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Artemis II è tornata sulla Terra

  • Postato il 11 aprile 2026
  • Di Focus.it
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Artemis II è tornata sulla Terra
Erano le 2:07 e 47 secondi della notte italiana quando le acque del Pacifico, a ovest di San Diego, hanno accolto la navicella Orion e il successo della missione Artemis II. Un botto sordo, una nuvola di spruzzo bianco, poi il silenzio spezzato dagli applausi nel Mission Control di Houston. Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen sono tornati a casa. Tutti e quattro stanno bene. Dieci giorni di volo, oltre un milione e centomila chilometri tra andata e ritorno, un sorvolo lunare e un ammaraggio nel Pacifico: Artemis II è andata esattamente come doveva andare, e forse anche un po' meglio. È il primo volo umano oltre l'orbita terrestre bassa dai tempi di Apollo 17, nel 1972. Più di mezzo secolo di attesa. Entro due ore dallo splashdown, i quattro astronauti verranno recuperati in elicottero e portati a bordo della USS John P. Murtha, dove verranno fatte le valutazioni mediche di routine.. La missione, dal lancio all'ammaraggio, è durata 9 giorni, 1 ora, 31 minuti e 35 secondi. La NASA la definisce "missione di 10 giorni" arrotondando per eccesso. Ma ci sta.. I record di Artemis II. Se c'è un'immagine che resterà incisa nella memoria collettiva di questa missione, è quella dello schermo del tracker della NASA che il 6 aprile segnava 406.771 km dalla Terra: 6.605 km più in là del record che l'equipaggio di Apollo 13 aveva stabilito nel 1970, in circostanze molto meno festose. Per la prima volta nella storia, quattro esseri umani si sono spinti così lontano dal pianeta. Ma il risultato che conta davvero, quello che a Houston ripetono da stanotte con un misto di sollievo e orgoglio, è un altro: Orion ha dimostrato di poter portare astronauti nello spazio profondo e riportarli a casa. . Artemis II: cosa ha funzionato e cosa no. Durante il volo, l'equipaggio ha testato i sistemi di supporto vitale, propulsione, navigazione, comunicazione e gestione termica della capsula, oltre a condurre operazioni di prossimità e a valutare l'abitabilità degli spazi interni. Un programma denso, pianificato nei minimi dettagli, che nella sostanza ha retto. Il test più atteso, e più temuto, era quello del rientro atmosferico. Nel precedente volo senza equipaggio di Artemis I, nel 2022, lo scudo termico aveva subito danni molto superiori alle aspettative, esposto a temperature di circa 2.760 °C. Un problema che aveva fatto discutere per mesi e che era rimasto aperto come una ferita nel programma. Piuttosto che sostituire lo scudo, operazione che avrebbe causato un altro lungo ritardo, la NASA ha modificato il profilo di discesa di Orion nell'atmosfera per ridurre l'esposizione al calore. La scommessa è stata vinta: la capsula ha bucato l'atmosfera a oltre 38.000 km/h, la comunicazione si è interrotta per sei minuti di blackout da plasma, i paracadute si sono aperti in sequenza perfetta. "Tredici minuti in cui tutto doveva funzionare", come aveva detto la NASA alla vigilia. Tutto ha funzionato. Meno lisce alcune anomalie ai sistemi di evacuazione dei rifiuti organici e una piccola perdita interna di elio, il gas che serve a pressurizzare il propellente di bordo. Nulla che abbia messo a rischio l'equipaggio o compromesso la missione, ma abbastanza da finire nei dossier tecnici che gli ingegneri analizzeranno nelle prossime settimane e a cui dovranno trovare soluzione. Dettagli, in apparenza. Ma nello spazio profondo i dettagli possono uccidere, e la NASA lo sa. C'è poi il capitolo scientifico. Il 6 aprile, durante le sette ore di sorvolo lunare, l'equipaggio ha fotografato regioni della Luna che nessun occhio umano aveva mai osservato da così vicino, inclusa una rara eclissi di Sole vista dallo spazio. Gli astronauti hanno comunicato in tempo reale con i geologi a terra, descrivendo sfumature di colore e dettagli morfologici che alimenteranno i modelli scientifici per le missioni successive. A bordo erano attivi anche gli organ-on-a-chip dell'esperimento AVATAR, progettato per studiare gli effetti delle radiazioni e della microgravità sul corpo umano.. Dallo scudo termico ad Artemis III: cosa succede ora?. La capsula Orion, recuperata insieme all'equipaggio, è un archivio di dati che gli ingegneri della NASA impiegheranno mesi ad analizzare. Telemetria di sistema, registrazioni del comportamento strutturale durante il rientro, campioni biologici raccolti dagli stessi astronauti, immagini lunari ad alta risoluzione: è il bottino scientifico più ricco da decenni. La priorità immediata è lo scudo termico. I tecnici lo esamineranno millimetro per millimetro per capire se la modifica al profilo di discesa abbia davvero risolto il problema o solo attenuato i sintomi. La risposta definitiva arriverà con Artemis III e le missioni successive, che voleranno con uno scudo termico completamente riprogettato. I dati di Artemis II serviranno a validare, o a correggere, quei nuovi progetti. Sul versante della medicina spaziale, i campioni biologici forniranno un riferimento prezioso per capire cosa accade al corpo umano dopo dieci giorni nello spazio profondo, fuori dalla protezione del campo magnetico terrestre. Un'esposizione alle radiazioni ben diversa da quella di un soggiorno sulla Stazione Spaziale Internazionale. Artemis III, in calendario per il prossimo anno, prevede operazioni di aggancio con un lander lunare in orbita terrestre; Artemis IV punta a far atterrare due astronauti vicino al polo sud della Luna nel 2028. Ogni dato raccolto questa notte al largo di San Diego è un mattone di quelle missioni. Il comandante Wiseman, in uno degli ultimi messaggi dalla capsula, ha detto una cosa semplice: che l'obiettivo della missione non era solo tecnico. Volevano che il mondo si fermasse un momento e guardasse in su. "Questo è un pianeta bellissimo e un posto speciale nel nostro universo", ha detto. "Dovremmo tutti custodire quello che ci è stato donato". .
Autore
Focus.it

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