Albania, Commissione Ue cambia versione davanti alla Corte europea. Intanto un rapporto sui centri denuncia altre violazioni

  • Postato il 25 febbraio 2025
  • Politica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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A Lussemburgo si è celebrata l’udienza orale della Corte di giustizia europea sui rinvii dei tribunali italiani che hanno bloccato di fatto il progetto dei centri in Albania. I tempi sono ancora lunghi e forse l’unica notizia del giorno è che la Commissione Ue ha deciso di schierarsi sulle posizioni italiane, modificando la sua precedente opinione. “La Commissione europea è disposta ad accettare che la direttiva 2013/32” sulle procedure d’asilo “consenta agli Stati membri di designare Paesi d’origine come sicuri” anche “prevedendo delle eccezioni per categorie di persone”, ha detto l’avvocato dell’esecutivo Ue Flavia Tomat durante l’udienza. Per Bruxelles le norme “non impediscono di designare un Paese d’origine come sicuro quando la sicurezza non è garantita” nel suo complesso “per determinate categorie di persone”, precisando solo che questi gruppi devono “essere ben identificabili”. Ma la querelle sui Paesi d’origine sicuri non è l’unico ostacolo per i centri oltre l’Adriatico. A denunciare violazioni è un rapporto del Tavolo asilo e immigrazione (Tai) al quale hanno preso parte le delegazioni che hanno seguito i tre trasferimenti di migranti a ottobre, novembre e gennaio, in collaborazione con il gruppo di contatto sull’immigrazione del Parlamento. Il rapporto evidenzia in particolare violazioni nelle procedure di screening, detenzione e accesso alla difesa dei richiedenti asilo. Elementi che la questione dei Paesi sicuri ha lasciato sullo sfondo ma che non sono meno sostanziali per il rispetto del diritto comunitario e non solo.

Udienza alla Corte di giustizia – Niente sentenza, oggi a Lussemburgo. Per quella si dovrà aspettare la fine di maggio, almeno, mentre il 10 aprile l’avvocatura generale depositerà le sue conclusioni. Quelle che si sono svolte oggi sono una serie di audizioni per consentire ai 15 giudici di approfondire le posizioni in campo a beneficio della futura decisione sui quattro quesiti oggetto dei due rinvii sotto esame, quelli del Tribunale di Roma in merito ai ricorsi di due cittadini del Bangladesh che in Albania avevano vista respinta la loro domanda d’asilo. In base all’accordo con Tirana, in Albania si fanno solo procedure d’asilo accelerate e per accedervi i migranti devono originare da Paesi che il governo considera sicuri in base alla normativa Ue. Per questo ad essere cruciale è soprattutto il quarto quesito dei giudici italiani: un Paese può essere considerato “sicuro” quando sono presenti gruppi di persone per cui “esso non soddisfa le condizioni sostanziali di siffatta designazione”? La sicurezza di un Paese, ha osservato l’avvocato dello Stato Lorenzo D’Ascia illustrando la posizione del governo, non deve necessariamente “essere soddisfatta egualmente per tutti gli individui”. Non c’è dunque un “concetto di Paese sicuro in senso assoluto, privo di alcun margine di insicurezza personale”, ha affermato, evidenziando che si tratterebbe di una condizione “sganciata dalla realtà“. E’ quindi ammissibile, ha indicato ancora il legale, “che vi siano eccezioni al principio di sicurezza” che “possono riguardare anche categorie di persone”.

Ragionamento opposto a quello venuto dai giudici chiamati a convalidare i primi trattenimenti in Albania. A loro parere, una precedente sentenza della stessa Corte Ue già impediva di escludere categorie di persone: il Paese è sicuro per tutti o non lo è per nessuno. Un’interpretazione subito impugnata dal Viminale coi ricorsi finiti anch’essi alla Corte Ue per volere della Cassazione. In estrema sintesi, per il governo italiano la designazione parziale è consentita perché l’assenza “generale e costante” di persecuzioni e torture era già richiesta nella precedente direttiva del 2005 (l’attuale è del 2013) dove, a certe condizioni, si potevano escludere categorie di persone a rischio. Nelle settimane scorse diversi Stati membri avevano depositato osservazioni, per lo più in linea con la posizione italiana. Differente il parere della Germania e così quello della Commissione Ue, per cui la vigente normativa europea non consentirebbe esclusioni soggettive. Posizione che la Commissione ha cambiato in udienza. La palla resta però in mano ai giudici che dovranno dire una volta per tutte se esiste un livello di tolleranza entro il quale la presenza o il rischio di torture e persecuzioni non è da considerarsi “generale e costante” o se, al contrario, un Paese sicuro debba esserlo per tutti.

La denuncia del Tai – “I centri in Albania sono illegittimi e sbagliati sul piano etico, giuridico ed economico”. E’ quanto viene sottolineato nel report “Oltre la frontiera” del Tai, presentato oggi a Roma. Al centro dei monitoraggi e del rapporto ci sono anche i colloqui delle delegazioni con gli stessi migranti trattenuti nelle strutture. Tra le criticità denunciate nel rapporto, presentato dal coordinatore del Tavolo Filippo Miraglia, le procedure di rilevazione delle vulnerabilità “portate avanti – si legge nell’indagine – in condizioni del tutto inidonee“. “Le violazioni riscontrate sono numerose e sistematiche: applicazione generalizzata delle procedure accelerate in frontiera, che comporta una torsione inaccettabile del diritto d’asilo e un indebolimento delle garanzie per i richiedenti protezione; trattenimento prolungato ben oltre le 48 ore entro le quali la questura competente deve chiederne la convalida al giudice, perché le persone sono di fatto trattenute già in mare e durante il trasferimento”.

Sempre in mare, nelle acque internazionali a Sud di Lampedusa dove i migranti sono stati intercettati, “lo screening delle vulnerabilità è inadeguato, effettuato in condizioni inidonee e senza esami approfonditi; impossibilità per le persone di esercitare il diritto alla difesa in condizioni adeguate, a causa dell’isolamento, della difficoltà di accesso a un’assistenza legale effettiva e della rapidità delle procedure che impediscono una consapevolezza del quadro giuridico entro il quale va collocata la domanda di protezione”. Il Tai ha documentato “un’elevata opacità istituzionale e una carenza di strumenti di tutela“. Le persone sarebbero state trasferite coattivamente, senza essere informate sui propri diritti e sulle possibilità di protezione. In particolare, l’informativa legale sarebbe stata fornita in condizioni inadatte, con scarsa comprensione da parte dei migranti. L’hotspot di Shëngjin presenterebbe restrizioni all’accesso e ostacoli alla trasparenza, mentre nel centro di Gjader “le regole di accesso variano, denotando un ampio potere discrezionale delle autorità”. Per questo il Tai chiede di “fermare i trasferimenti forzati e chiudere i centri”.

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Il Fatto Quotidiano

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