo piegano, lo spostano di un millimetro e lo trasformano. Sette artiste — Moon Sua, Suhyeon, Haram, Tsuki, Sheon, Siyoon e Haruna — cresciute dentro la visione quasi cinematografica di Mystic Story, un’etichetta che non pensa in comebacks ma in narrazioni. Non entrano mai semplicemente in scena: scivolano dentro un universo che sembra già scritto, ma che a ogni loro passo si apre, si sposta, devia.
La loro musica vive di contrasti morbidi, fratture lucide, momenti teatrali e micro-esplosioni emotive. Pop, certo, ma solo in superficie. Dentro, una struttura che respira come un racconto, un insieme di livelli che si sovrappongono, si aprono e si chiudono come in un film. È per questo che, nel panorama della quarta generazione, le Billlie sono spesso descritte come un progetto “d’autore”.
In KPOPPED, la serie di Apple TV+ che mette K-pop e pop occidentale sullo stesso piano per la prima volta, le Billlie hanno confermato questa identità con precisione chirurgica. Prima la performance con Megan Thee Stallion — una “Savage” riscritta da Moon Sua, Sheon e Siyoon in un ibrido elettrico, calibrato, elegantemente inquieto. Poi Patti LaBelle, con Suhyeon, Haram, Tsuki e Haruna in una “Lady Marmalade” contemporanea, stratificata, un ponte culturale che si costruisce senza bisogno di traduzioni.
Ci siamo sedute con le Billlie e la prima cosa che colpisce è la continuità: ciò che in KPOPPED appare come storytelling, dal vivo è identità pura. Sette artiste che non si limitano a performare un universo narrativo, ma lo portano addosso come una seconda pelle. L’incontro ha confermato ciò che il palco suggerisce: la coerenza non è un effetto di regia, è la loro natura.
Per chi vi scopre per la prima volta attraverso KPOPPED, come descrivereste le Billlie di oggi, musicalmente e artisticamente?
HARUNA: Il nome Billlie riflette il nostro desiderio di esprimere il “sé nascosto” che ognuno porta dentro, le nostre B-side, quelle parti di noi che non è sempre facile mostrare, attraverso la musica. Credo che oggi Billlie vada ancora oltre il significato del nome, condividendo un’ampia gamma di emozioni e momenti attraverso la propria narrazione. Non ci concentriamo solo sulle emozioni luminose; anzi, abbracciamo anche sentimenti onesti come la confusione nella nostra musica e nelle nostre performance, e poniamo più attenzione al processo e alla storia che al risultato finale. È per questo che la musica e le performance di Billlie sembrano una serie di scene collegate, qualcosa che tutti possono interpretare a modo loro.
HARAM: Descriverei le Billlie di oggi come un team che continua a farsi domande e ad espandersi. La nostra musica e le nostre performance portano sempre con sé una dimensione narrativa ed emotiva, e al loro interno ci sono storie intime in cui chiunque può riconoscersi. Invece di mostrare solo i lati più levigati o perfetti, crediamo che la direzione artistica delle Billlie stia nell’esprimere con sincerità anche i nostri momenti più vulnerabili. Quando questa sincerità arriva, credo che anche chi ci scopre per la prima volta possa essere naturalmente attratto dalla nostra storia.
KPOPPED mette gli artisti K-pop in dialogo diretto con icone della musica occidentale. Come ha cambiato il vostro modo di vedere il ruolo delle artiste coreane su un palco globale?
SHEON: Attraverso KPOPPED, mi sono ritrovata a riflettere su quale mentalità dovrei avere come artista coreana su un palco globale. Comunicare direttamente con artisti occidentali mi ha ricordato che la musica connette le persone attraverso l’emozione, oltre le differenze linguistiche e culturali. Questo processo mi ha spinta a voler mostrare in modo naturale il colore e la creatività delle Billlie come artiste K-pop. Piuttosto che cercare di spiegare o dimostrare qualcosa, credo che condividere musica e rispondere l’una all’altra sia il mio ruolo nella scena globale.
HARAM: Vivere il programma in prima persona ha ampliato molto il mio modo di pensare al ruolo che le artiste coreane possono avere nel mondo. Non si tratta solo di offrire una performance forte: possiamo diventare un ponte che collega culture diverse in modo naturale attraverso la musica. Parlando con artisti occidentali, ho capito che anche se le nostre lingue e i nostri background sono diversi, le emozioni e la sincerità nella musica arrivano comunque. Questa esperienza mi ha confermato che l’empatia è il linguaggio più importante su un palco globale.
Esibirsi con artisti da background musicali così diversi richiede adattabilità. Cosa vi ha insegnato questa esperienza sulla comunicazione oltre la lingua e i generi?
TSUKI: All’inizio ci è voluto un po’ per trovare un equilibrio naturale, dato che avevamo background musicali e lingue diverse. Ma mentre provavamo insieme e costruivamo il palco come una squadra, ho capito che potevamo comunicare pienamente attraverso musica, espressioni ed energia, anche senza parole. Nel rispetto reciproco e nella collaborazione, le idee nuove arrivavano da sole. Ho capito che nella musica le emozioni condivise contano più del genere o della lingua.
HARUNA: Con KPOPPED ho imparato che la comunicazione vera va oltre le parole. Si tratta di condividere la stessa intensità emotiva e lo stesso livello di concentrazione. Anche se provenivamo da generi diversi, il modo in cui guardavamo al palco e la nostra sincerità verso la musica ci hanno unite profondamente. Questa è stata la nostra lingua comune più forte.
Le Billlie si sono sempre distinte per il loro storytelling concettuale. Come avete tradotto questa identità in uno show pensato per un pubblico internazionale?
MOON SUA: Piuttosto che cambiare la struttura del nostro storytelling, ci siamo concentrate nel rendere emozioni e atmosfere più immediate e intuitive. Anche se la lingua e il contesto culturale cambiano, tensione, energia e flusso emotivo sono universali. Così abbiamo costruito il palco in modo che la storia si percepisse naturalmente, attraverso performance, coreografia ed espressioni.
SIYOON: Per questo palco volevamo far vivere la narrazione, non spiegarla. Non volevamo scomporre la storia per un pubblico internazionale: volevamo che si immergessero subito nelle emozioni. Abbiamo prestato molta attenzione a espressioni, movimenti ed energia, così che l’atmosfera Billlie potesse superare ogni barriera linguistica.
KPOPPED non sembra una competizione, ma uno scambio culturale. Questo ha cambiato il vostro modo di vedere la collaborazione nella musica globale?
SUHYEON: Fin dall’inizio abbiamo affrontato KPOPPED pensando più all’esperienza che alla competizione. Condividere il palco con artisti internazionali è stato speciale, perché non capita spesso. Certo, c’erano barriere linguistiche e all’inizio eravamo nervose, ma alla fine abbiamo capito che la cosa migliore era goderci sinceramente le performance preparate. Questo ci ha fatto percepire quanto la musica superi le barriere, anche quelle linguistiche.
SHEON: Ciò che mi ha colpita di più è stata la naturalezza con cui artiste provenienti da culture completamente diverse riuscivano a connettersi con la musica. Collaborare su scala globale non significa adattarsi a una direzione unica, ma rispettare le differenze reciproche. Mantenere il nostro colore ha creato una sinergia più forte.
Lavorare davanti a un pubblico dal vivo a Seoul, sapendo di essere viste globalmente, crea una tensione particolare. Come avete bilanciato autenticità e visibilità globale?
HARAM: Sapere che ci guardavano fan da tutto il mondo mi ha fatta sentire nervosa, ma mi ha dato anche senso di responsabilità. Più sentivo quella pressione, più cercavo di concentrarmi sul pubblico davanti a me. Non volevo esibirmi solo per mostrare qualcosa, ma connettermi davvero con le persone presenti.
SIYOON: Il fatto stesso di condividere il palco con Megan a Seoul era sorprendente. Durante la performance ho sentito l’energia del pubblico e ho sperato che potesse raggiungere anche chi guardava da lontano. Non pensavo a mostrarmi: pensavo a vivere pienamente quel momento.
La visibilità globale porta spesso rischio di semplificazione. Quanto era importante proteggere la vostra complessità artistica?
MOON SUA: Non volevamo limitarci a un’unica cornice. Abbiamo lasciato aperte molte direzioni e modi diversi di esprimerci. Sul palco era importante mostrare lati differenti, non aderire a un’immagine fissa.
SHEON: Proprio perché tutto può essere semplificato, sentivamo fosse fondamentale mantenere la complessità Billlie. Non siamo definibili da un’unica emozione o concept. Mostrare questi strati è ciò che permette di connettersi oltre la prima impressione.
Dopo KPOPPED vi sentite più sicure nello sperimentare generi e collaborazioni fuori dal framework tradizionale del K-pop?
TSUKI: Lavorare con artisti internazionali già nelle prove mi ha fatto capire quanto ci fosse da imparare. È stato ispirante. Vedere il risultato finale mi ha dato sicurezza: possiamo affrontare tentativi musicali ancora più vari.
SIYOON: Sì, molto più sicura. Questa esperienza mi ha fatto capire quante possibilità esistono dentro e fuori il K-pop. Prima ci chiedevamo se qualcosa “fosse K-pop”. Ora ci chiediamo solo: “Lo vogliamo davvero provare?”.
Molti fan vedono questo progetto come una pietra miliare del vostro percorso internazionale. Per voi è un punto di svolta o una naturale evoluzione?
MOON SUA: Per me è una naturale evoluzione. Con il tour mondiale abbiamo avuto tante opportunità di incontrare fan internazionali, e KPOPPED è stato un ulteriore passo avanti. Non è stato un cambiamento improvviso: più un ampliamento naturale.
SUHYEON: Non credo sia un punto di svolta — almeno non ancora. Siamo in una fase di preparazione a possibilità più grandi. Però un giorno, guardando indietro, potremmo dire che KPOPPED è stato davvero un turning point.
Guardando avanti, come questa esperienza influenzerà la crescita globale delle Billlie senza perdere la vostra identità?
HARUNA: Questa esperienza ci ha dato sicurezza: il nostro storytelling può funzionare ovunque. Invece di inseguire trend, vogliamo approfondire ed espandere ciò che abbiamo già costruito.
SUHYEON: Allo stesso tempo, ci ha mostrato che la nostra storia può essere reinterpretata in modi diversi, a seconda delle culture e dei palchi. E questo ci incoraggia a continuare su scala globale, mantenendo la nostra identità sempre più definita.

