Anguillara, il messaggio in chat che ha sconvolto la mamma di Carlomagno

  • Postato il 27 gennaio 2026
  • Italia
  • Di Libero Quotidiano
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Anguillara, il messaggio in chat che ha sconvolto la mamma di Carlomagno

La chiamano piazza virtuale, ma quando la folla si scalda diventa una gogna e le conseguenze non sono più digitali, ma reali. E in questa storia la ghigliottina non è scesa in tribunale, ma ancor prima in chat. Lo racconta il Corriere, ricostruendo la valanga d’odio che ha travolto Maria Messenio, ex-assessore alla Sicurezza di Anguillara, e suo marito Pasquale Carlomagno, entrambi genitori di Claudio Carlomagno, l’assassino di Francesca Torzullo, sua moglie. Maria e Pasquale non hanno retto a tanta pressione, fino al gesto estremo: il suicidio nella loro villetta, sabato pomeriggio.

Maria “aveva le spalle larghe” e “faceva pagare tutte le multe, a chiunque”, ricordano in paese. Ma sui social quelle spalle sono diventate un bersaglio. In chat, soprattutto. Commenti a raffica, accuse senza prove, sentenze emesse con un clic. “Crescere un tale mostro… ognuno ha le proprie colpe”, scriveva un’utente. E poi l’incitamento: “Non dovete avere pena… la famiglia del porco deve andare via”. Altro che confronto: è linciaggio da tastiera. Lo spazio dei commenti sotto i vari post dei media che aggiornavano la notizia o di semplici messaggi di cordoglio di amici e familiari per la scomparsa della povera Francesca diventa il luogo dove tutto è concesso. Dove si può insinuare che una madre “sapesse tutto”, che abbia “coperto il figlio”, che il silenzio sia “freddo” e colpevole.

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C’è chi arriva all’insulto puro: “Hai generato un pezzo di m***a, più che in politica dovevi proclamarti in psichiatria con tuo figlio”. Frasi che non cercano giustizia, ma sangue. E, come se non bastasse, black humour, ironie macabre, messaggi razzisti. Il processo alla famiglia Carlomagno celebrato virtualmente, ancor prima che in Aula. E lì non esiste presunzione di innocenza, per i genitori e non tanto per il figlio Claudio reo confesso ovviamente, e l’algoritmo purtroppo premia chi urla più forte. Dopo il suicidio, molti hanno cancellato i post. Troppo tardi. La chat, come sempre, ha voltato pagina. Ora l’odio si è spostato su chi l’odio lo ha seminato, invocando indagini sui “leoni da tastiera”. Il copione è noto: prima si colpisce, poi ci si indigna. Alla fine, come spesso accade, vale il proverbio che sostiene che “ne ferisce più la lingua che la spada”, in questo caso più la chat.

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Autore
Libero Quotidiano

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