Al Bano, l'affondo: "Sciocco chi non canta con Israele"
- Postato il 9 febbraio 2026
- Spettacoli
- Di Libero Quotidiano
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Al Bano, l'affondo: "Sciocco chi non canta con Israele"
Ogni volta che dialoghi con Al Bano scopri qualcosa di nuovo, impensabile, sulla sua vita. Per esempio che, tra le altre cose, è anche «ambasciatore mondiale di judo». «Lo sono da sei anni, ho appena cantato a Parigi la sigla in italiano, il finale è molto bello, quando si chiudono i giochi e tutti si alzano in piedi».
Cosa ha di speciale?
«Nasce in Giappone, insegna la difesa ma anche la disciplina e il rispetto. Lo dicevano gli antichi, mens sana in corpore sano: praticando, si sprigiona una sostanza speciale nel cervello per stare in forma».
Lei pratica?
«No, l’ho scoperto tardi».
Invece le Olimpiadi le segue?
«Mica tanto. Non sono uno di quelli che segue tutto. Però lo sport dà speranza».
Ottantadue anni, cantante, contadino, produttore vinicolo, padre, nonno, venditore di 25 milioni di dischi (suoi) in tutto il mondo, concorrente di quindici Sanremo, un infarto, un’ischemia, non tutto in questo ordine. Quella di Al Bano è una vita da film e lui, di riposare, non ci pensa proprio.
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Cosa prevede la sua agenda 2026?
«Una serie di programmi molto fitti, andrò a Striscia la notizia, poi Verissimo. Ho serate in Russia, Azerbaijan, Germania. Il ragazzo ancora tira».
E come fa?
«Tanto movimento, un’ora di spettacolo equivale a sette ore di lavoro da operaio. Io ho fatto pure quello, l’operaio, verso i 22, 23 anni, lavoravo alla Innocenti a Milano».
Ma come si fa a mantenere la mens sana con il pensiero di tutte queste guerre e della violenza in ogni città?
«Le guerre ci sono sempre state, noi italiani per fortuna le abbiamo quasi sempre vissute da lontano, tranne nell’epoca delle Brigate Rosse: guerriglie che davano fastidio all’anima, eravamo nel periodo del miracolo economico ma c’era chi aveva un atteggiamento contro la vita, contro il progresso. Io ho sempre inseguito la voce del progresso, ho sempre lavorato per costruire, non per distruggere. Pensiamo ai fatti di Torino. Perché? Siamo l’Italia, il Paese del Vaticano, della cristianità. Non sopporto nemmeno la box: due che si menano, non capisco e non lo accetto...».
Ha raccontato di recente la sua vacanza a Crans-Montana e il pericolo scampato.
«Mio figlio poteva essere in quella festa maledetta. Eravamo tutti lì, mia figlia Cristel festeggiava il 40esimo compleanno. Una tragedia incredibile in un Paese super organizzato.
Mio figlio ha studiato per due anni in Svizzera, andava ogni settimana proprio in quel locale con gli amici, non aveva mai notato niente di strano».
Ci tornerete?
«Sì. L’aria è buona, ma io non amo la montagna. Sono nato in Puglia, sono più marino che montanaro».
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Sta per iniziare Sanremo. È vero che con Carlo Conti i rapporti non sono buoni?
«No comment, ma gli auguro un grande Sanremo, fa parte del Dna italiano».
Secondo lei il prossimo anno tornerà Amadeus?
«Non ho una risposta, certo che ebbe un successo che pochi s’immaginavano. C’è gente che rivedrei con molto piacere. Mi riferisco a Paolo Bonolis».
Lei è ancora malato di “sanremite”?
«Sì, non mi passera mai, un male “psicologico”. Sa, quando iniziavo a guardarlo da piccolo per me era come evadere in un mondo fatto di musica, di gara, di emozioni. Noi non avevamo niente, a Cellino San Marco non avevamo nemmeno l’organo nella chiesa. Mio padre aveva barattato il grano per comprare una radio. Poi ho fatto la scuola media e le magistrali, ma la “sanremite” non è passata...».
Quest’anno chi guarderà con più interesse?
«Non guardo chi mi attira ma chi ha la proposta più interessante. Sanremo è il festival della canzone italiana, non dei cantanti italiani. Pensiamo agli exploit dei pezzi di Zucchero, Vasco: durante la kermesse i loro non furono molto considerati poi però sono stati osannati nel tempo».
Anche Felicità non vinse.
«Infatti, ma poi divenne un inno mondiale».
Dica la verità, non si stufa mai di cantarla?
«No, mai, riesco a fare versioni diverse, arrangiamenti particolari».
Alcuni cantanti dicono che all’Eurofestival non andrebbero se c’è Israele. Lei che ne pensa?
«Non si può condannare un popolo perché una parte del governo politico ha deciso di fare quello che ha fatto. Stesso discorso con gli sportivi. Gli artisti e gli atleti, non sono guerriglieri e non sono identificabili con l’intera Nazione. Non capisco l’intelligenza doveva a finire certe volte».
Pensa che la politica entri a Sanremo?
«Secondo meno, ma magari qualche canzone evoca argomenti politici. Noi cantanti facciamo una politica a parte e, a volte, la gente ci segue di più. Io ho votato sempre per coloro che mi ispiravano fiducia, quello che pretendo da cittadino da un politico è che faccia bene al popolo italiano. Viviamo in uno dei paesi più belli del mondo. Potremmo vivere di tutto quello che hanno fatto gli antichi romani, i Medici, i Gonzaga. Abbiamo bisogno di nuovo Rinascimento. Il politico deve essere un medico del benessere degli italiani».
Il Sanremo più brutto e quello più bello?
«Il peggiore fu quello del 2017. Avevo una canzone bellissima, Di Rose e Di Spine, ma è stata cacciata dalla gara. Ho avuto però due rivincite: è stata scelta come simbolo e melodia per una campagna contro i tumori e poi Elisabetta Sgarbi l’ha usata come sigla della Milanesiana».
Il più bello?
«Quello che ho vinto con Romina nel 1984, con Ci sarà. Appena ho sentito questo brano ho capito che sarebbe stato trionfale. Persino quando il sarto è venuto a cucire il mio abito ho sentito odore di vittoria».
Quando arrivò a Sanremo nel 1968 tutti la davano vincitore. E invece...
«Giunsi da protagonista, da un anno di successi dove avevo vinto tutto. Mi piazzai settimo con La Siepe. Però vinsi per la prima volta il premio Tenco, quello della critica».
Il complimento più bello che ha ricevuto?
«“Tu sei stato rubato alla lirica”. Me lo disse Mario Del Monaco: venne in studio di registrazione per verificare che usassi davvero solo la mia voce e non qualche aiutino. Lo trova, lei, uno che spazia dal blues alla classica fino al sacro?».
Mmh, no.
«Poi ho avuto enormi successi commerciali, ho sempre scelto io le canzoni, ho cantato con i più grandi: Carreras, Domingo, Montserrat Caballé. Anche lei diceva che ero “rubato” alla lirica».
Sanremo 2015. Torna fuori gara con Romina per una reunion, cantate Felicità con record d’ascolti e tutta l’Italia elettrizzata. Lo rifarebbe?
«Non saprei, perché no? Dipende da cosa propongono, siamo artisti».
Quel momento super nazional popolare finì anche nel film Quo vado di Checco Zalone. Cosa provò quando si rivide?
«Nulla di speciale, quella scena di Sanremo di me e Romina è stata usata da Zalone come simbolo dell’italianità, che lui aveva lasciato emigrando in Nord Europa. Zalone è un genio, abbiamo lavorato insieme alcune volte, un mito».
Ha mai litigato con un giornalista?
«Sì, quelli disonesti non li sopporto. Il giornalista Pino Scaccia al Tg disse che io avevo sequestrato mia figlia (la primogenita Ylenia, ndr) in casa per farmi pubblicità. Capisce?
Detto da un uomo di tanto spessore. Rimasi sconvolto».
Ultima domanda. È cattiva.
«Dica».
Chi ha vinto Sanremo lo scorso anno?
«Ahia: non lo so».
Olly.
«Ah sì, con Balorda Nostalgia, il cui titolo ricordava la nostra Nostalgia Canaglia».
Vero.
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